di Linnio Accorroni
Sfida interessante alla base di questa miscellanea di Neri Pozza: alcune fra le migliori menti della nostra generazione di giovani autori alle prese con la narrazione di una delle sequenze storiche più controverse e dibattute della storia italiana (dal 1848 fino ai giorni nostri). Legittimo sperare quindi in una narrazione polifonica e d’impatto, capace di rimuovere la persistente grana d’opacità che fatalmente sembra addensarsi sul racconto della storia patria, sia passata che contemporanea.
Anche il titolo che citava una famosa canzone di De Gregori, sembrava prediligere una rivisitazione “dal basso” atta a rovesciare così la tradizionale prospettiva verticistica che tanti scrittori nostrani hanno utilizzato quando si sono occupati della storia. Purtroppo, tranne alcune meritevolissime eccezioni, molti di questi “novissimi” (se si esclude il grande vecchio Camilleri e la Pariani, classe 1951, gli altri antologizzati sono tutti nati nel decennio 60 e 70), in questo libro collettivo prevalgono racconti che non superano quasi mai la soglia dell’esercizio di scrittura. Magari diligente, magari “calligrafico”, ma incapace di appassionare ed emozionare, di imprimersi nella memoria.
Del resto bastava scorrere l’indice per capire che molti degli autori presenti nell’antologia hanno optato per la quiete piatta della propria tazza di tè preferita, sviluppando situazioni da loro già ampiamente trattate e sviscerate fino alla noia. E’ il caso di Antonio Scurati che, al riparo della sua prosa turgida ed ampollosa, si è occupato di nuovo, nonostante la recentissima uscita del tanto discusso Una storia romantica , delle cinque giornate di Milano. Confeziona così un racconto tedioso ed enfatico, pregiudicato, oltre che dall’eccesso di retorica che ogni tanto l’autore sembra incapace di contenere, anche da un florilegio ornatissimo di citazioni che appesantiscono oltremodo la tenuta del racconto stesso. Così è anche per Camilleri: anche questo autore non “rischia” alcunché, occupandosi del pirandelliano Antonio Canepa, bizzarro protagonista del separatismo siciliano postguerra. Qui la sua consueta mescidazione lingua-dialetto risulta organica alla struttura del racconto stesso, perché condensa, anche linguisticamente, la stridente schizofrenia del personaggio da lui evocato.
La Pariani si rifugia nella forma diario di una studentessa in pieno ’68, scrivendo una cronaca quanto mai esile e diafana di un’educazione sentimentale e politica nella provincia lombarda. Anche qui, come per gli altri, un’ inscalfibile cortina di dejà lu e vu, una riesumazione malmostosa di clichè e stereotipi, anche i più vieti e logori. Idem anche per Leonardo Colombati che rispolvera l’aneddotica più mainstream sull’Avvocato per antonomasia: dal letto di morte (però, quale originalità…) Agnelli celebra il bilancio di una vita tra le più glamour ed esibite del secolo. Un discorso a parte merita l’improvvida temerarietà di Giuseppe Genna che sceglie un luogo – la stazione di Milano – molto frequentato, tra l’altro, dalla letteratura contemporanea. Il visionario autore milanese, in una specie di catabasi allucinata degna della Societas Raffaelo Sanzio, accompagnato da un Virgilio dark e demoniaco, scende nell’orrore dei cinque piani sotterranei della stazione milanese. Qui delirio, autocaricatura, parodia involontaria, deliquio e smarrimento del sé, tutte insieme compendiate in una specie di scimmiottatura della scrittura automatica di surrealistica memoria, tracimano, facendo smarrire progressivamente ogni residuo di intelligibilità e comprensibilità. Per fortuna, però, a “salvare” questa antologia ci sono almeno tre/quattro racconti che, come si dice con formula scontata ma in questo caso, veritiera, da soli varrebbero l’acquisto del volume.
Racconti difformi per scelte espressive e contenutistiche, ma comunque apparentati per quel senso di incoercibile malinconia che si genera dal contatto con squarci di una Storia che rimane sempre “quell’enorme incubo” da cui il Dedalus joyciano tentava inutilmente di risvegliarsi. Mi riferisco al bellissimo racconto di Franchini, al suo oscillare fra emozioni e riflessioni, fra passato e presente nei luoghi della disfatta di Caporetto: pagine di grande bellezza ed intensità. Ma anche Liviano d’Arcangelo sa ricostruire, in maniera esemplare, uno dei misteri poco gloriosi della storia d’Italia (la strage di Ustica) attraverso la vicenda di un capitano d’aviazione, stretto tra fama mediatica ed esigenza della verità. Infine, quello di Nicola Lagioia che, alle prese con l’esemplare figura di Montanelli, si serve di questa controversa figura per indicare, con cadenze guicciardiniane, vizi e virtù dell’homo italicus. Se tutta l’antologia fosse stata a questo livello, saremmo qui a celebrare un capolavoro, non un’occasione mancata.
Aa. Vv.
La storia siamo noi
Neri Pozza
pp. 426, euro 17,50
Pubblicato su Liberazione (Queer), 05/10/2008

la recensione mi pare convincente.
Magari un salto in biblioteca a darci un’occhiata lo faccio.
penso anch’io che sia un’ottima recensione.
di quelle che ogni tanto ti riconciliano con la critica.
Linnio Accorroni è bravissimo.