L’esperienza di lettura di Infinite Jest e dei libri lunghi in genere

di Ezio Tarantino

Nell’edizione Fandango Libri, Infinite Jest di David Foster Wallace è lungo 1.307 pagine, più 127 di note, scritte in un corpo più piccolo del libro vero e proprio (come se le note non lo fossero, ma questo aprirebbe una discussione che vi risparmio).

Un libro di questa mole pone dei problemi evidenti: di trasportabilità, maneggevolezza, fatica fisica, imbarazzo (tutti ti guardano strano sulla metropolitana, anche se è solo di poco più voluminoso delle Cronache di Narnia – che in effetti nessuno legge, sulla metropolitana) e infine ansia di prestazione (quante pagine devo leggere al giorno per non avere la sensazione di stare svuotando l’oceano con un bicchiere?).
Ma i veri problemi sono di ritmo interno alla storia e rapporto con i tempi di lettura.
Mi spiego.

Il libro si presenta subito come un’opera corale (alla Altman, per capirsi). Mille rivoli da mille sorgenti che uno si immagina debbano convergere in un unico flusso narrativo, in uno stesso mare (uno lo pensa anche perché c’è scritto sul risvolto della copertina).
Il problema è che per mantenere un equilibrio interno, Foster Wallace sta distribuendo il materiale narrativo seguendo un ritmo proporzionale alla durata complessiva (uso il presente perché sono arrivato a pagina 205. Questo vuole dire che ho letto il 15% del romanzo).

In un romanzo di 350 pagine il 15% lo incontro su per giù a pagina 53. Arrivato a pagina 53 di un libro di 350 mi aspetterei serenamente di trovarmi ancora all’inizio della storia. Non avanzerei alcuna pretesa di comprensione generale, anzi, se per caso a pagina 80 il libro ha una sterzata imprevista e comincia ad affrontare il vero significato della storia io sono ben contento. E’ una cosa che mi piace.

Il fatto è che uno scrittore che ha in mente un arco narrativo così ampio deve (dovrebbe?) tenere in considerazione una costante che è il tempo di lettura.

Se per arrivare al 15% di un libro di 350 pagine (a un punto della storia in cui, ripeto, mi aspetto di non aver ancora capito bene quale direzione essa potrà prendere), ci avrò impiegato un giorno o due (dipende da quando, dove e con che intensità sono solito leggere), per leggere il 15% di un libro di 1.307 pagine, più 127 di note, ci avrò impiegato due settimane (non leggo tutti i giorni, e quando leggo posso leggere 30 o 40 pagine al massimo: sono un lettore lento, e me ne vanto).
Ora, il tempo di lettura è una costante, dicevo, non una variabile. La cognizione che il libro è lungo 1.307 pagine, più l’indice, non mi induce a modificarla. E mentre dopo due settimane potrei aver terminato un libro di 250 pagine, in questo caso sono appena all’inizio. E questo conta, conta moltissimo.
Mi trovo da due settimane in compagnia di un libro che è appena all’inizio. La montagna è ancora tutta da scalare; potrebbe scoraggiarmi.
Lo scrittore però non può permettersi di perdermi. D’altra parte non può giocarsi troppo carte adesso, al 15% della storia. Come fare?
L’unico modo è tenere altissima l’attenzione puntuale. Lasciarmi a bocca aperta; cambiare spesso il tono; cominciare a immettere dosi sempre più massicce dell’elemento narrativo portante (che a dire il vero viene presentato già intorno a pagina 50, ma abilmente camuffato – e lo è ancora abbastanza – fra cento altri spunti che allo stato attuale presentano tutti le stesso probabilità di essere loro la spina dorsale del racconto che verrà. se mai ce ne sarà una).

Un libro come questo affronta dunque programmaticamente un ostacolo di dimensioni rilevanti: quello del suscitare interesse nel lettore attraverso lo stile, e la materia narrativa, ma non attraverso l’intreccio. Per lo meno non subito. Un romanzo del genere affronta la sfida della lettura sul piano della bellezza, della qualità dello stile, facendo coincidere in ogni pagina etica ed estetica.

Non sto parlando di fredde e meccanicistiche percentuali, e non c’è niente di prescrittivo e/o normalizzante. L’approccio strutturale (se non strutturalista – è passato troppo tempo dai miei studi di critica ed estetica letteraria per essere sicuro di usare al meglio certa terminologia) è solo funzione di quello percettivo. Il libro e il lettore iniziano un rapporto d’amicizia, quando non di amore. Di amore passionale, o razionale, comunque un rapporto. Che si costruisce, sono cose che sappiamo tutti, secondo dinamiche diverse, regolate da tanti fattori, interni ed esterni al libro, me che il libro ha il compito di governare, di tenere insieme.
Il rapporto fra il libro e il suo lettore è dinamico e intenso. Nel libro La lettrice, di Raymond Jean da cui nel 1988 Michel Deville ha tratto il bel film omonimo,  la protagonista (“lettrice professionista”) dice ai suoi clienti “ti faccio la lettura”, a sottolineare la natura estremamente concreta dell’atto: – ti faccio un massaggio, una carezza – che non tarda a diventare esplicitamente, quanto sottilmente sensuale).

La lettura si misura in rapporto alle abitudini, al tempo a disposizione, ma soprattutto coinvolge il lettore nella frequenza del suo battito biologico (di una giornata e della catena delle sue giornate) e deve avere un inizio e una fine calcolabile. Il ritmo biologico della lettura è influenzato dall’ansia, dalla memoria, dalla capacità di non avere fretta, o di saper correre generosamente, dalla pigrizia, da quanto si è nevrotici, disponibili, altruisti, egocentrici, curiosi o spaventati dall’ignoto. Certo, in tutti i casi, una durata così lunga costituisce una sfida.

(sono nel frattempo arrivato a pagina 400. L’intreccio è ancora dissimulato e non si scioglie. Ma che bellezza, divertimento, e che dolore.
Che dolore. Ho scritto questa nota come se. Come se Infinite Jest fosse una cosa viva, presente – e lo è. Anche se è impossibile, ad ogni pagina, ad ogni riga, non leggere in Infinite Jest, romanzo che parla di depressione, dipendenza, suicidio, nevrosi e tennis, il finale anticipato della vita del suo straordinario autore, che non ha potuto fare della sua vita un romanzo altrettanto lungo)

15 pensieri su “L’esperienza di lettura di Infinite Jest e dei libri lunghi in genere

  1. mario pandiani

    Non ho letto Infinite Jest, ma siccome si parla di libri lunghi in genere posso dire qualcosa.
    Se il libro mi piace, se questo rapporto affettivo, intellettuale, perverso o casto, si è innescato, vado in crisi verso il 75% del libro, perchè so che presto finirà.
    Se non mi piace faccio fatica ad arrivare al 25% di un libretto di 70 pagine.
    Ma, al di la di queste mie banalità scherzose, mi chiedo una cosa del tuo post, se sei un lettore lento e se la lettura in genere è condizionata da diversi fattori, emotivi, ambientali eccetera, come fai a dire che il tempo di lettura è una costante, non una variabile?
    Io trovo che di tutte le variabili, salvo una disciplina ferrea o una passione bruciante per la lettura, non ci sia nulla di più variabile del tempo di lettura.

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  2. eziotarantino

    Mario, quello che volevo dire è che ciascuno è normalmente influenzato da qualcosa che determina il proprio univoco rapporto con la lettura (sto estremizzando, ovvio, per favorire la discussione) non da tutte le variabili possibili.
    Io, peraltro, sono sempre un lettore lento e il mio ritmo è sempre lo stesso, indipendentemente da tutto. Quello che mi affascina è l’atto della lettura in sé e mi piace indagare questo fattore come elemento fondamentale, e non accessorio, della creazione. Del resto sono cose già studiate e scritte: il libro si forma all’interno della testa del lettore, “prima” non esiste neppure…
    Ciao,
    ezio

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  3. andrea ponso

    Penso che in libri come Infinite Jest sia obbligatorio perdersi e che questo faccia parte delle intenzioni dell’autore e che addirittura concorra alla formazione del senso dell’opera. In fondo è lungo come la vita, ha le stesse parti luminose, crudeli, noiose… è ciclotimico, crea dipendenza e sospetto…dipendenza e sospetto si amano morbosamente e si odiano… è un tentativo per non finire, ma si vorrebbe farla finita; in certi momenti mi identifico con la capacità mostruosa (nel senso di prodigiosa) dell’autore di riuscire a far entrare tutto nella scrittura (quando la nostra tradizione è, in genere, o molto “stretta” oppure posticcia…) e godo con lui (e soffro con lui)… forse un’altro grande esempio è l’infinito poema “Flow Chart” di John Ashbery… mi ha dato le stesse impressioni…

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  4. ezio

    Andrea, sono totalmente d’accordo. IJ è un libro “pericoloso”. Non lo consiglierei proprio a tutti tutti. Può far male. E’ un’esperienza di lettura non facile, ma ineludibile.
    Ezio

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  5. plessus

    L’altro giorno ne ho viste quattro copie una sopra l’altra in una Mondadori nella sua edizione da 1281 pagg. La pila era alta quanto una ventina di copie della Jolanda furiosa accanto a cui era stato criminalmente affiancato. Ponderavo mentre lo sfogliavo e ne leggevo qualche periodo a caso. E’ un corpo scrittura poderoso, con rari spazi, crenatura ed interlinee fitte che richiederebbero ai miei polmoni periodiche iperventilazioni. Sì, leggere è anche un esercizio di respirazione. Per i miei tempi, occorrerebbero quattro-cinque mesi che sottrarrebbero alla lettura altrettanti testi più maneggevoli di dimensione. E’ che si vorrebbe leggere tutti e tutto. Talora mi accade di interrompere – e poi riprendere – un torrent-book con uno più breve. Si fanno degli abbinamenti strani. Leggevo V.M. 18, a metà mi sono scollato ed ho percorso La strada di McCarthy, l’ho terminata, ed ho ripreso la Santacroce riflettendo sulla letteratura vertebrata ed invertebrata. Appresso alle 552 pagine di Ho freddo di Manfredi – letteratura vertebrata, sicuramente – ho prenotato le 155 de Il calore del sangue di Irène Némirovsky. Per i miei ritmi, ed esigenze di lettura, Infinite Jest mi dà l’idea di una portaerei che dovrebbe viaggiare accompagnata da qualche nave come scorta. Il prossimo giro in libreria me lo porto via: grazie agli incontri ed ai ricordi di Wallace qui ed in altri siti in occasione della sua morte, ho compreso che è un’opera indispensabile da leggere.
    Ancora grazie.

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  6. fabrizio centofanti

    qui la casistica è infinita, Ezio: ho affrontato L’uomo senza qualità – due tomi notevoli – a letto, con un abat-jour dalla luce piuttosto fioca; ma la cosa più difficile era sottolineare le parti più importanti con una matita a punta grossa. ancora oggi mi chiedo se è un’opera che ricordo così nitidamente per il suo (indubbio) valore intrinseco o per la fatica bestiale che mi è costato leggerla.

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  7. eziotarantino

    L’uomo senza qualità, Fabrizio, è stato il romanzo dal quale ho iniziato a trascivermi in modo sistematico su un database le citazioni, tanto numerose erano. E’ stato (e forse è ancora) la mia pietra miliare (nonché l’origine del nome del mio blog!)
    Ezio

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  8. macondo

    Esistono due regimi di scrittura, scriveva Barthes nel Piacere del testo, che qui sintetizzo: uno va direttamente alle articolazioni del testo, ignora i giochi di lingua … l’altra lettura non fa passare niente; pesa, aderisce al testo, legge con applicazione e trasporto, coglie in ogni punto del testo l’asindeto che taglia i linguaggi – e non l’aneddoto; ad avvincerla è lo sfogliato della significanza. Ed è questa seconda lettura, applicata, quella che conviene al testo moderno, conclude Barthes. Mi pare che 35 anni dopo queste parole, l”alternativa” sia ancora questa.

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  9. Frank Lonetti (Lallazioni Lavabili)

    Infinite Jest è un libro che ho amato moltissimo, credo che dia continuamente ragioni per continuare la lettura. In un certo senso, anzi, mi ha fatto passare il timore dei libri lunghi, che ho iniziato a leggere a profusione. E’ vero che se lo leggi in metropolitana ti guardano strano (almeno a genova).
    Il libro che mi ha più “sfiancato” in assoluto è stato invece Il libro dell’inquietudine di Pessoa.
    Un libro molto lungo che dopo 50-60 pagine non mi ha fornito nessuno stimolo per continuare è stato L’Arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon.

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  10. ezio

    L’arcobaleno mi aspetta lì, sullo scaffale, da alcuni anni. Se L’incanto del lotto 49 mi ha profondamente deluso, cosa aspettarsi da 800? pagine di Pynchon?

    Ciao
    Ezio

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  11. Frank Lonetti (Lallazioni Lavabili)

    A me l’incanto del lotto 49 è piuttosto piaciuto, invece. Il primo Pynchon, quello del lotto e dei primi racconti, lo apprezzo. Dopo è diventato noioso e freddo: oltre all’arcobaleno ho provato a leggere quell’altro suo libro, di cui ora non ricordo il titolo, che ha per protagonista un ex hippy che si sfracassa contro le finestre o qualcosa del genere.
    Anche Delillo mi annoia, anche se forse qualcuno griderà allo scandalo.
    Per finire con la triade dei “postamericani”, Barth invece lo amo — anche se non ho letto i suoi libri più lunghi–: lui non è noioso e fa veramente del “virtusismo appassionato” come dice lui…
    L’arcobaleno vendilo al Libraccio…Magari te lo pagano a peso…
    🙂
    ciao

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  12. Roberto

    IJ è un libro che letto, e riletto, e riletto. Non è un libro particolarmente lungo (grosso modo come il Signore degli Anelli…), ma è particolarmente “denso”, nel senso che ogni frase e ogni riferimento sono importanti. È un libro che chiede di essere commentato, e discusso. A me è capitato di leggerlo rapidamente (due mesi, con pochissimo tempo per leggerlo ogni giorno) l’anno scorso, e poi leggermi tutta l’opera di David Wallace, e poi ricominciare a leggerlo, lentamente, quest’anno, dopo il 12 settembre, in un’incredibile esperienza di lettura collettiva on-line animata dal forum wallace-| (in inglese, sic!, http://www.thehowlingfantods.com/dfw/wallace-l.html) a cui partecipano tanti esperti e traduttori e lettori. Insomma, non stiamo parlando di un romanzo da leggere come gli altri. È come l’Ulisse di Joyce, o la Divina Commedia, o la Recherche. È un libro che ci accompagnerà per molto tempo. Ciao.r

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  13. Mario

    Sono d’accordo con Roberto. Io sono quasi alla fine (pag 750 circa) e confermo che si tratta di un capolavoro alla Ulisse di Joyce sia in termini di stile che di contenuto.

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