di Pasquale Giannino
Tonino era trafelato. Con la voce tremula si rivolse al giovane carabiniere: “Devo parlare al maresciallo… è accaduto qualcosa di molto grave!”.
“Si calmi e lo dica a me… il maresciallo è occupato.”
“No, per favore… ho bisogno di parlare con lui.”
Tonino era un uomo di mezza età. Gestiva un’edicola in piazza. Viveva in una villetta a schiera, poco distante, con la moglie e la madre.
“Cosa c’è Tonino? Calmati ed entra” disse il maresciallo che aveva udito le frasi concitate del giornalaio, affacciandosi dal suo ufficio con l’immancabile sigaro in bocca. Era un uomo tarchiato e dai modi sbrigativi. Si diceva che quando acciuffava qualche delinquente non molto disponibile a collaborare, fosse avvezzo a utilizzare il sigaro acceso per fargli cambiare idea.
“Maresciallo, si tratta del mio vicino di casa… Ieri sera ho sentito un trambusto nella sua abitazione. Passa ogni mattina alle otto per acquistare i giornali: oggi non l’ho visto. All’ora di pranzo ho provato a suonare alla sua porta…”
“Cerca di stare calmo, Tonino. Adesso telefono alla sede del partito: è là che trascorre gran parte del tempo da quando è in pensione.”
Il prof. Raffaele Mancuso era da sempre impegnato in politica. A riposo da circa un anno, aveva accettato la candidatura a sindaco per le imminenti elezioni amministrative, sostenuto dai verdi e da una lista civica formata in gran parte da giovani, oltre che dal suo partito. Aveva speso una vita intera per i ragazzi, non solo tra i banchi di scuola, ma promuovendo una lunga serie di iniziative per il loro tempo libero: teatro, cineforum, tornei di calcetto, escursioni in montagna…
“Raffaele oggi non s’è visto” disse Peppino Grosso, il segretario di sezione. “È strano, avremmo dovuto programmare un importante incontro con un politico nazionale…”
Quando i carabinieri entrarono nella villetta di Mancuso, si trovarono dinanzi una scena raccapricciante: il professore giaceva riverso a terra, completamente nudo, il volto sfigurato. Gli schizzi di sangue avevano imbrattato i mobili e i quadri. Nessun segno di scasso o di furto. Il maresciallo si appartò nel giardino con Grosso.
“Lei che ne pensa?” gli chiese aggrottando la fronte.
“Comandante… sono sconvolto… è terribile!” rispose affranto il vecchio comunista.
L’indomani la notizia era su tutti i giornali:
“Atroce delitto a Cassano Bruzio: ex insegnante trucidato nella sua abitazione. Escluso il tentativo di rapina, si indaga sulla vita privata dell’uomo…”.
In paese lo sconcerto fu unanime. Cassano Bruzio era un comune di duemila abitanti, in gran parte agricoltori, studenti e impiegati. L’ultimo fatto di sangue era accaduto negli anni Cinquanta per motivi passionali. Ma nessuno più ne parlava. Il maresciallo non aveva mai avuto troppe grane, da quando era in servizio presso il piccolo centro montano. La fama che si era guadagnato rispetto ai suoi metodi era sufficiente per tenere a bada quattro o cinque teppistelli sfaticati, che si limitavano a fomentare qualche rissa nei bar – quando avevano alzato un po’ troppo il gomito – preferibilmente contro gli avventori dei paesi limitrofi: per redimersi bastava una notte al fresco… Il rapporto con gli altri era molto cordiale. Spesso riceveva in dono vini, ortaggi, salumi… secondo la consuetudine dei piccoli centri meridionali, dove il comandante dei carabinieri veniva considerato una delle maggiori personalità del luogo. Gli mancavano pochi mesi per il congedo. Aveva già iniziato a pregustare il ritorno con la famiglia al paese d’origine, sul Tirreno, le passeggiate sul lungomare coi vecchi amici, le partite a carte, la pesca… Quando Peppino Grosso incontrò il politico, pochi giorni dopo il delitto, era ancora stravolto.
“Onorevole, non riesco a crederci… un galantuomo come lui! Non riesco a credere che avesse dei nemici.”
“Beh, forse non si trattava esattamente di nemici…”
“Si riferisce a quelle allusioni dei giornali?”
“Non credo che siano soltanto allusioni…”
“In effetti, della vita privata di Raffaele sappiamo ben poco…”
“Compagno Grosso, bisogna intervenire, non possiamo permetterci uno scandalo a due mesi dalle elezioni!”
“Non capisco, onorevole, di che scandalo parla?”
“Non faccia lo gnorri, compagno! I nostri avversari ci accusano da tempo di essere divenuti i paladini dei froci e dei drogati…”
“Ma, onorevole, cosa sta dicendo?”
“Non possiamo permetterci uno scandalo!”
L’indomani si svolsero le esequie. Molti i giovani presenti. Il passaggio del feretro fu salutato da un lungo applauso. Tra la folla di ragazzi uno striscione: “Ciao professore! Hai fatto tanto per comprendere i nostri problemi. Noi… nulla per comprendere i tuoi”.
I compagni di partito, gli ex colleghi, coloro che lo avevano affiancato nelle numerose iniziative… gli “amici” di sempre rimasero in disparte. Seduti sulle panchine del corso. Alcuni tentavano di mostrarsi indifferenti. Altri non riuscirono a contenere la loro indignazione.
“Che vergogna!” esclamò il farmacista. “Quelli come lui dovrebbero andare al rogo!”
“E pensare che gli abbiamo affidato i nostri figli!” urlò il notaio.
Era d’autunno. Gli ultimi sprazzi di sole accarezzavano i vicoli di un paese tramortito. L’anziana madre sorretta da un’amica – i grani del rosario tra le mani – seguiva dignitosamente il feretro, muta nel suo immenso dolore. Una leggera brezza lambiva le fronde dei pini.
Il giorno dopo, Grosso si recò dal maresciallo.
“Ho avuto delle direttive dall’alto. La questione è seria e potrebbe avere gravi ripercussioni a livello nazionale: occorre muoversi con molta cautela.”
“Cosa intende dire?”
“Le chiedo solo di agevolare il corso della giustizia. Il partito saprà esserle riconoscente.”
“Si spieghi meglio.”
“Mi riferisco alle illazioni dei giornali in merito alle amicizie ambigue del povero Mancuso…”
A meno di un mese dall’orribile delitto, sul principale quotidiano locale si leggeva:
“Arrestato il presunto omicida del prof. Mancuso: il suo vicino di casa Tonino Russo. I due erano in causa da tempo, per la costruzione di un muretto nel giardino”.

Bello!
Blackjack.
In questo racconto ho ripreso una tematica gia’ trattata:
http://www.lapoesiaelospirito.it/2007/08/01/abbasso-i-froci/
Qui cambiano l’ambientazione e il genere. Per il resto, e’ una storia ispirata a un fatto realmente accaduto in Calabria qualche anno fa. Come idea di base, intendo.
Grazie a te, Blackjack. E grazie al padrone di casa.
Buona lettura.
Pasquale
Pasquale, ciò che racconti forse succedeva, più spesso di quanto si possa pensare. Ma succedeva anche il contrario quando delitti di cui si conoscevano i mandanti intoccabili, venivano attribuiti al mondo dell’omosessualità.
Sarebbe auspicabile che i cittadini del mondo venissero giudicati, laddove ce ne fosse la necessità, in base ai fatti, senza rimarcare gli interessi sessuali di nessuno.
un caro saluto
jolanda
Cara Jolanda sarebbe auspicabile capire una volta per tutte che la diversità non esiste, o meglio, che ognuno è diverso da chiunque altro. Conosci sulla faccia della terra due persone uguali in tutto e per tutto? Io no. Neanche due gemelli omozigoti lo sono… Riguardo all’attribuzione del delitto, questa parte del racconto è inventata di sana pianta. Non conosco fatti del genere né i fatti al contrario cui ti riferisci. Quanto dici però non mi sorprende. È facile dare la colpa al “diverso”. Hai visto lo stupro di San Valentino? I primi due “romeni” con la faccia da delinquente che hanno trovato li hanno sbattuti in galera… Il problema è più generale, riguarda una violenza raffinata e devastante: quella esercitata dal potere.
Un abbraccio,
Pasquale