di: Kommando McDonald’s
Il Kommando McDonald’s è il frutto di un’ispirazione respiratoria nata all’incrocio tra il libro Generazione McDonald’s di Francesca Mazzucato (Marlin Editore), una cena in un McDonald’s milanese a quattro passi dalla Stazione Centrale (o Gotham City) dopo la presentazione del libro medesimo presso la Libreria Mursia, e una conversazione tra (in ordine sparso) Guido Tedoldi, Francesca Mazzucato, Paolo Melissi, Dimitri Fulignati, Franz Krauspenhaar, Barbara Caputo, Alice Cimini e Raffaele Niro.
Il Kommando McDonald’s si propone di esplorare lo spazio urbano, quello milanese prima di tutto, con l’idea di fondo che la città non sia mai finita, conosciuta, e che sia necessario (detto in modo molto sbrigativo) un rimodulare il nostro rapporto con le sue pietre e il suo cemento. Anche per continuare ad abitarla. È così nato il primo «raid», nel quartiere meneghino detto Chinatown. Qui proponiamo i resoconti del raid, a cui hanno partecipato Paolo Melissi, Guido Tedoldi, Dimitri Fulignati e Domenico Aliperto.
Oltre a questi testi, il raid è stato il pretesto per scattare diverse decine di fotografie. Le potete trovare su Facebook, dove il kommando come entità e ognuno dei singoli partecipanti hanno una pagina.
LA CITTÀ NON È PIÙ LA CITTÀ
di: Paolo Melissi
La città non è più la città. È un’altra cosa.
Anche via Paolo Sarpi a Milano. Infatti, via Paolo Sarpi, e la parte di strade intorno (le vie Lomazzo, Piccolini, Rosmini, Aleardi, Bramante) la chiamano Chinatown. Sono 800 metri di strada in cui due esercizi commerciali su tre sono gestiti da cinesi: ristoranti, bar, pizzerie, drogherie, empori, negozi di abbigliamento, scarpe, computer, bijoux, frutta e verdura.?È anche isola pedonale, si può camminare liberamente, senza l’intralcio e il pericolo delle automobili. Percorrendo la strada l’occhio è colpito dai caratteri cinesi delle insegne affiancati dai caratteri latini: la scrittura è bilingue. Nella strada ci sono telecamere e paletti definiti dissuasori di parcheggio. In giro per lo più cinesi, alcuni col vestito della festa (c’è un matrimonio in corso in un ristorante), altri trascinano carrellini carichi di merce da negozi a depositi. In tutta via Paolo Sarpi vedo solo delle lanterne rosse cinesi all’ingresso di un ristorante ad angolo con una via laterale. Per il resto: palazzi milanesi, una vecchia insegna milanese di un negozio chiuso da anni, qualche impalcatura milanese intorno a un fabbricato in ristrutturazione. Tutto mi conferma che le uniche differenze tra questo posto e altre parti di Milano sono le scritte in cinese e la presenza «straordinaria» di cinesi. Insomma, nessuna «vera» Chinatown, con mandarini cinesi dai baffi sottili, nessun Fumanchù e nemmeno una fumeria d’oppio (a meno di non scoprirne una prossimamente).
Camminiamo piano, osservo lentamente.
In una vetrina una barchetta nella cui vela è inserito un orologio.
Due grandi civette con gli occhi strabuzzati.
Foto sbiadite di persone e anni lontani nella vetrina chiusa di un vecchio negozio.
Una statua dorata del Budda e piume di pavone.
Un cartello di protesta contro i regolamenti restrittivi imposti alla strada e ai commercianti di via
Paolo Sarpi.
Una libreria remainder, dove compro un libro di Rudyard Kipling con lo sconto del 40%.
Ogni particolare è diverso eppure in qualche modo anche familiare. È familiare e in qualche modo diverso. Percepisco una sovrapposizione: i segni di un passato quasi del tutto scomparso, un presente che si è sovrapposto in parte mimeticamente, come una vernice semitrasparente su una vecchia superficie colorata.
Abbiamo incominciato così a percorrere le strade di Milano, a osservare, a prendere contatto con la città. Milano è cambiata, da quanto ho capito. Non è più la città che era fino a 20 anni fa, poniamo. So che Milano è cambiata. Ma come? In che senso? Cosa è diventata? Devo pormi delle domande, prima di tutto. Mi servono e mi serviranno nel prossimo raid e in quello successivo.
Ho scoperto che la Chinatown milanese non è poi così tanto Chinatown. Ma, anche, è qualcosa di diverso rispetto a Milano. È un’altra cosa. Chinatown è in tutto e per tutto Milano, ma è anche qualcos’altro. E il dubbio che mi prende, mentre pranziamo in una trattoria cinese in cui il menù è ben diverso da quello dei soliti ristoranti cinesi del centro, è che questa città sia già o stia diventando tutta qualcos’altro. Un insieme di qualcos’altro.
L’esperienza con il Kommando McDonald’s è l’inizio di un’esplorazione in cui sarà necessario osservare ed entrare lentamente nella trama, nelle diverse trame che compongono la città. Lentamente. Ricordando con Georges Perec che «..bisogna andare piano, quasi stupidamente. Costringersi a scrivere ciò che non ha interesse.. (…) lasciarsi cancellare dalla realtà, lasciarla imporsi senza intervenire… e fondare così la nostra antropologia (da L’Infraordinario)».
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MILANO NON È PIÙ MILANO: KOMMANDO MC DONALD’S A CHINATOWN
di: Guido Tedoldi
Una volta Milano era piena di gente che la raccontava. Forse perché era gente che di Milano era innamorata.
Io non c’ero, non ero ancora nato. Certe cose me le diceva mio padre, che era pendolare e ogni mattina alle 5 prendeva il treno che veniva da Cremona e andava a Lambrate a lavorare in un mulino. Lambrate non era propriamente Milano, era un paesone che stava fuori dal confine della metropoli. Mio padre, in effetti, non mi diceva molto, perché non ne aveva il tempo fisico: tornava alle 10 di sera, salutava mia madre perché noi figli dormivamo già e si buttava a letto. A dirmi della gente che raccontava Milano erano più le mie zie. Una sapeva le canzoni dei Gufi in dialetto, e ascoltava i dischi di Enzo Jannacci. Per qualche tempo feci un po’ confusione su quale dialetto dovessi parlare io, il bergamasco o il milanese, e quindi non imparai mai bene né uno né l’altro. Da quelle canzoni si sapevano i nomi dei quartieri, i nomi delle vie, i nomi dei personaggi. Quelle informazioni, come le seppi io, le seppero tanti immigrati che dal sud venivano a Milano.
Una ventina d’anni dopo anche io andavo a Milano in treno. Non ero pendolare, ci andavo quasi ogni martedì per visitare e spesso comprare libri in centro. Arrivavo in questo snodo ferroviario, Lambrate, che non aveva più soluzione di continuità con la metropoli, prendevo la metro appena fuori dalla stazione e via in duomo. Mio padre non si capacitava del fatto che non ci fosse più un paese, che dove c’era l’erba ora c’era, be’, tutta una stessa città.
Ho fatto questa premessa perché il giorno che con gli altri del Kommando McDonald’s (Paolo, Dimitri, Domenico), il 7 di gennaio dell’anno di grazia 2009, sono andato a visitare la Chinatown di via Paolo Sarpi… be’, in fase di preparazione del raid quasi non ho trovato informazioni.
Cioè, intendiamoci, questa è l’epoca più ricca di informazioni che la storia umana abbia mai visto. Se avessi voluto sapere qualcosa sull’economia, sulla storia, sulle caratteristiche geologiche (insomma quelle cose lì che si imparano a scuola) e avessi seriamente messo alla prova la mia abilità nel data mining, in internet avrei probabilmente scoperto quasi tutto di quasi ogni centimetro quadrato di via Sarpi – passato, presente e perfino futuro perché mi conosco per il mastino che sono e ho qualche rapporto con l’I-Ching, il libro dei mutamenti che è uno degli oracoli più popolari in Cina.
Ma di un materiale conoscitivo in qualche modo consapevole di sé e non soltanto freddamente cronachistico, ovvero di un racconto vibrante e innamorato come quelli che mi facevano le zie, non ho trovato traccia. Oggi i personaggi dello spettacolo che fanno la gavetta nei locali milanesi si costruiscono una notorietà immediata in televisione. Vanno a Zelig. E lì non parlano di Milano. Parlano di un paesone televisivo immaginario e sbarellato chiamato Italia, dove l’accento romanesco sta in bocca a gente di Torino, in Alto Adige gli impiegati pubblici sono siciliani e a Bari il settore dell’edilizia è in mano a degli oscuri ma benvoluti bergamaschi.
Diceva il romanziere Silvio D’Arzo che una persona muore non quando la seppelliscono al cimitero bensì quando non ha più nessuno che vada a visitarne la tomba. Milano forse sta arrivando a quel punto lì. Non è che stia morendo la città. Sta morendo l’idea di sé che per secoli le è stata riconosciuta.
Non per niente il primo quartiere che come Kommando abbiamo scelto è stato… un quartiere straniero.
Perlomeno, questo è quanto dicono gli italiani residenti. Ne abbiamo subito incontrata una, appena scesi dal tram a uno degli estremi di via Sarpi. Era appoggiata alla vetrina del suo negozio, ha notato le nostre macchine fotografiche e la nostra fiera intenzione documentaria. «Ditelo, ditelo com’è questo posto. Siamo rimasti in 70 in 800 metri di via, ma vi pare mai possibile?». Sembrava gentile, sembrava sorridente. Sembrava una belva repressa.
Comunque la presenza di un substrato milanese è evidente. L’architettura è quella di una ricca e solida città dell’Europa occidentale. L’impressione è di essere in un quartiere cominciato nell’800 e poi tenuto bene. I portoni, i balconi, le finestre, le vetrine – sono in stile perfettamente italiano, o meglio milanese perché «qui non vogliamo fronzoli, questo è un posto dove la gente ha da lavorare». Questa non è una Chinatown come se ne vedono alla tv, in immagini provenienti da San Francisco o Londra: qui non ci sono palazzi ristrutturati su modelli architettonici orientali, o portali di legno in stile Ming a coprire le cancellate; non ci sono nemmeno le lanterne rosse che altrove indicano i ristoranti. Be’, non tante perlomeno.
Le insegne dei negozi, ok, sono in ideogrammi. Quasi tutte, ma sempre facendo attenzione al fatto che una parte consistente della clientela legge i caratteri latini, e se le parole non sono tutte italiane bensì inglesi non sembra esserci problema.
Tra le insegne ci sono anche dei colpi di (probabilmente involontaria) comicità, come quella che introduce a un negozio di «compiuter». Se fosse stato un effetto voluto, be’, avrebbe del geniale. Ma attenzione, qui le macchine elettroniche non si limitano a venderle, volendo le riparano anche. Lo promettono le insegne, e magari i tecnici di qui le riparano davvero – cosa che nel resto d’Italia e in buona parte del mondo non si usa più perché il nuovo costa meno. Sui cinesi d’Italia ci sono leggende (ho letto un libro e diversi articoli in fase di preparazione del raid, e perlopiù tendevano a sfatarle) però, forse forse… si sa mai quali abilità hanno in mente e nelle mani quelli lì…
Quando abbiamo deciso di andare a mangiare, il ristorante che abbiamo individuato non era cinese, o meglio non solo: il menu all’esterno prometteva piatti anche giapponesi. E non c’era posto, perché c’era in corso un banchetto nuziale. Allora siamo andati alla ricerca di un altro locale. Una trattoria, l’insegna diceva proprio così. Qualche ideogramma e poi la parola italiana. E nel menu c’era, santiddio, la trippa. L’ho ordinata al volo – ero lì con lo spirito dell’esploratore, e determinato a portare in fondo la missione.
Nel menu c’erano naturalmente anche gli altri piatti di quella convenzione che in Italia passa per cucina cinese, e avevano il sapore consueto che avevo già trovato in altri locali cinesi di altre città nostrane. Forse un po’ più buono, anzi, un po’ più pieno. O forse ci siamo formati tale impressione perché mentre noi mangiavamo a un tavolo dell’ingresso era seduta una cuoca che preparava i ravioloni… a mano. Tondino di pasta, forchettata di ripieno, e con la stessa forchetta due colpetti all’esterno per dare la tipica forma.
La trippa, invece, era qualcosa di decisamente diverso da quella nostrana. Ci ho messo un po’ a stabilire cosa fosse. Zenzero. A tonnellate. Una volta che le papille della lingua si abituano all’idea, non è neanche male – non diverso concettualmente dall’insaporire la pastasciutta con la salsa di soia invece di aggiungere sale o peperoncino post cottura. Il problema è l’inizio. La faccia che fai al primo morso. La sorpresa di questo piatto noto e ignoto allo stesso tempo, consueto e terribilmente innovativo.
Il rist… ehm, la trattoria, era frequentata soprattutto da clienti cinesi, quasi tutti giovani. La famosa seconda generazione formata dai figli dei pionieri, che si è dimenticata della lingua madre e ciacola con gli amici in italiano. O meglio, nell’italo-milanese fatto di vocali finali strascicate, di «è» pronunciate quasi tutte aperte e di frasi introdotte da muggiti.
Ovvero, a volersi far impaurire, «più italiani degli italiani». Ovvero con un’idea di sé, di cosa sia e cosa significhi essere italo-milanese, che gli abitanti occhi-tondi-naso-grosso-pelle-bianca sembrano aver smarrito, e che è forse ciò che li rende così impauriti. Gli autoctoni, dico, impauriti. Se c’è una cosa che non si legge sulle facce dei cinesi è la paura. Non sono facce di chi reclama un mese lungo tre settimane perché non arriva alla quarta.
A raccontare Milano, oggi, probabilmente sono loro. I cinesi di via Paolo Sarpi. Come pubblico hanno i loro compatrioti che chiedono come sia, cosa sia, cosa significhi. Che chiedono perché Milano e non Prato, o Roma. Che chiedono perché Milano e non Spagna, o Germania.
Che riescono ancora a essere innamorati di questa città.
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FOTOCINESI (controllo sulla luce: Milano-Pechino andata e ritorno senza obliterare il biglietto)
di: Dimitri Fulignati
Rumore di passi.
Paolo Sarpi fu teologo, astronomo, matematico, fisico, anatomista, letterato e polemista, mentre, da qualche anno a questa parte, è principalmente una via anzi la «Via». Non credo che si potesse mai immaginare di accostare Paolo Sarpi alla Cina ed invece l’oracolo del secolo come venne definito da Girolamo Fabrici d’Acquapendente, ormai è, a tutti gli effetti, un membro della comunità cinese milanese da lui, in un certo senso, adottata e ospitata. Fu fermo oppositore della Chiesa cattolica che tentò addirittura di farlo assassinare in quanto non riuscirono mai processarlo e condannarlo per levarselo di torno. Ed eccoci qua, noi del «Kommando Mc Donald’s» in missione per conto di d’Io, per parafrasare, a modo nostro, una battuta del film «The Blues Brothers», ospiti del Signor Sarpi o per meglio dire del «Signol Salpi».
Rumore di fotografie.
L’asfalto bagnato. I visi, gli odori, i sapori, le voci. Il quartiere che si apre al nostro ingresso che ci accoglie, si mostra, si traveste, si denuda, scappa, ci rincorre, viene rincorso. I nostri occhi rapiti e curiosi che cercano di focalizzare l’immagine e il particolare. Siamo degli estranei esploratori nella nostra città, degli archeologi del sociale, antropologi curiosi e voraci. Siamo bambini sulla giostre. Ridiamo, scherziamo, osserviamo e allo stesso tempo veniamo osservati e, forse, derisi. Ci fermiamo ad ogni vetrina, siamo bramosi di scoprirne i contenuti. Prezzi modici e qualità modica, il regno dell’appariscente, dell’inutile, del superfluo accanto ai ristoranti, alle drogherie, agli alimentari, alle videoteche, ai negozi di elettronica. E poi parrucchieri e profumerie. Ogni tanto qualche negozio italiano, qualche insegna degli anni cinquanta che resiste stoica all’invasione, una deliziosa libreria dalla quale sono uscito con in tasca dei versi di Seamus Heaney. Tuttavia il clima che si respira è di pacifica convivenza, almeno apparentemente. I Cinesi sono un popolo di gran lavoratori e soltanto questo dovrebbe essere indice di rispetto nei loro confronti. Prima di tornare a casa, decidiamo di concederci un ricco e succulento pranzo. Pollo agli anacardi, ravioli fatti a mano ripieni di gamberi tritati e cipolle, riso alla cantonese e altre portate assolutamente squisite e decisamente di livello superiore rispetto ai tradizionali ristoranti cinesi, il tutto accompagnato con della fresca e dissetante birra cinese. Il riposo dei guerrieri, il riposo del «Kommando Mc Donald’s».
Rumore di grafie.
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IL PRINCIPIO DI INDETERMINAZIONE
di: Domenico Aliperto
Semplificando, il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce che non è possibile osservare un sistema senza che il suo equilibrio ne venga alterato. Quando si accorse di aver scoperto un pilastro della fisica, Heisenberg pensava alla meccanica quantistica. Io, invece, penso a Milano: ai suoi quartieri, alle sue case e ai suoi abitanti. A volte penso anche a me, che volente o nolente partecipo alla sua frenesia, e divento per forza di cose oggetto oltre che soggetto di questa riflessione. Se osserviamo Milano, se la tocchiamo, non possiamo fare a meno, con la nostra presenza, di alterare l’equilibrio del diorama che crediamo di analizzare.
Noi si tenta comunque. Si tenta di fissare in un fotogramma un istante dell’evoluzione di una piccola metropoli che in effetti si è già incamminata su un sentiero tortuoso, pieno di vistosi cambiamenti. Macchine fotografiche in mano, aroma di caffè nel palato, per gli esploratori urbani è un placido sabato mattina post-natalizio. La città è semivuota. Anche i pochi tram che l’attraversano sembrano barcollare ubriachi, sazi di tutto il bailamme dei giorni che sono appena trascorsi. Le luminarie nelle zone commerciali però sono ancora accese, e attenuano quella sensazione da Sera del dì di festa che i marciapiedi deserti vorrebbero a tutti i costi suggerire. Seguo incuriosito il kommando che mi ha assoldato per documentare con la mia Canon questo primo incontro con Milano. Insieme a me ci sono Paolo, Dimitri e Guido. Tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo scelto come mestiere la scrittura.
Per prendere un po’ di confidenza con la città decidiamo di andare laddove le trasformazioni (e anche le stasi) sono più evidenti, più facili da cogliere. Via Paolo Sarpi, altrimenti detta Chinatown, per l’incredibile concentrazione di residenti che provengono dall’Estremo oriente, con tutte le sue traverse e traversie, è senz’ombra di dubbio una buona palestra. Qui i segni, le espressioni, le andature dovrebbero essere sottolineate dal lungo sorriso degli occhi a mandorla, dagli odori dei fritti delle rosticcerie cinesi, dal suono liquido delle parole pronunciate in mandarino. E invece.
E invece è Milano. Frotte di gente che cammina frettolosa e in silenzio, ragazzi che fumano e confabulano al cellulare tenendo lo sguardo basso, coppie che rallentano perché lei vuole sbirciare nelle vetrine. Ecco, le vetrine. Dalle vetrine e dalle insegne, più che da ogni altra cosa, si intuisce che c’è qualcosa di differente. Gli ideogrammi si alternano ai caratteri latini, e i prodotti in esposizione, dagli alimentari all’abbigliamento passando per alcuni oggetti elettronici molto molto cheap, rivelano al di là dell’evidente distanza formale, estetica, un’altra cultura del consumo. Per come sono abituato io a considerare i milanesi, sono propenso a credere che nessuno di loro sarebbe mai disposto a comprare un oggetto posizionato in display così poveri. Ciò che vedo conferma la mia idea. Qualcuno dei pochi passanti non cinesi si ferma, osserva, ma non entra. I più curiosi di tutti sono i bimbi. Guardano le parrucche dei manichini, le file ordinate, uguali e coloratissime di guanti e cappelli sugli scaffali. Ma poi la mamma o il babbo li trascina via. Proviamo allora a entrare noi. In un’osteria cinese, per esempio (dovevamo rifocillarci, ma garantisco che abbiamo tenuto le antenne drizzate anche a tavola!).
Persino nei ristoranti frequentati solo da cinesi, queste persone che hanno i lineamenti orientali, i capelli neri e lisci, ma un look forse ancora più occidentale del nostro, chiacchierano, pur zoppicando, in italiano. Sintomo dell’integrazione, certo. Ma non solo. «È perché esistono così tanti dialetti in Cina, e sono così diversi tra loro, che le persone che si ritrovano qui fanno prima a capirsi usando la nostra lingua», dice Guido mentre finisce il suo piatto di trippa. Trippa cinese, s’intende, ma l’aspetto è così lombardo… Possibile allora che le uniche differenze tra la Milano di Chinatown e quella a cui sono abituato a vivere io giorno per giorno si riducano solo al modo in cui sono allestite le vetrine, all’estetica del consumo? Non mi aspettavo, questo è ovvio, di essere catapultato a Shanghai o a Pechino, ma speravo di imbattermi in qualcosa di davvero diverso, di lontano da me, qualcosa che avrei fatto fatica a comprendere. Invece ciò che non comprendo è l’omologazione istantanea e quasi totale al nostro quotidiano di una grossa comunità, di sicuro eterogenea al suo interno, ma che comunque proviene da un’unica nazione distante ottomila chilometri da Milano.
Però mi ci vuole poco per rendermi conto che noi, in fin dei conti, via Paolo Sarpi l’abbiamo a malapena sfiorata, che siamo andati lì come osservatori occasionali. Che non siamo entrati nelle case, che abbiamo condiviso con quelle persone solo poche ore in uno scialbo sabato post-natalizio. E poi mi torna in mente Heisenberg. Noi eravamo lì, con i nostri occhi e le nostre lenti (metaforiche e non solo) per farci un’idea di cosa e come fosse, di che sapore avesse questo spicchio di Milano. E con noi ci siamo portati pure le nostre aspettative, le nostre speranze di scoperte esotiche. Ma, più di tutto, ci siamo portati dietro la nostra estraneità a tutto quel sistema. Raccontare Chinatown essendo al di fuori di Chinatown non può condurre altro che a descrivere un luogo visto -nel nostro caso- da una prospettiva milanese. Il luogo, inteso appunto come sistema, diventa, in questo modo, anche lui inevitabilmente milanese. Con i suoi simboli trasposti, le sue abitudini interpretate e rilette, le persone che lo frequentano assimilate alle nostre esperienze pregresse. In altre parole, Chinatown è Milano. Esperimento riuscito.
FINE (del 1° raid)

Mi è venuto in mente “Cronache marziane”.
Un caro saluto,
Roberto
Milano non è più la stessa, per chi tenta di trovare i luoghi del passato.
Una città invecchiata, stratificata dove convivono tante “novità”. Ma il nuovo si presenta con panni a volte già sciupati e ovunque si respirano odori diversi, con qualcosa dentro, che non è sempre gradevole. Un lungo reportage, che mi ha fatto pensare ai Mc Dondald’s, come ad avamposti, a segni, dove si consuma in fretta, uno stare insieme, con ancora indosso i panni da viaggio, dalle diverse latitudini.
La prima volta che sono andata a vivere da sola, avevo preso casa in via Lomazzo, circa il 25 aprile 1980.Era già il quartiere cinese, ma non così tanto… mancavano i negozioni omologati, quelli tanti grandi tutti in fila che vendono le stesse cose. L’atmosfera era più sottile, e le cose che accadono poco per volta si amalgamano meglio. Penso agli interventi di abbellimento delle vie con i precorsi prefissati e le mattonelle rosa…che nulla hanno a che fare con i Gufi, e con le insegne luminose e mobili della piazza del Duomo che non smetterò mai di rimpiangere.