Pensieri sull’amore davanti alla tele (II/III), di Andrea Sartori

II. I passi indietro

Non occorre essere hegeliani per riconoscere che l’arte parla direttamente alla sfera emotiva e sensibile dell’uomo, ma forse con Hegel potremmo convenire, quando non siamo travolti dalle ondate sussultorie d’una psiche pessimista ed abbattuta, che l’oggetto precipuo della pittura figurativa, il tema maggiormente vitale, pieno, che essa possa rappresentare, è l’amore conciliato, liberato da ogni doloroso rivolgimento dialettico, senza desiderio: da qui l’intramontabile significatività di certe opere rinascimentali cristiane, conservate nella loro integrità originale, che presentano in figure umane, ad un tempo povere e sovrane, la semplicità, priva di pretese e rivendicazioni, dell’amore.

Al di sotto del falso, dopo innumerevoli raschiature per togliere strati di menzogna ideologica, positivistica e paraideologica, resta dunque la tensione d’una materia viva, ancora gesticolante, che disperatamente vuole levare da sé le maschere del grottesco. In altra prospettiva, d’opposta e speculare verticalità, come ha scritto Antonio Moresco: «il fuoco continua ad ardere a dispetto di tutto sopra il ghiacciaio».
Eppure l’universo è silenzioso, e l’aura dell’irriducibile singolarità individuale, a sua volta mercificatasi in cosa, pare impedire persino una sensata richiesta di spiegazione, zittisce sul nascere ogni bisogno elementare, rende l’infanzia del sentire uno sfavillante spot pubblicitario. Per questo, l’età dello sfrenato individualismo, del «privato» che più privato (vuoto di carattere) non si può, è anche l’età dell’assenza dell’individuo, della latitanza dei soggetti determinati. Una psicologia della specie deve guardare dritto negli occhi un tale individualismo senza individuo, ed ostinarsi a fissare il candore abbacinante dell’assenza per scorgere, in esso, l’occhiata sfuggente, l’accendersi chiaroscurato d’un volto, il levarsi d’uno sguardo limpido.
A volte accade, infatti, che si manifestino impreviste disposizioni individuali, insospettati talenti all’esistenza mediati, ad esempio, dall’atto della scrittura, ovvero dalla messa in opera, improvvisa, arbitraria nell’economia generale del senso, di quel dispositivo – arcaico e primario – che dopo tutto è, e resta, il linguaggio. Qui si colloca, tra l’altro, la possibilità di dire qualcosa di determinato intorno alla figura dell’intellettuale. Ciò che colpisce, ad esempio nell’esperienza di scrittore di Roberto Saviano, è la crudezza aspra del suo scrivere, capace di scoperchiare la verità d’un meccanismo infernale quale quello della camorra. Umiliazione, oltraggio, ebetismo affettivo, e ancora silenzio, sono alcuni tratti intorno ai quali l’autore non solo si è espresso violando il codice omertoso della mera dichiarazione d’intenti, della predica edificante, ma anche rivelando il linguaggio di quel silenzio per ciò che è, ovvero con parole che stridono e cigolano metalliche come dispositivi arrugginiti, infetti, virali, capaci di riprodurre, in una scala sonora distorta, il clangore dei nastri ferrati sui quali scivola la specie stessa, l’automatismo meccanico dello scorrere biologico, anonimo, delle esistenze negate. Che Roberto Saviano sia protetto in una località e da un’identità segrete, che lo hanno relegato a sua volta in uno spietato anonimato, ci fa capire quanto sia alto, ed ingiusto, il prezzo di questa individuazione personale, di questo nascere, nella solitudine del protetto e del recluso, alla propria identità di scrittore.
In altri casi, l’isolamento e la diffidenza si producono per differenti motivi, ad opera di differenti poteri, eppure sempre in concomitanza con lo sbocciare d’un linguaggio che è anche corpo, e che immancabilmente suscita la tipica ironica stizza degli accademici vulnerati oppure, viceversa, il biasimo dei giornalisti che elevano la divulgazione mediatica ad unico criterio di valore e di giudizio.
Scrivere del corpo – a maggior ragione se l’esistenza biologica del corpo stesso è messa a repentaglio – significa comunque innescare accensioni, strofinii della materia, testimonianze della vita elementare e dei soprusi che essa patisce. Ascoltare la lallazione del corpo è ad un tempo ritorno al vincolo più semplice, ed oltraggiato, della socialità, dello stare insieme degli uomini. L’offesa arrecata al corpo, al corpo singolare, infatti, è non solo offesa inferta all’individuo, ma negazione del vincolo materiale degli affetti, attacco alla facoltà che presiede alla formulazione d’un rapporto. Più le dinamiche del potere, del controllo, della reificazione, penetrano nel sostrato biologico della vita, più ne esce impoverita la morale dell’uomo e, con essa, prima di essa, la possibilità d’una mimesi empatica dell’altro, la possibilità stessa dell’amore, della formulazione affettiva che non chiede e non pretende nulla. Per questo motivo, già Herder collegava la Beförderung dell’umanità, la promozione delle sue doti storico-simboliche, ad una «nuova figura» della specie che era insieme un ritorno, una riconversione ad un antecedente arcaico eppure misconosciuto, ovvero un recupero della naturalezza affettiva, senza desiderio, che la visione cristiana aveva trasfigurato in termini propriamente salvifici. Al di là d’ogni interpretazione soteriologica, però, nel caso del dipinto custodito a Dresda, a “parlare” sono comunque niente di più, e niente di meno, che una madre ed un figlio, figure di tutte le madri e di tutti i figli possibili, capaci di sollecitare tanto la coscienza cattolica quanto quella protestante, la sensibilità ebraica quanto quella ortodossa, come un unico sguardo che da Occidente si volge ad Oriente, forte del proprio minimale universalismo antropologico, emotivo, prima ancora che religioso (si veda F. Milana, L’assenza e la gloria. Un’introduzione, in AA. VV., Gloria dell’assente. La Madonna per San Sisto di Piacenza, 1754-2004, Editrice Vicolo del Pavone, Piacenza 2204). Che la Madonna Sistina, a seguito della sua vendita a favore di Augusto III di Sassonia, sia divenuta patrimonio dell’umanità, significa esattamente questo: la sua sede originaria se ne è dis-appropriata, perché in questo dipinto il genere umano potesse riconoscersi in quanto tale. E che all’epoca sia avvenuta una quantificazione, in denari sonanti, del suo valore di scambio, per far fronte all’indigenza dei monaci benedettini della basilica di San Sisto di Piacenza, la dice lunga sul destino che avrebbero avuto, nell’epoca più recente, sia le svariate riproduzioni dell’opera, sia il contenuto affettivo che essa continua a rappresentare.
Avvoltolata e ritorta in queste immagini – ora originali, ora caricaturali – si trova la possibilità d’esperienza dell’amore, quasi tali immagini siano le condizioni di possibilità del sentire umano, così come esso è formulato dal dispositivo odierno della cultura di massa.
Nel generale e monotono silenzio della riproduzione della merce e del prodotto artistico, l’occhio e l’orecchio che non si rassegnano, ravvisano tracce di memoria liberante, desuete quanto basta perché risultino urticanti, e dunque incisive. La prospettiva laica, immanente, sulla salvezza, va a caccia di queste discontinuità della vita elementare nell’uniformità autopoieteca del meccanismo di produzione dei beni e dei valori.

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