Revolutionary road, di Richard Yates e Sam Mendes

Quello che si può dire di Revolutionary Road, il film, in rapporto a Revolutionary Road, il romanzo da cui è tratto, è già tutto  nella seguente frase, profetica in qualche misura, di Tommaso Pincio.
A proposito del tragico fallimento del progetto di riscatto esistenziale della coppia protagonista della storia, costituito dal salvifico, ingenuo Viaggio A Parigi, Pincio, nel 2003 scrive:

La brillante idea, che inizialmente sembra restituire una parvenza di armonia e ottimismo, non farà che esasperare i problemi e condurre la coppia verso un finale da tragedia in piena in regola, un finale che anticipa di quasi mezzo secolo cose diventate oggi materia comune di prodotti hollywodiani, genere American Beauty.

E infatti. Sei anni dopo queste parole, Sam Mendes, proprio il regista di American Beauty, firma la versione cinematografica del romanzo di Richard Yates.
Ma commette un errore.

Mendes fa diventare l’acre, emblematico racconto di Yates, proprio in un nuovo American Beauty, un prodotto tipico della Hollywood del ventunesimo secolo.
L’errore di Mendes sta nella carente contestualizzazione della vicenda, in una blanda e superficiale storicizzazione che rende tutto sommato indistinguibile il clima di Revolutionary Road da quello di American Beauty, o da tanti altri prodotti abilmente confezionati in pellicola patinata.

Così Revolutionary Road di Mendes diventa la storia privata, raccontata con un qualche pizzico di esotismo e nulla più (automobili e vestiti d’epoca), di una coppia in crisi. Una vicenda intima, quasi psichica, e non una Metafora.

Revolutionary Road, il libro, era altro. Era il sogno spezzato sul nascere della maturità consapevole e gratificante nella quale avrebbe voluto confluire la spensieratezza degli Stati Uniti negli Anni Cinquanta, che invece rimaneva in un limbo di irrisolta, euforica, ma in verità cupa adolescenza.
Scritto nel 1961, il romanzo raccontava in modo sobrio, e per questo in modo ancor più repulsivo, senza mescolare giudizi moralistici ai fatti, nudi e crudi, uno “spaccato”, come si dice, di America.
Questo nel film manca quasi completamente. A cominciare dalla scelta della location.

Cavolo: il libro si chiama “revolutionary road”, una ragione ci sarà stata. La strada è il microcosmo che raccoglie con la sua valenza simbolica la storia di Frank e April. A leggere il libro si pensa più a Wisteria Lane, kitsch, dai volgari colori pastello, che non alla bella villa bianca unifamiliare del film. Isolata, fuori contesto, senza contorno.

Revolutionary Hill rappresenta (e così viene descritta) il nuovo agglomerato periurbano americano, assediato dai supermarket e zeppo di chioschi di leccornie zuccherose per bambini potenzialmente obesi. Dov’è questo nel film?
Scrive Yates, nel tragico finale del libro:

“Il quartiere di Revolutionary Road non era stato progettato in funzione di una tragedia… Un uomo intento a percorrere di corsa queste strade, oppresso da un disperato dolore era fuori posto in modo addirittura indecente”.

Nel film Frank corre, ma da solo, nel nulla, come un fantasma nella notte. Non ha nulla di “indecente”. Al contrario. Non c’è nessuno che lo guardi e in questo modo partecipiamo del suo dramma senza collegarlo a null’altro se non al suo dolore privato. Allo spettatore viene sottratto lo specchio necessario a identificarsi davvero, prendendo le distanze, una volta per sempre (forse) dalla mediocrità ipocrita della piccola provincia.

Anche sul terreno della caratterizzazione, i segni che suggeriscano come i personaggi siano il correlativo “soggettivo” dell’epoca dentro la quale agiscono, sono utilizzati da Mendes in un modo quantomeno timido. Il ricorso ossessivo, fitzgeraldiano, all’alcool, per esempio, viene in sostanza più enunciato che rappresentato, e dunque sterilizzato. Salvo in un episodio (che nel romanzo ha un peso maggiore): il tradimento di Frank con una segretaria che nel film è molto più bruttina di quanto non lasci immaginare il libro, nel quale peraltro è più lei a perdere il controllo per un aperitivo di troppo, la Martini generation rappresentata nel film è sempre alquanto sobria e molto ben allenata a reggere l’impressionante quantità di alcool che sapeva mandar giù.
Solo le sigarette sembrano assolvere al degenerativo e perverso del vizio sociale (forse anche in risposta alla odierna ossessione neopuritana che le condanna a simbolo del male assoluto).

Insomma, un’operazione di facciata, il massimo che possa esprimere oggi il cinema commerciale americano, convenzionale e ben fatto. Sarebbe stato troppo chiedere David Lynch, per scalfire la superficie del romanzo, entrandoci dentro per sperimentare il dolore collettivo di un’epoca e restituirlo alla sua funzione di metafora.
Ci dobbiamo accontentare di un buon prodotto, con qualche buona idea di regia.
Bravo lui, brava lei.

10 pensieri su “Revolutionary road, di Richard Yates e Sam Mendes

  1. mariapia

    Sono appena tornata dalla visione del film.. dice cose giusto Tarantino;
    ho faticato anch’io a sentire il contesto storico, la crisi profonda e inarrestabile del sogno borghese americano che negli anni cinquanta si affaccia; per aiutarmi a capire, commentavo con l’amico: Devo ricordarmi del diario di Silvia Plath ad esempio, o della sceneggiatura de “La gatta sul tetto che scotta”, per riandare alla denuncia parallela ai segni di tragedia che entro la famiglia e la coppia in specie vengono avanti..
    Sono bravi gli attori, ma molto più si poteva toccare dei primi sogni ribelli, contro al conformismo di sfondo del loro spezzarsi anticipatore di tutto un decennio storico..
    Ne risulta un appiattimento storico che lo rende pseudo universale, o di oggi (Non vero).
    Maria Pia Quintavalla

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  2. Iannozzi

    Brutto il libro (sopravvalutato) e ancor più brutto il film. Quasi quasi è meglio il Titanic con tutta la sua spudorata mielosità dichiarata a un Di Caprio stucchevole in un ruolo drammatico che non sente per niente se non come convenzione hollywoodiana.

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  3. ezio

    Quello che piace di Iannozzi è l’argomentazione. Magari un po’ prolissa e a fin troppo articolata, ma almeno chiara e netta.

    Paolo, troppo buono….
    ezio

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  4. Iannozzi

    Il libro è una storia di cliché aggiustati in uno schema drammatico ma risaputo: Yates non fa altro che raccontarci la fine d’una coppia americana e della middle class, con una originalità scarsa se non del tutto assente. Anthony Patch, il personaggio di Fitzgerald, aveva già rappresentato ottimamente la crisi dei valori americani. Yates non fa altro che trasporre “il già detto” negli anni sessanta.
    In quanto al film, adesso che ci penso preferisco Di Caprio in Genitori in Blue Jeans: era simpatico. Adesso è un baccalà con una bella faccia quasi imberbe per necessità di copione. Che barba, che noia.

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  5. alessandra

    Ho letto il libro un paio d’anni fa e l’ho trovato eccezionale soprattutto per il modo che ha Yates di caratterizzare i personaggi – rendendoceli odiosi ma anche il contrario, e di raccontarci quel periodo, quella strada, senza farci pensare che sono passati cinquanta anni.E ho letto qualche recensione sul film, in cui si esalta l’eroismo di April nel perseguire il suo scopo. E mi ero fatta l’idea (molto confusa) che in comune tra film e libro ci fosse solo il titolo e un filo invisibile della trama.

    Finalmente una recensione che spiega le differenze.

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  6. sergio garufi

    Ho visto il film e mi è piaciuto, soprattutto per il quesito, posto un po’ in filigrana, se solo chi possiede una vocazione possa aspirare a un’altra vita. Non ho letto il libro e quindi non so quanto si sia perso nella trasposizione, ma credo fermamente nell’ottima recensione parallela di ezio, che argomenta in modo ineccepibile i limiti della traduzione. i miei complimenti ad ezio.

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  7. macondo

    Beh, forse siete un po’ troppo critici con il Mendes. Di Caprio sembra quasi recitare, e all’uscita ti viene una gran voglia di bere e di fumare.

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