“Da quando hai la donna fissa, il posto per gli amici non è più quello di prima. Il vostro è un rapporto privilegiato. Se non fosse privilegiato non sarebbe QUEL tipo di rapporto, no? Noi amici, da qui in avanti, ci si deve accontentare della seconda classe. Ma è giusto così, non te ne faccio una colpa.”
Diceva “è giusto così”, però il tono era dell’astio, del correre sotterraneo di un’accusa di alto tradimento. Nel fiato l’odore di uovo marcio della gelosia.
“Perché dovrebbe cambiare il posto dell’amico?”, ribatteva l’altro, stentando la voce come mai gli era successo, “Era nei patti del resto. Lo dicevi tu che trovare tutti e due la donna fissa nello stesso periodo sarebbe stato troppo bello, ma quasi impossibile.”
“Però A** e A**l’estate scorsa in Liguria…”. Fu l’unico momento di quel breve scambio di battute in cui si squarciò sul ridere la pesantezza del testa a testa.
“È assurdo che uno debba dispiacersi che sia toccato prima a lui. Se fosse toccato a te, sarei stata la persona più felice di questo mondo. E lo sai bene. Però era nei patti, che l’amicizia non si sarebbe toccata.”
“Non c’è bisogno che ricordi i patti a me. Ma adesso che è successo, vedi, non è per niente come ce lo immaginavamo. Voi due avete il vostro “per sempre” e, caro mio, col “per sempre” di noi due non riesce più a starci. Prova a dimostrarmi il contrario!”
Fu l’ultimo testa a testa. Di quelli in cui non ci si ricorda più chi disse l’ultima frase né in che luogo la disse. Sembra stupido notarlo, ma ci si mise di mezzo pure l’anagrafe: quello rimasto ancora senza la donna fissa aveva nel frattempo esaurito i rinvii del servizio di leva, e nella sua voce c’era anche la pesantezza di quella partenza annunciata, col fardello di esami mattone ancora da sostenere. Mentre l’altro, militassolto da poco e fidanzato con tutti i sacri crismi, stava per capofittarsi nella tesi di laurea, che avrebbe chiuso sei mesi più tardi, festeggiato da tanti amici e compagni di università, e col tremendo vuoto di aver compiuto anche quel passo senza poter abbracciare forte forte il migliore amico di sempre, via soldato – e senza nemmeno troppa voglia, quello via soldato, di chiedere una licenza per andare ad ululare insieme a tutta l’allegra brigata il coretto osceno del “dottooore, dottooore, dottooore del” – Che se l’avesse cantato, invece, forse almeno si sarebbe tolta la soddisfazione di sfogare col suo migliore amico di sempre, e con la licenziosità di quei sorrisi che solo lui, di sfogare il sentimento che l’aveva assalito al fidanzamento di costui e proprio con la ragazza che aveva corteggiato e dalla quale era stato respinto, con dolcezza e gentilezza, sì, ma respinto, una come le altre, e allora “vaffancül, vaffancül, vaffancül!”, che almeno quel che passa dal “buso del cül” del neo-dottore è infognato per sempre, e si può tornare a sognare insieme la teoria del ricongiungimento universale, insieme a quella della rifondazione di comunità che in nome dell’amicizia rinsaldata dal dirsela tutta fino in fondo mancava davvero poco a.
Pensa: A** e A**, due tipiche storie che nascono in una tipica vacanza sciamannata e spinte più da una scommessa che altro, e ancora oggi i due amiconi sono insieme alla donna di quindici anni fa. Un bel matrimonio il primo, e due bambini che vanno già tutti e due alle elementari; una strana convivenza l’altro, senza figli, senza impennate, senza sbattimenti eccessivi, e a detta di tutti strana proprio perché durevole. Imperturbabile. No, quelle di A** e A** non sono metafore narrative per accampare qualche tesina da quattro soldi sul senso della vita, dell’amore, dell’amicizia. No. Sono due storie vere, coi connotati ritoccati solo per un pudore di privacy, ma vere, toccate tutte e due con mano ancora una volta proprio pochi giorni fa ad una festa di compleanno di quelle che a quarantadue anni ti fanno sentire come se il tempo dei festini tra un appartamento e l’altro di compagni d’università potesse durare per sempre magari con la sola variante che qualcuno nel frattempo è pure divenuto una celebrità. Sono vere come il dolore che ancora oggi prova uno dei due protagonisti di quella bellissima amicizia finita con quel testa a testa asfissiante quindici anni fa. Un dolore sommesso, come un subwoofer difettoso, afono. Lo so perché uno dei due ero io. E perché dell’altro, da allora, non lo so più. Un dolore vero, sotto il ritocco dei connotati dei protagonisti, ma solo per un pudore di privacy, né ti dico chi dei due io sia, così potresti anche per sempre illuderti che questa sia solo una metafora.

Nota per il lettore.
Questo breve racconto è stato spinto a viva penna dalla lettura del post di Fabrizio Centofanti, dal titolo “Per sempre”, dello scorso 1 marzo: http://www.lapoesiaelospirito.it/2009/03/01/per-sempre/
Consiglio la rilettura di quel testo a chi volesse addentrarsi di più nei meandri di questo mio gesto scritturale, che ha anche un vago sentore di “tenzone” (in senso stilnovista?).
Anziché inserirlo nei ricchi commenti scaturiti da quel post, per ragioni di “buon gusto”, avevo preferito inviarlo per “risonanza interiore” solo a lui. Ora che lo rileggo postato qui, si unisce la gratitudine per la sincera stima ad un certo velato imbarazzo per essermi messo così “a cuore in mano”, nonostante la voluta mascheratura formale… Ma ormai…
[scusa, Fabry, per la terza persona… è colpa dell’incipit “Nota per il lettore”. L’abbraccio che ti mando è tutto alla seconda persona singolare]
chiedo fin d’ora perdono al lettore che troverà questa scrittura troppo “ferocemente personale”, troppo “effetto reality”, e se ne allontanerà un po’ scosso. Non era questo nelle intenzioni, e la dinamica della “replica” al testo di Fabrizio, a chi voglia ascoltarla, forse lo dimostra.
Mario
Lo so perché uno dei due ero io.
un colpo da maestro, Mario.
grazie
fabrizio
maestra è la vita e maestri sono quelli che aiutano ad ascoltarla con grande attenzione – i piccoli maestri, quelli che si incontrano per un breve tratto di vita, e i grandi maestri, quelli dai quali si ha la fortuna di sapere come abbiano ascoltato la vita per l’intera esistenza
quel colpo di coda dell'”io narrante” è un abito, in fondo, retorico – non è retorico invece il sentimento di sofferenza che ha voluto vestirsi di quell’abito per presentarsi senza eccessiva impudicizia a sguardi altrui.
grazie a te, Fabrizio