Lettura di “Livorno” di Mauro Germani

LA PATRIA DELLE OMBRE

Lettura di Livorno di Mauro Germani (L’Arcolaio, 2008)
di Fabio Botto
Livorno, fin dai primi componimenti, si offre come una “città invisibile”, che in quanto tale non si lascia mai di fatto incontrare nella scrittura di Mauro Germani. Livorno ci viene offerta più come un non-luogo, la traccia di un’assenza o dell’assentarsi di ciò che, per inerzia fruitoria, ci si potrebbe attendere di incontrare in una raccolta di poesie che porta il nome di una città. Per esempio, qualcosa come il “ terreno delle radici”, le “ reliquie di una memoria”, la “genesi di un’identità a venire”…

La Livorno di Mauro Germani non appare mai contrassegnata da nessuna di queste condizioni. In gioco sembra esserci piuttosto la scomposizione dell’identità in una città di mare anomala che. Per storia e per conformazione, eccede i margini del poetico.

Città in sé scontrosa e dichiaratamente poco accogliente (“Visi come bestemmie”), non-patria per vocazione (“patria nostra sempre/patria amata e maledetta), popolata più di ectoplasmi (“il duomo bianco nella notte come un nome abbandonato”) che di figure rassicuranti. Apparizioni che sembrano testimoniare del congedo di ogni trascendenza e, al tempo stesso, rendere urgente un presidio costante dell’immaginazione, un surplus di cura da parte dello sguardo poetico: “Veglierò per te, per la tua fortezza pura, per il tuo dio assente…”.

La rammemorazione poetica che – “nonostante Livorno”, occorrerebbe paradossalmente precisare – si posa su una città sempre “in levare”, non può sperare di incontrare davanti a sé nessuna presenza familiare disposta ad accoglierla e a restituirgli la parvenza di un’identità: “Non c’era il tuo sguardo/a dirmi chi ero”.

La perdurante non-presenza di una città in cui potersi rifugiare con la reminiscenza o con qualcosa che somiglierebbe a una reverie non è detto, tuttavia, che ambisca a farsi ambasciatrice di un’angoscia rivelatrice di una totalità. Il nulla che avvolge le apparizioni, così come le frequenti sparizioni, dei luoghi dell’infanzia può alludere anche a ciò che è più degno di amore: “Resta nel nulla che ami”.

Nella sezione Come un destino, tutte le ombre sembrano coagularsi in un’immagine femminile, o in un’immagine del femminile. Icona non meno evanescente e abissale delle rarefatte apparizioni dell’arredamento urbano. Figura che il poeta non il poeta non investe, in nessun caso, della responsabilità di “fondare il mondo”, di custodirne le epifanie. Ma nemmeno di annunciarne una possibile, catartica palingenesi. Inevitabile archetipo materno, destinato a lasciarsi velocemente inghiottire dalla notte. E forse, ancora di più, fantasma della scrittura, come di un qualcosa che non eccede la pagina, che lasciata vagare “al di fuori del testo” inseguirebbe invano se stessa: “Era così sparire in un foglio, chiamarti senza saperlo, fra le siepi e gli orti, dove ti nascondevi e ti cercavi in silenzio”.

Tutto il rito poetico celebrato in Livorno sembra alimentarsi di uno stato di insuperabile penombra della coscienza diurna, la coscienza apollinea che con le sue leggi governa il mondo di sopra: “E’ tutto sopra le scale, nella penombra, fra il sonno e qualcuno, come una domanda che trema nel cuore”. Il mondo invisibile, che spetta al poeta tutt’al più di nominare, rimane sempre “il mondo di fronte”, dalla prospettiva del quale “Nessuno chiama,/nessuno vede”.

Dalla sezione “Livorno”

Il duomo bianco nella notte

come un nome abbandonato.

E poi quel lamento del cielo,

i balconi accesi

nell’attesa,

sul precipizio del cuore…

Oh, lacrime senza volto,

fuoco d’esilio

e d’insonnia, congedo

di tutto l’universo!
Non c’era il tuo sguardo

A dirmi chi ero.

*

Chi ti rubava, chi ti sognava

quando nascondevi il tempo

E mi dicevi: “Resta ancora così,

resta in questa novella

bambino solo per me,

solo senza mondo,

attimo perduto della mia voce,

segreto del mio sangue.

Resta nel nulla che ami,

piccolo capitano del cielo,

piccolo fiore di vento…”.

*

Il mare che chiamò

nella Fortezza

e subito divenne battito

in nome del tuo nome,

voce d’acqua

assediata dal tempo

e sempre

sempre leggenda

viso senza dimora,

febbre alta

nel cielo scoperto.

 

Dalla sezione “Come un destino”

Tutte le volte di un cielo, tutte le volte di te, quando il mondo finiva in una collina, un orto, un po’ d’infanzia appena rubata…

Oh, saperti davvero, come un mistero di terra e di vento, come una vita che non c’è.

E inseguirti così, nella tua leggenda, nel tuo respiro dentro di me.
*

Portavi la notte, appena due frasi, un cenno perduto… E la casa sentiva la pioggia, i tuoi vestiti sul letto, l’amore. Io ti guardavo fra un bacio e un addio, fra un sogno e la vita, una carezza sul viso.

“Oggi il mondo non c’è”, ti dicevo nell’ombra, e tutto spariva, tutto era vero, come un destino.

Tutte le volte di un cielo, tutte le volte di te, quando il mondo finiva in una collina, un orto, un po’ d’infanzia appena rubata…

Oh, saperti davvero, come un mistero di terra e di vento, come una vita che non c’è.

E inseguirti così, nella tua leggenda, nel tuo respiro dentro di me.
*
Noi che siamo impossibili, che saremo domani.

Le parole sulla strada e il vento come una domenica. Le automobili. Le luci rubate. Nessun pensiero. Qualcuno che ti guardava ed eri stanca, ancora Milano, i tuoi occhi per tutti.

Ci fosse una grazia, il tuo piccolo fiore davvero, qualche passo per cambiare vita, per un bene segreto…

5 pensieri su “Lettura di “Livorno” di Mauro Germani

  1. Giorgio

    Grazie a Fabrizio, e complimenti a Mauro. Versi di rara intensità e profondità, che procedono per sottrazione, con andamento sottilmente narrativo, un alludere a qualcosa che c’è stato, un abisso di senso in ogni parola.

    Rispondi
    1. fabrizio centofanti

      grazie a te, Mauro, è un piacere ospitarti qui.
      e grazie a Giorgio: concordo sull’intensità e la profondità. una nudità disarmante che conquista.
      fabrizio

  2. GIANFRANCO FABBRI

    Anche l’editore ringrazia l’amico carissimo Fabrizio e il critico Fabio Botto, il quale bene descrive l’anima di una città realmente scontrosa. (Addolcita però dai plastici versi del nostro Mauro).

    Una buona notte agli intervenuti.
    Gianfranco

    Rispondi

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