«il principio delle opere è la mente»
se c’è. il suo fine è non avere limiti.
le sorelle e i fratelli
guardano queste cose?
*
un giorno avrete visto
che un uomo esce dall’acqua
vivo. è il nuovo spettacolo
io vedo. quello è un vivo,
dentro l’acqua; e fuori
osserva i panni andati,
ma sono asciutti – *è morto* –
allora è morto, è vivo
anche lui. anche lui
è morto. perché è andato?
e no, c’è ancora è ancora
vivo. che cosa c’entra?
[fervore, ansimando, esagerato]
…
che cosa c’entra? allegro!
la mia pace è con te!
[*moderandosi*]
oh. una sirena in una
parte di mare grida
è lui è lui èeh
è lui, è lui e ritorna
l’uomo. figlio dell’uomo,
non vuoi restare in vita?
figlio della smarrita!
e tu, senza il tuo simile.

i fratelli e le sorelle vedono i limiti.
per questo occorrerebbe averli sempre vicino, la ragione senza limiti sarebbe irragionevole.
Però, come la storia insegna, esistono le eccezioni…
ma l’interrogativo è, dove sono i nostri simili?
Quel finale è la realtà a cui andiamo incontro.
buon giorno Carla… non importa chi siano i simili (parlo dal punto di vista di Prometeo): importa l’azione (nei nostri termini: carità).
Pessoa scrisse un necrologio di Sá-Carneiro: dice che era un dio tra uomini, un uomo tra dèi, fuori posto tra dèi e tra uomini.
parole di Pessoa. e le unisco all’essere “re del mestiere” di Pavese, e “prete della poesia” in Rosselli, e “Pietro II” – il papa apocalittico della profezia di Malachia – in Pasolini. può essere delirio O può essere vero – loro ci hanno creduto. ora, non [ci] disturba il carattere sciamanico di Grotowski o quello magico di Artaud – disturba la regalità sacerdotale di alcuni poeti – di Prometeo e di Sá-Carneiro. essi LO DICHIARANO. allora: o sono pazzi o noi non capiamo; e perdoniamo la magia agli attori perché li crediamo un’altra specie, un po’ bella e un po’ bassa. ma gli *alti* poeti NON possono essere preti – e perché? allora non accettiamo realmente la loro altezza. la frase mortale di Pavese “ho dato poesia agli uomini” – non si vede che è la frase di un semidio? “agli uomini”? scrivendo nella lingua di una patria locale – l’Italia? agli uomini, sì – benché gli “uomini” siano *in realtà* qualche migliaio di italiani. ma Cesare ci credeva.
Prometeo esiste. e una delle mie sante (Simone Weil) dice: Prometeo è cristico. è una figura di Cristo prima di Cristo. un avatara – va bene.
dunque Prom. è anche un’allegoria? non mi piace molto la parola, che indica una complessità che non voglio (la verità è semplice, il resto sono funghi su un tronco). però sì, in un certo senso. e la chiave è il suo solito “anche se sono un dio”: ammesso e non concesso, come dicevano certi padri a cui ora auguriamo, giustamente, l’inferno (criptocitazione, non posso trattenermi).
i simili ci sono e non ci sono, nello stesso tempo. gli atti aspettano di essere compiuti: la virtualità è una perversione della realtà. [e dico virtualità senza doppi sensi: NON parlo della Rete – benché la rete abbia la sua sociologia e la sua retorica].
…figlio dell’uomo
non vuoi restare in vita?
Una domanda a cui forse non serve rispondere. Basta a se stessa. O meglio la ripropone ogni volta quel figlio uscito dall’acqua, fuori posto tra gli dei e fra gli uomini.
“La verità è semplice, il resto sono funghi su un tronco”
Magico “Prometeo” e questa scrittura perchè introduce a cose nascoste.
da una postazione segreta e di fortuna e molto toscana – Prom. ci ricorda che le azioni sono doppie, e così è la poesia. era il vangelo di ieri, buona novella: vesti un nudo, togli la fame ad un affamato, e ne hai vestiti *due*, ne hai sfamati *due* – non è una metafora. e coraggio e luce sempre
massimo
“Anche queste righe valgono come documento di quello che succede nel laboratorio, dove non esiste solo la scrittura. Si gira per il pane e per la libertà, sempre e di nuovo”.
parole di 5 anni fa, nell’imminenza dei piccoli trenta anni. nell’imminenza di altri piccoli minimi anni – ora – ora non saprei dire di più: il pane è sempre pane cercato, la libertà pubblica tende alla riduzione, il pane-girico è sempre valido e necessario, vedo cose che condivido, alle quali non partecipo, vedo cose che non voglio condividere, alle quali non rispondo; e tutto il resto. il laboratorio degli esperimenti *con* la vita è sempre aperto – forse è più aperto di *prima*.
in una condizione accademica, non si legge Simone Weil rappresentandola come una santa; non la si legge modulando la voce; non si parla dei poeti-re e dei poeti-prete; ah no – sembrerai fuori posto. il luogo è il luogo, ed è stabile: il diverso sei tu, non sei certo tu un bene *immobile* – entri e non c’entri; entri, ma te ne vai. né tu per il luogo, né il luogo per te – ma tu puoi andare, il luogo è quello che è.
questi appunti improvvisati sono *anche* un reticolo di citazioni. le dita volano sulla tastiera e il frate asino – che non vola realmente – sogna in un sonno vigile. reticolo di citazioni è uguale a cultura citazionismo esibizione. non è questo il modo di dire *aiuto*, quando si invoca, e *grazie*, quando si risponde. cioè sono parole fatte realtà, compresenti e contemporanee.
muoio e vivo, dunque [vedi *ultima* puntata della scuola di poesia]; e il morto e vivo, uscito dall’acqua, è anche un personaggio. quello di un film che non esiste ancora – l’acqua salata bevuta in ottobre, i colpi di gelo ricadendo sulla spiaggia – in una Bogliasco che rivista così diventa quasi un paesaggio greco, uno spazio eroico, ecc.
“Il morto e vivo, uscito dall’acqua, è anche un personaggio”. Mette in scena l’andare(con i vecchi abiti) il restare e poi l’andarsene di nuovo… un po’ della fatica del sentirsi fuori posto, in “un luogo che è quello che è”.
E’ quel “due” non solo metaforico che rinnova le energie.
Penso alle immagini statiche e ingenue dei “battesimi”, in certe miniature, dove si “vede” attraverso l’acqua.
Le citazioni sono utili, si capiscono meglio col tempo… “colpi di gelo ricadenti sulla spiaggia”.
Massimo (attore-interprete-personaggio) non si cura di effetti speciali: mette il suo corpo nel bene e nel male. Il male è quasi sempre cattiva traduzione, svista, cattiva volontà, errata interpretazione degli altri. Con il corpo, Massimo compie la gestualità dell’animale, senza sforzo. Recita e si muove sullo sfondo di un rumore sottile; brusio. Non una recita da palcoscenico sul palcoscenico, ma recita di campo, strada, piazza, cortile interno-esterno. In Massimo nulla è virtuale, sfarzoso o esagerato, fuori posto. Come gli antichi attori mette ogni arto nella parola: la lettura a voce alta di Prometeo si apre potente, come un diaframma. Non c’è bisogno di molto: nessuna installazione. La mimica completa la scena. Ora Massimo si muove in un perimetro piccolo. Al centro: un tappeto, una sedia, un leggio, che più volte Massimo accompagna al gesto e alla voce – evoca un lamento. Non si è mai sentito un momento di mollezza. Il tono è alto e misurato, senza enfasi, senza fuori luogo. Il corpo è racconto-lingua. Legge seduto, con il corpo costretto in uno stato di infermità. Legge seduto, con le gambe piegate, annodate, muove le mani, le dita, come a fermare o agganciarsi a qualcosa nel minimo spazio che ha. La sedia è l’isolamento e il castigo di Zeus. Lo spasmo della parola si lega al gesto anchilosato del corpo rotto, piegato ma non morto. Ogni movimento racconta, evoca, rimanda. E ancora si applaude e ancora si chiede di leggere, finché le luci non si riaccendono.