
Desktop art, una rivolta a colori
contro l’anonimato dell’era digitale
di Umberto Eco
Ci sono delle cose che io non faccio e tuttavia ne riconosco l’impatto e il significato sociale. Per esempio non uso il telefonino, se non per chiamare i taxi se sono in giro, e per il resto lo lascio spento perché il fine primario della mia vita è non ricevere mai messaggi da tutta quella gente che c’è qui intorno, e possibilmente non inviarne, se non via Repubblica. Eppure capisco come questo strumento stia cambiando la vita di molte persone, e in certi rari casi persino in senso positivo.
Non seguo abitualmente le partite di calcio se non una volta all’anno. Quando non esisteva neppure il telefonino, un cronista ha tentato di disturbarmi mentre ne guardavo una con mio figlio quattordicenne, e il ragazzo ha risposto mirabilmente “papà non può venire al telefono eprché sta ascoltando Brahms”. L’episodio ha fatto il giro delle redazioni sportive e da allora sono stato lasciato in pace durante le partite di cui una volta ogni scomparsa di presule uso compiacermi se sono giocate bene.
Non annuso cocaina ma sono molto soddisfatto che, annusandone troppa, tanti grandi manager si siano buttati in speculazioni avventate e ora siano sul lastrico. Ecco.
Ho pertanto riflettuto alla bella esposizione di desktop che Repubblica mi ha sottoposto. Io ho un desktop pulitissimo, ovvero con colore di fondo uniforme, perché ho tante icone di programmi di diversi che devo essere in grado di trovare subito quel che cerco e non potrei permettermi di metterle ai lati per lasciare al centro neppure un disegno di Raffaello con dedica autografa. Anche con lo screen saver mi sono ritirato, dopo molti esperimenti, su quello che mi dà gli orologi con le ore di tutto il mondo, che almeno serve a qualcosa appena accendo il computer.
Però se molte persone si dedicano a inventare immagini, molte originalissime, per il loro desktop, la cosa deve avere un senso, tanto quanto parlare di calcio, e parlarne magari al telefonino. Così di per sé non avrebbe senso sporcare i muri esterni di casa propria eppure esistono graffitari molto interessanti (che però hanno la prudenza di graffitare sui muri altrui).
Farsi un desktop alla cui invenzione si sono dedicati tempo, fatica, immaginazione e tanta passione vuole dire che, non appena il computer si illumina, noi dobbiamo ritrovare qualcosa di rassicurante, e di nostro. In tal senso il desktop personale può essere un modo per reagire all’anonimato a cui ci spinge Bill Gates. Lui ci vorrebbe tutti uguali e il desktop personalizzato sarebbe la nostra risposta rivoluzionaria.
Però ritengo significhi qualcosa di più. Che sia il sostituto della copertina di Linus, ovvero oggetto transizionale?
Infine si potrebbe pensare al desktop come a una nuova forma di arte. Ogni nuova tecnologia ha generato la propria arte specifica, molti artisti avevano persino cominciato a praticare la Fax Art, si pensi ai vari esempi di Computer Art, in fondo nessuno se ne era reso conto ma anche il telefono aveva generato la propria forma specifica di invenzione artistica, la telefonata poetica sussurrata, la seduzione via timpano (o coclea, o labirinto, non so bene), e in fondo una forma degenerata dell’arte telefonica è la chiamata del disturbatore notturno in preda a satiriasi.
Ed ecco dunque la Desktop Art, meno effimera di tante altre forme artistiche, e al postutto molto – come dire – libera e morale, perché prodotta per un godimento privato e non per ottenere il plauso delle folle – salvo il caso di concorso nazionale.
E in fondo, non si tratta neppure di qualcosa di insostenibilmente nuovo. Dall’invenzione di Gutenberg e sino a parte del Settecento, i libri venivano venduti a fogli stesi e poi ciascuno se li faceva rilegare a proprio gusto. Per non dire che, almeno per un secolo, le lettere iniziali si lasciavano in bianco, in modo che il cliente potesse farle miniare dall’artista di fiducia, avendo così l’illusione di possedere ancora un manoscritto. Amare un libro perché ha una rilegatura e delle iniziali diverse da quelle di tutti gli altri è certamente un piacere aristocratico (e costoso). Democratico e gratuito è invece avere invece un computer diverso da tutti coloro che usano il proprio senza fantasia.
E infine, se qualcuno dedica tempo costruirsi il proprio desktop invece di perdersi in insulse spiate dal buco della serratura su You Tube, o addirittura sui siti porno, non è forse meglio? E il ministro Brunetta potrebbe considerare fannulloni anche gli impiegati del catasto che usano le ore d’ufficio per farsi un bel desktop?
(la Repubblica,12 aprile 2009)
(fonte immagine)

Si narra, perché parlando di Eco non si può affermare altro che ‘si narra’, che il buon Eco, stanco di essere riconosciuto da tutti, e disturbato, qualche hanno fa decise di tagliarsi la barba. Il risultato fu stupefacente: non lo riconosceva più nessuno e più nessuno lo disturbava.
Durò pochissimo e, sempre il si narra, ci racconta che si fece ricrescere la barba in un amen.
La morale? Semplicissima direi e non vale nemmeno la pena sprecare altre parole per raccontarla.
Blackjack.
ma non è un pezzo di una noia e di una banalità mortali?
Ach… mi è scappato un anno con l’acca: chiedo umilmente venia. Per il resto sì, concordo con Franz: pezzo noiosissimo e altro.
Blackjack.
Eco e Alberoni. Uno copiava i compiti dal compagno, l’altro direttamente dall’enciclopedia. Ma fanno lo stesso mestiere: aria fritta. La fama della genialità di Eco nasce dal fatto che ha letto e parafrasato gente che all’epoca in Italia nessuno conosceva, tipo Peirce e McLuhan. Ma in filosofia è un empirista Humiano molto bravo ad archiviare e connettere. Niente di più.
Aria fitta… Mah, insomma, troppa sicumera e insofferenza cari amici verso il vecchio Eco, per voi già transitato dalla categoria di “venerato maestro” a quella de… “il solito stronzo” (Arbasino dixit).
Assistetti quasi 30 anni fa, nella sala del Grechetto alla Sormani di Milano, alla presentazione del libro di G.Ferretti “Il best seller di qualità”, un pamphlet contro i libri di facile successo che però ambivano alla qualità. Tra questi “Il nome della rosa”. Era presente al tavolo del dibattito Eco, che quando fu il suo turno, con aria sorniona (ma l’uomo è anche molto narciso) tirò fuori da una sua cartelletta un ritaglino di “Rinascita” a firma dello stesso Ferretti molto elogiativo del romanzo stroncato in volume. “Cos’è successo tra l’articolo e il saggio?” chiese Eco. E aggiunse subito: “Semplice, il romanzo aveva superato il muro del suono delle 100.000 copie vendute”.
Non so da cosa origina la vostra stroncatura di questo pezzo. E’ nello stile delle “Bustine di Minerva” dell’ultima pagina dell’Espresso. Per me quasi mai noiose. Eco nell’Italietta di sempre non è assimilibaile ad un Alberoni qualsiasi. L’uomo è rimasto un professore carducciano, ma molto prima era stato l’innovativo autore di “Opera aperta” di “Apocalittici e integrati”. Lo stile era quello: brioso e informato, per nulla noioso. Mi sono formato sui suoi libri. Mi fa male vederlo maltrattare. Perché non lo merita.
concordo, Alfio.