Under Control

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di Mauro Baldrati

Non sarà facile vedere Control, il film su Ian Curtis e sul gruppo dei Joy Division. Infatti ha una distribuzione limitata in Italia, e in molte città non è presente. Ci siamo abituati, purtroppo. Nei cinema e nelle multisale in stile Mc Donald imperversano gli ultimi prodotti del genere pecoreccio, i computer-movies hollywoodiani, le eterne commedie brillanti americane, l’ultimo 007 ecc. Per vedere un film che esce da questi circuiti bisogna impegnarsi, spostarsi, aspettare i DVD, frugare sulla rete. Forse c’è qualcosa di positivo in questo; ci si abitua a essere attivi in questa fase di resistenza umana, a sfuggire dal peggio-del-peggio dilagante, a coltivare nicchie di zone libere.
Control è un film girato molto bene in un bianco e nero raffinato, morbido, da un maestro delle foto e dei videocilp musicali, Anton Corbijn.
E’ tratto in parte dall’autobiografia di Deborah Curtis, la moglie di Ian, che nel film è un personaggio importante, come lo è stata nella realtà. Deborah segna la sua vita, la occupa, genera un figlio, lo inchioda nel rapporto col reale, gli fa sentire il control, il controllo della vita, della responsabilità: il control sulla fuga, sul tuffo finale nell’ignoto, che Ian non riesce mai a spiccare, lacerato dalla sua voglia di libertà, di musica, e dalla sua malattia, l’epilessia, che ne minaccia la già fragile fibra, la devasta. E’ un rapporto che non è analizzato veramente nel film, la rappresentazione avviene soprattutto attraverso i silenzi, gli sguardi cupi e tristi di Ian, interpretato da un bravissimo – e incredibilmente somigliante – Sam Riley: il suo sguardo sbalordito-terrorizzato di quando nasce la figlia Nathalie, le telefonate di Deborah mentre il gruppo è in concerto o in giro per l’Inghilterra; il suo terrore di una vita “normale” che incombe su di lui, e viaggia nelle immagini, nelle richieste, nei primi piani di Deborah e di quella creaturina aliena che è la figlia.
Il film si apre con Ian sedicenne nella sua cameretta ordinata di Macclesfield, mentre ascolta Aladdin Sane di David Bowie, appena uscito (1973). Lo imita, Ian; si trucca, indossa un pellicciotto come quello di Bowie. Arrivano gli amici, arriva Deborah, che flirta con un amico. Immediatamente Ian la vuole, dice di amarla, vuole sposarla. E lo farà, due anni dopo.
Ian vede gli amici al pub, naviga incerto per la cittadina industriale inglese, ascolta musica punk, Iggy Pop, i Velvet Underground, scrive poesie; Ian si porta dietro tutta l’eredità rimbaldiana del giovanissimo poeta di Charleville, il poeta che sfida il mondo borghese provinciale e bigotto, che sfida il control, ma ne subisce fino alla fine della sua breve vita la minaccia, e forse il fascino; il poeta che punta dritto all’ignoto, al prezzo della sua stessa esistenza. E’ lui Ian, quando è sul palco, durante i concerti del gruppo, ricostruiti con realismo impressionante fin nei minimi dettagli. Sembra di vedere Rimbaud che canta, che balla, e catapulta noi spettatori nel buio della sua solitudine, della sua vita brancolante, senza sorriso.
Lo seguiamo nel viaggio negli anni Settanta, in piena epoca punk, quando con gli amici va nei club underground e sentire i gruppi alla moda: eccolo che guarda stupito il palco, che guarda noi, perché l’occhio cinematografico è dietro al palco, e riconosciamo la voce di Johnny Rotten. Lo seguiamo mentre con altri ragazzi come lui costituisce uno dei gruppi più importanti di quegli anni, gruppi di diciottenni che, con strumenti semplici (un basso, una batteria e una chitarra), senza effetti speciali, senza producers alle spalle, creavano musiche che avrebbero fatto tremare l’Europa.

joy_division1Il gruppo nasce nei club, nei garage, per caso forse, sulla scia del fai-da-te del punk. Non riescono a trovare un cantante, e Ian, che canticchia davanti allo specchio imitando Bowie, si propone. Adottano inizialmente l’iconografia para-nazista cara ad alcuni gruppi punk, un aspetto che non è sempre facile da capire, e da accettare, soprattutto oggi. Non vi era nessuna adesione politica al nazismo (“noi non siamo nazisti” dice il chitarrista Bernard Summer), quelle immagini, quei riferimenti rappresentavano unicamente una provocazione estrema alle convenzioni: al “bene” istituzionale si opponeva il male assoluto dei maledetti e dei perdenti. Era una ribellione soprattutto esistenziale, una sfida estrema ai vecchi padri severi che imponevano le regole, e all’ambiente, la città deprimente e disperante post-industriale.
Il gruppo suona qua e là, Ian inizia a entrare in catarsi col pubblico, che lo adora, vede in lui un angelo fragile e tormentato che lo trascina nel turbine dell’energia pura, selvaggia.
Questo è un video del 1979, ma potrebbe essere un capitolo del film, tanto precisa è la ricostruzione e perfetta l’interpretazione di Sam Riley:

[youtube=http://it.youtube.com/watch?v=JCVHAjTBb1U&feature=related]

She’s lost control

Dice tutto la confusione nei suoi occhi
Ha perso il controllo
E si aggrappa al passante più vicino
Ha perso il controllo
E svelava i segreti del suo passato
E diceva: ho perso di nuovo il controllo
E di una voce che le suggeriva quando e dove farlo
Disse: ho perso di nuovo il controllo

E si voltò e mi prese per mano e disse:
Ho perso di nuovo il controllo
E non capirò mai né saprò come e perché
Disse: ho perso di nuovo il controllo
E gridò dando in escandescenze e disse:
Ho perso di nuovo il controllo
E inchiodato al pavimento pensai che sarebbe morta
Disse: ho perso il controllo
Ha perso il controllo

Così ho dovuto telefonare a un’amica per spiegarle il caso
Dicendo che aveva di nuovo perso il controllo
E lei mostrò tutti gli equivoci e gli errori
E disse: ho perso di nuovo il controllo
Eppure sapeva esprimersi in molti modi diversi
Finché perse di nuovo il controllo
E camminò sull’orlo di un vicolo cieco
E ridendo disse: ho perso il controllo
Ha perso di nuovo il controllo
Ha perso il controllo
Ha perso di nuovo il controllo
Ha perso il controllo

Ian conosce una ragazza, una giornalista dilettante, Annik, che vuole intervistarlo per “una merdosa fanzine belga” (il manager). Ian risponde “per me va bene”, e nasce l’amore. Ma non siamo sicuri che sia davvero amore; non siamo sicuri che lei lo ami perché è attratta dal suo personaggio; non siamo sicuri che per Ian sia invece una ricerca di fuga dal control. L’immagine di Annik si sovrappone con quella di Deborah, in veste da camera, in veste da madre. Ian procede per la sua strada con questo tormento, una spaccatura mentale ed esistenziale di cui si libera sul palco, rapito, travolto dalla sua musica che travolge tutti noi.
E’ un film che lascia tristezza, ma anche coraggio. Il coraggio della sfida, la voglia di non appiattirsi sul quieto vivere, sulle piccole viltà della vita quotidiana. L’eredità rimbaldiana che Ian Curtis ha dovuto portarsi sulle spalle forse ci insegna proprio questo: andare oltre la paura, oltre l’appiattimento del peggio-del-peggio, sfidare, oltraggiare l’onda nera di questo presente gretto e meschino.
E che tutto questo è possibile, forse, anche restando vivi.

5 pensieri su “Under Control

  1. Lucien

    Hai ragione, la distribuzione in Italia è vergognosa. Poi ci si lamenta dei poveracci che scaricano.
    Io quei quattro ragazzi li ho adorati. Quando nel 1981 mettemmo su il gruppo, erano un nostro punto di riferimento, come del resto buona parte della musica d’oltre manica del periodo. Da noi questo sound era ancora di nicchia. Ci chiamavano a suonare e poi ci chiedevano con ingenua curiosità: “Ma che musica è questa? Che genere è?” La grandezza dei Joy Division fu però di andare oltre e ciò avvenne quando decisero di rallentare il passo, discostandosi in fretta dalla frenesia punk per imboccare nuove strade, plasmando un suono rarefatto, austero, ma al tempo stesso caldo, grazie alla voce profonda di Ian Curtis.
    Bel commento il tuo, anche se sul film io ho alcune (piccole) riserve che ho già espresso nel mio blog.
    Ciao,Lucien

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  2. Emanuele Kraushaar

    L’altra sera sono passato all’Alcazar qui a Roma e c’era questo film. Un ragazzo vedendo la locandina ha chiesto entusiasta al tipo del cinema fino a quando lo avrebbero tenuto. Domani mettono “Giù al nord” ha risposto.

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  3. mario pandiani

    Io ho sempre riserve su film in cui un attore interpreta un personaggio cosìn radicato nei miei visceri, ma questo non significa che non si possano fare film eccellenti a questo riguardo, spero comunque di poterlo vedere.
    Scrissi un post su di lui due anni fa il giorno della memoria, spero che a nessuno dispiaccia questa intrusione, ma trovo così tante consonanze in questo pezzo di Mauro.

    “Se n’è letto fino alla nausea, perchè scriverne ancora? ?Perchè è il giorno della memoria e voglio raccontarvi della baracca di un campo di prigionia,  il cartello dice: “Joy Division”, “reparto piacere” si potrebbe dire. ?
    Sulla sua morte si è costruita la sua esistenza, due dischi, uno suo, “Unknown plasures”, come lo voleva lui, il secondo, “Closer” celebrativo e trasformato in mausoleo, un titolo postumo allusivo alla tomba che Ian Curtis non credo desiderasse anche se i testi ne sono preludio ineluttabile.
    Closer aprì ad un genere che francamente non mi piace, il “dark” o “gothic” o come diavolo si voglia chiamare quella pagliacciata da trenino fantasma che imperversò negli ambienti post new wave degli anni ’80.?Lui non era un “dark”, e non si compiaceva di scenografie grottesche e trucco creepy, non giocava all’apprendista stregone, quello che gli serviva l’aveva, suoni scarni, ritmi urbani ipnotici, e una storia da raccontare.
    ?Per anni ho ascoltato di più Closer ed è un bellissimo disco, c’è della poesia, le atmosfere cupe si sposano bene ad una delle voci migliori del mondo new wave inglese, potente e profonda, capace di spezzarsi, senza compiacimenti.
    ?Riascoltando il primo disco però, mi rendo conto che è il suo, che quello stridore l’aveva dentro.?
    Lo dicevano il nuovo Jim Morrison, simili definizioni sono solenni cazzate, a mio parere. ?Lui, veramente, non sfigura nel confronto, La loro mimica è completamente diversa; un burattino spastico sotto elettroshock e un sinuoso e scattante rettile a sangue bollente, non c’è nulla in Ian Curtis di quell’erotismo dilaniato del re lucertola. Quello che li accomuna invece è una poderosa teatralità del timbro vocale, che travolge l’anima nei quasi recitativi che entrambi amavano, uno spessore che aleggia nei registri baritonali, che convince l’anima che quello che cantano è vero, che su quelle spalle grava un mondo, due voci titaniche.
    ?Frugando nei cassetti ho trovato delle foto, dei momenti di felicità; si era sposato ed avevano avuto una bambina. Non c’è nulla di oscuro in quelle foto, sono immagini che troviamo negli album di casa, ci sono sorrisi, sono un po’ sgranate, prese con un apparecchio da pochi soldi, sono le tracce di un sogno; la realtà.?
    Ma quegli occhi, quegli occhi da deportato dentro se stesso. ?Di quel luogo, quel lager; la sua anima, non ci sono foto, solo una manciata di canzoni, il frammento di una breve storia.?”

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  4. folla

    abissale veleggiare carsico che si incide sommesso sulla pellicola lasciandosi inseguire senza travolgerci senza assalirci, un lieve bagno ammaliante ed introverso di vibrazione in musica e gentile inchiostro,

    abbracci

    f.

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