Avevo la mia tenda nel suo sguardo, nel suo sorriso, nel canto della sua voce.
Poi la scacciai, o fu lei a fuggire, oppure se ne andò per un accordo, a compiere una missione. Non lo so più, non l’ho mai saputo.
Scesi dal vento e inventai architettura e scrittura. Mi fabbricai un’alta biblioteca e mi vi chiusi a scrivere tutti i libri; poi, non avendone serbata memoria, tutti li lessi e rilessi, e rilessi, ogni volta daccapo.
Mi posi ad indagare e interpretare il volo degli uccelli e gli altri segni, che qui posso soltanto indovinare.
Ma se qualcuno la incontra, libera, le dica che ci sono, che sono sempre io.
Però come pesa, come duole: com’è gravida e grave, la carne!
Forse la sola via è consumare i gesti e i corpi che li hanno compiuti; è uscire ed abbracciare tutto il dolore e il male scritto e letto nei libri, e subito scordato come non fosse vero o come lo fosse troppo. E in quell’abbraccio, in quell’amore, illuminarlo e salvarlo, esserne illuminati e salvati.
Allora sentiremo un tepore di fuoco, un profumo di cibi, la voce attesa da tanto conterà vecche storie, l’amarissima storia – indicandone il senso – addolcirà. Quando il sonno verrà ad accendere i sogni quella voce canterà una nenia strana, da cui emergerà una sola parola, e sarà “Natale”.

Caro Roberto (RedHead), non sei l’unico a soffrire di nostalgia, sappilo. L’inurbamento ha portato edifici e scrittura, comodi sì, ma è vero, l’esistenza nel mattone e sulla carta ha un che di vicario, o inautentico, fai tu (l’ha detto Heidegger, credo, vile intellettuale).
Dico solo che tutti, credo, hanno avuto in qualche momento, da qualche parte, un’esperienza vera, Se sono stati così fortunati da riconoscerla, e serbarla, li accompagna per tutta la vita. Se non l’hanno riconosciuta, hanno perduto se stessi.
(E poi, questo spiacevole sospetto che la parola definitiva su di me sia stata pronunciata in mia absentia, che da qualche parte del mondo quell’esperienza che non ho afferrato a tempo debito contenga la conoscenza perfetta di me, a me preclusa).
Buon Natale a tutti.
“E poi, questo spiacevole sospetto che la parola definitiva su di me sia stata pronunciata in mia absentia”
Caro Roberto,
quanto è vero!
Un caro saluto e buon Natale a tutti,
Roberto
Buon giorno Roberto,
un incipit che lascia spazio alla nostra voce interiore, senza però mostrarci, in piena luce il suo viso…
“Avevo la mia tenda nel suo sguardo”
bellissimo!
Buon Natale
C.
Cara Carla,
naturalmente neppure io invento mai nulla, ma più le citazioni sono autorevoli e lampanti meno si riconoscono: è come se la mente rifiutasse di registrare ciò che gli occhi vedono, ciò che gli orecchi odono…
Un caro saluto e buon Natale,
Roberto
mi sembra di cogliere qualche accento della nostra conversazione romana, Roberto…
grazie anche per questo.
fabrizio
Caro Fabrizio,
in realtà questo pezzo non è recente ma parla di un tema su cui torno di continuo, da quando le storie che amavo da sempre e la mia esistenza si sono intrecciate in un nodo indistricabile.
Grazie a te e un abbraccio,
Roberto
Sei riuscito a far riemergere una quantità quasi infinita di ricordi.
Blackjack.
Caro BJ,
grazie, sembra un complimento, anche se i ricordi spesso hanno a che fare coi rimpianti e coi rimorsi.
Un abbraccio,
Roberto