Grotteschi e Arabeschi

Vitaliano Trevisan, Grotteschi e Arabeschi, pp.100, € 14, Einaudi, Stile Libero

Un balzo a ritroso che attraversa due secoli, l’incontro con un maestro-mostro, il contatto implosivo fra poetiche distanziate da mezzo abisso che tuttavia vogliono spingersi oltre i propri confini per fagocitarsi a vicenda in una fusione oscura, tesa, febbricitante. Trevisan che rivisita Poe, oppure Poe che raggiunge (si fa raggiungere) da un collega lontano mille-miglia-luce nello spazio e nel tempo? Ha senso porsi interrogativi sulla natura di un big bang narrativo come quello che gioca ad autoalimentarsi in questo nuovo mirabolante Grotteschi e Arabeschi? Probabilmente sì, se il primo dubbio da risolvere coinvolgerà l’ipotesi di un tributo riverente e dimesso, cioè il sospetto che a guidare un autore contemporaneo già celebre per inestirpabili devozioni verso un altro grande della letteratura mondiale (Thomas Bernhard) sia stato il desiderio necessitante di spostarsi anche laddove nessuno si sarebbe aspettato che andasse, ovvero tra le fittissime maglie di un immaginario orrifico ormai canonizzato, forse addirittura logoro, sicuramente inarrivabile. Cervellotico, ossessionante, asfissiato in un mondo egotico senza vie di fuga capaci di trovare soluzioni aliene alle ossessioni stesse, l’universo di parole che lo scrittore vicentino ha sempre saputo costruirsi in un decennio abbondante di attività autoriale rimane tuttora (almeno in Italia) l’emblema di una letteratura che non rinuncia alla cattiveria, all’esposizione di nudità mefitiche, scomode, alla ricerca, insomma, di linguaggi concepiti non solo per codificare la realtà (la verità? – se esiste) ma soprattutto per sollazzarsi a plasmarla ex-novo, assumendo come punti di partenza gli anfratti ombrosi dei nostri gesti quotidiani, dei movimenti maldestri con cui sonnambulamente calpestiamo la terra e il cemento. Capiterà allora che in questi cinque racconti di paura austera e feroce non riconosceremo l’odore ammorbante e colpevole dei cadaveri di Poe, e nemmeno il battito del cuore nascosto sotto il pavimento abitato dall’illustre bostoniano; piuttosto vivremo l’avventura di percepire il sapore di un’amniosi orrifica prossima, vicina, e di convogliare insieme a lei nel buio beffardo che il creatore dei Quindicimila passi e di Un mondo meraviglioso ha fiabescamente disegnato sulle pareti della sua stanza infestata. Pareti da scrostare, da graffiare con le unghie per togliere di torno le tracce di un amore profondo e irrimediabile (come nel caso del bellissimo racconto Niente specchi in questa casa), segreti innominabili da dare in pasto ai fiumi (Madre con cuscino), vendette servite fredde – quindi con la massima perfidia – ai danni di un celebre regista italiano dei giorni nostri a cui viene donato il privilegio di una morte fittizia, e dunque reale, più reale che mai, la peggior fine possibile (Il barilozzo di Amontillado): eccolo qui lo specchio su cui Trevisan prova a riflettere le sue paure, i suoi atti d’offesa, i suoi ghigni spietati. Seppur appoggiandosi alle iridi dilatate di un fratello senza tempo, che certo oggi ghignerebbe compiaciuto di fronte a esegeti tanto talentuosi, ispidi, e a lui dissimili.

Ade Zeno

Un pensiero su “Grotteschi e Arabeschi

  1. Emanuele Kraushaar

    Un nuovo libro di Trevisan, una buona notizia.

    Tra l’altro ho letto che è anche uscito un film con lui come attore (molti lo avranno apprezzato in “Primo amore” di Garrone): “Dall’altra parte del mare”.

    Consiglio vivamente di seguire anche il suo lavoro teatrale.

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