La medicina delle favole

fiabe

di Alessandro Zaccuri

“Sparano ancora, papà?”
“Sì, ma lontano lontano. Qui non succede niente.”
Soltanto adesso sembra che torni a respirare, ma rimane in silenzio.
“Paura?” gli chiedo. Non risponde.
“Prendiamo un po’ di medicina?”
Non c’è luce nella stanza, se non quella delle granate in esplosione, un lampo che filtra dalle finestre. Ogni vampata rimanda un riflesso opaco dal nastro adesivo attaccato in diagonale sui vetri. Non c’è luce in questa stanza, ma lo vedo annuire piano, come se – una volta di più – non volesse far rumore. Quattro anni, e la prudenza di un vecchio.
“Allora” inizio, “c’era questo bambino che si chiamava…”
“Spaventino” prosegue lui. È il segnale che la medicina ha già iniziato a fare effetto.
“C’era questo bambino che si chiamava Spaventino” riprendo, “perché viveva in un paese in cui c’era anche un orco, che tutte le notti dava una festa nel suo castello e il chiasso si sentiva fin da casa di Spaventino…”
L’avevamo scoperta insieme, la medicina delle favole. Era stato poco prima che iniziasse la guerra. A ogni capriccio, a ogni nuova paura, bastava avere abbastanza fantasia per inventare un bambino che vivesse qualcosa di simile, per raccontare le sue avventure e la sua vittoria, l’immancabile liberazione dalle lacrime e dallo spavento.
Almeno a questo, pensavo, i libri mi sono serviti: a inventare storie. Non sapevo che, da lì a poco, sarebbero tornati utili in un altro modo, come combustibile per la stufa. Abbiamo iniziato a metà dell’inverno scorso. Bruciavamo carta di giornale, ma si consumava troppo in fretta. Allora siamo passati a certi romanzetti in brossura che sapevamo non avremmo più riletto, finché non ci siamo accorti che i volumi rilegati durano più a lungo, riscaldano meglio, consentono di cucinare con maggior tranquillità.
A quel punto è cominciata la strage. Inizialmente spettava a me scegliere i titoli con cui scacciare fame e freddo, ma presto mi sono stancato. Ho liberato uno scaffale e vi ho allineato sopra i libri indispensabili: la Bibbia, Dante, Shakespeare, un paio di dizionari, un atlante del mondo di prima, qualche altro titolo che metto e tolgo. E le favole, la sua medicina.
Ci ho riflettuto molto. I libri per bambini sono coloratissimi e l’esperienza mi insegna che quel tipo di inchiostro rilascia una fiammata più convinta. Ma non si toccano lo stesso. La guerra potrebbe ancora durare molto, fra un paio d’anni saprà già leggere, fra tre potrei non esserci più (si vocifera che ci richiameranno tutti al fronte), lei potrebbe non avere la forza di raccontare. Così avrà i suoi libri, che gli medicheranno la paura.
Ne ho nascosto uno anche giù, nel rifugio che ancora non abbiamo adoperato. Un Pinocchio tutto figure e colori. Già adesso conosce un po’ la storia, chissà che sorpresa ritrovarsela davanti quando dovremo correre in cantina. Con gli altri uomini del caseggiato ho fatto diverse esercitazioni. A un’ora convenuta siamo usciti sui pianerottoli come se fosse suonato l’allarme, abbiamo sceso le scale di corsa (l’ascensore non funziona più da maggio, e poi sarebbe troppo pericoloso), uno di noi ha estratto le chiavi, aperto i lucchetti e via, tutti dentro. È un locale un po’ più ampio degli altri, le pareti foderate di materassi, qualche sedia, un paio di brandine per i bambini, una lampadina collegata a un vecchio gruppo elettrogeno. Proprio dietro la porta, una fessura. Nella fessura, il suo Pinocchio.
“Ma l’orco era grandissimo?” domanda.
“Ma no, era piccolo come un criceto. Solo che aveva un vestito magico che lo faceva sembrare grande.”
“E Spaventino?”
“Spaventino mette su gli occhiali magici, vede quant’è piccolo l’orco, ride e l’orco scappa, scappa via dalla vergogna.”
Gli occhi si sono abituati alla penombra, vedo che sorride. Una carezza sui capelli arruffati dal poco sonno: “Ora dormi” gli dico.
Sembra davvero che abbia preso una di quelle medicine che, quando era piccolo, non gli abbiamo voluto dare, il genere di prodotti che adesso non si trova più nelle poche farmacie rimaste aperte. Si accoccola sotto le coperte, pare non si accorga più delle granate.
Torno a letto anch’io, mia moglie mi aspetta sveglia.
“Tutto bene” le dico e mi distendo accanto a lei.
Le passo un braccio attorno alle spalle, posa la testa sul mio petto. Dopo qualche minuto sembra si sia già addormentata, ma forse sta facendo come me. Finge di non accorgersi che le granate si fanno più vicine ogni ora che passa. L’orco fa festa, ha rotto tutti gli occhiali magici e in città non c’è più un ottico aperto. Restiamo soltanto noi, in questa casa. Noi siamo le nostre storie, siamo la nostra medicina.

(1995)

da Alessandro Zaccuri, Che cos’è una casa, Cittadella editrice 2009

 

(fonte immagine)

Un pensiero su “La medicina delle favole

  1. alberto

    Bello, incantato ed incantante. Il potere della parola è magico e crea le vite anche dentro la zona più vicina alla morte. Le fiabe allungano la vita. Soprattutto agli adulti e medicano la giornata di ognuno di noi. Alberto

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