100 miglia, di Roberto Plevano

100 miglia

di Carlo Giacchin

«La mia è una generazione di mezzo, venuta alla luce e cresciuta in una società spuria, che a lungo, nel disinteresse generale, ha incubato alcune malattie degenerative di diagnosi difficile e impossibile cura»

Mi è capitato di leggere, e rileggere, “100 Miglia”, romanzo d’esordio di Roberto Plevano, autore vicentino, studioso di storia del pensiero medievale.
E’ un romanzo immaturo, senza un nucleo narrativo ben definito e privo di un vero filo conduttore che orienti il lettore nello sviluppo della storia.
Eppure, paradossalmente, questi difetti sono i punti di forza dell’opera, e il suo maggior pregio.
Attraverso la molteplicità di situazioni che il protagonista, Luca, affronta nel corso della narrazione, si mette in luce una rappresentazione efficace delle contraddizioni e delle incertezze di una generazione alla ricerca di solidi punti di riferimento in una società che non ne ha più, e che offre solamente il senso di una precarietà apparentemente ineludibile.
Luca non sembra soffrire di questa situazione, all’inizio. Lavora stabilmente, ha una famiglia solida, senza problemi economici assillanti, e con sue certezze personali. Ma al di là della sua “normalità” Luca ha in comune con la precarietà del vivere di molti suoi concittadini molto più di quanto egli creda.
Nonostante questa apparente facilità del suo vivere, Luca cerca inconsapevolmente nel volo libero una sorta di catarsi ideale che lo porti alla liberazione da un senso di provvisorietà incombente, annidato tra le pieghe della sua anima.
Il volo libero è, per definizione, precario. Ma proprio in questa sua natura effimera sta l’estrema bellezza dell’esperienza. Decollare, prendere quota, prolungare il volo attraverso la sapiente arte di sfruttare le termiche che spingono in alto il parapendio, e godere in pienezza del poco tempo concesso prima di toccare di nuovo terra è il segreto, semplice e nascosto, da scoprire.
Il volo, nell’opera prima di Plevano, non è solo banale metafora del vivere, come non lo è l’ambizione di raggiungere l’obiettivo di ogni pilota di parapendio, le cento miglia di volo continuo. E’ l’essenza stessa della vita.
Plevano riesce a comunicarci che in fondo ogni esperienza umana è precaria. Ogni generazione deve fare i conti con la precarietà del vivere: sia il lavoro, l’amicizia, l’amore, la vita stessa. Ma dobbiamo, tutti, riuscire a fare di questa provvisorietà un valore.
Renato, grande amico e compagno di sempre di Luca, muore improvvisamente in un incidente terribile. La sua vita prematuramente spezzata, lo strazio del distacco, il dolore dei genitori di lui lasciano attonito e sconvolto Luca, che reagisce imputandone a Dio la responsabilità.
Ma alla fine egli, nel tornare nella casa dell’amico morto, ritrova la copia di un libro tempo prima regalatogli, e lo scopre pieno di appunti, di riflessioni. E’ la riconciliazione con il destino, e con Dio, e con Renato stesso. Luca comprende che, alla fine, anche l’amico ha compiuto le sue cento miglia, e comprende il perché di quel volto sereno dopo la morte, intravisto nel letto d’ospedale.
Il viaggio, ideale, che Luca intraprende verso le sue cento miglia, è guidato da un istruttore, Giovanni, uomo di poche parole e dotato di un naturale e sano scetticismo verso la sofisticatezza intellettuale, accompagna Luca nel suo prendere contatto con la vita reale, e la sua, appunto, provvisorietà, in attesa di un alba ideale di rinascita, che alla fine comparirà con i contorni dapprima sfocati e, poi, nitidissimi.
Un romanzo denso di emozioni, e di significati nascosti, questo di Plevano.
Come dicevo all’inizio, 100 miglia è un romanzo anomalo, che in apparenza può sembrare privo di “focus” e per questo difficile da inquadrare. Un lavoro di editing come si deve, un taglio a qualche parte che risente della sua abitudine alla speculazione (certi dialoghi troppo lunghi, lontani dalla naturalezza del discorso diretto), una strutturazione migliore e un accentuazione del punto di snodo del racconto, e 100 miglia sarebbe diventato… chissà.
Un consiglio all’Autore, e un augurio al Lettore: che 100 miglia sia solo il primo.

8 pensieri su “100 miglia, di Roberto Plevano

  1. lucy

    complimenti vivissimi a roberto, che ho imparato a stimare da queste pagine. leggerò il libro con molto piacere, felice che sia “immaturo”: i libri finiscono di maturare nella serra di chi li legge.
    lu

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  2. Roberto Plevano

    Ciao Lucy carissima,
    dai che mancano due settimane alla fine delle lezioni (non del grosso del lavoro, che per sua natura non cessa mai).
    Ringrazio per i complimenti, sono immaturi, aspetta di avere un’opinione formata.
    Ti dirò, la decisione di pubblicare è venuta dopo mille esitazioni, e ancora adesso non sono sicurissimo di aver fatto la cosa giusta.
    Il libro è una pubblicazione bona fide, non mi è stato chiesto nulla per la stampa, e ritengo sia stato scelto perché è effettivamente insolito.
    Puoi leggere (e partecipare a) una recensione con discussione nel sito di Massimo Maugeri

    http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/05/21/recensioni-incrociate-n-8-giorgio-morale-roberto-plevano/

    Ciao, a prestissimo
    Roberto

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  3. Giorgio

    Un carissimo saluto, Roberto, e in bocca al lupo per il libro.

    Per le mie impressioni, rimando anch’io al già indicato post su Letteratitudine.

    Per intanto auguro una buona serata, da una Milano rovente.

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  4. robertorossitesta

    Anch’io ho letto il libro e dialogato con Roberto su di esso, e sono sostanzialmente d’accordo con la lettura di Carlo Giacchin, purché si prenda per il giusto verso l’affermazione “E’ un romanzo immaturo”. Piaccia o non piaccia, ne è passata di acqua sotto i ponti da quando si scriveva “maturità è tutto”…
    Un caro saluto,
    Roberto

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  5. Roberto Plevano

    Un caro saluto a Giorgio e a Roberto. Questa cosa dell’immaturità del lavoro rischia di rimanere attaccata come un’etichetta non del tutto desiderata. Le recensioni serie di 100 miglia apparse finora (quella di Morale sul sito di Maugeri e quella di Giacchin) sono state recensioni oneste, nel senso che hanno espresso il dubbio che l’autore non abbia in fin dei conti voluto presentare un lavoro ben rifinito, rispettoso di determinate regole di costruzione formale, ecc.
    Si decide di pubblicare un lavoro di narrativa per diverse ragioni, i casi son tanti. Per quanto mi riguarda, c’è stata l’idea di dare “dignità letteraria” a un ambito di attività che non l’aveva ancora conosciuta, esprimerne il potenziale metaforico. In questo senso l’operazione, lo posso dire ora, ha avuto un certo successo, attestato anche dal prefatore, e dal numero di persone, certo non sempre lettori “forti” con i quali siamo abituati a interloquire, che si sono sentite “parti in causa”.
    Posso dire che il romanzo, pur nella limitata circolazione che gli è possibile, ha suscitato reazioni e riscontri imprevedibili.
    (continua…)

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  6. Roberto Plevano

    Insomma, quello che vorrei dire è che sono molto d’accordo con tutto le critiche fatte finora, sia quelle espresse privatamente, sia quelle fatte nelle recensioni pubblicate.
    Tuttavia, il romanzo funziona per un sacco di gente (ma non per tutti), il che è stupefacente, se vogliamo, se si pensa alla convolutezza dei dialoghi, a certe lungaggini, o a certe violazioni di una certa prospettiva narrativa (la domanda rivoltami a proposito del “narratore implicito” nel cap. 4: è un narratore impersonale, e tuttavia commenta).
    Il punto è che se tu decidi di proporre qualcosa per la pubblicazione, devi avere in mente un destinatario.
    Io al destinatario ho sempre pensato in termini assai esclusivi, mentre scrivevo, e poi, ultimando il romanzo, ho avuto la sensazione che il mio lavoro potesse essere proposto a un pubblico ragionevolmente vasto.
    Così le mie esitazioni sono venute meno. Pubblicare… perché no?
    E mi sarebbe piaciuto, amici miei, avervi tra i presenti nelle poche presentazioni che ho fatto: in una piazzetta, sotto le stelle, amici, colleghi e studenti tra il pubblico, e un bravissimo attore che legge la tua pagina, e ad essa dà una vita che non ti saresti mai aspettato.
    Sì, davvero, pubblicare… perché no?

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  7. lucy

    piazzette venete? al prossimo romanzo, allora!
    contrariamente a quello che si intende con letture *estive*, per me leggere d’estate, lontano dal lavoro che mi fa fare sempre una lettura specialistica in automatico anche quando non vorrei, significa godermi il testo da lettrice semi-ignara, a tutto vantaggio della godibilità e dell’autenticità dell’opera, che mi parla ai sensi e al cuore, poi al cervello. lo so che può sembrare arcaica, quasi medievale, questa suddivisione in momenti, ma è sicuro che mi accade e che ciò che resta non lo dimentico: nel bene e nel male. ‘etta che ti leggo: a te e a giorgio, e a qualche altro che bazzica da ‘ste parti. solo dopo andrò a vedermi le rece. e se non sono d’accordo, posso replicare?

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  8. Carlo Giacchin

    Carissimi,
    l’incontro con il libro di Roberto è avvenuto in maniera inconsueta. Da tempo leggo, per piacere e, diciamo così, per mestiere un sacco di libri inediti. Quando ho contattato l’autore, tramite i curatori di un sito abbastanza noto, ho scoperto che invece di un inedito avevo tra le mani un’opera prima.

    Per questo ho scritto che trattasi di un libro “immaturo”. Ossia direttamente – o quasi – passato dal manoscritto alla pubblicazione.

    Chi si occupa di editoria, anche solo indirettamente, sa che il lavoro di pubblicazione passa attraverso un lungo percorso di rilettura, revisione critica, ristrutturazione ecc. Ossia, in una parola che non mi piace molto, attraverso un lavoro di “editing”.

    Naturalmente tutto questo lavoro di “intermediazione” tra l’Autore e l’opera pubblicata costa tempo, fatica e soldi.
    Ci sono due modi di pubblicare: attraverso un lavoro di redazione, in cui l’Autore è guidato lungo un percorso progressivo fino alla bozza cianografica (la penultima stazione prima del “si stampi”) oppure l’Autore fa tutto da solo e consegna il testo alla casa editrice, spesso in formato “.pds”, pronto per essere lanciato in stampa. Esiste anche una terza via, che è quella della pubblicazione a pagamento (ma lasciamo stare).

    La realtà è questa. Per pubblicare, e avere un riscontro, anche solamente in termini di diffusione dell’opera e di distribuzione potenziale, occorre sottomettersi al sistema. Non amo questo modo di fare editoria, che alla fine premia solo i “vendibili” e trascura i meritevoli (anzi, diciamola tutta: dei meritevoli l’80 per cento degli editori se ne xxxxono). Cerco, nel mio piccolo, di fare qualcosa contro questo, ma debbo addattarmi.

    Ecco: il libro di Plevano avrebbe potuto avere un lavoro di editing, e il libro ne avrebbe guadagnato dal punto di vista formale e strutturale.

    Ma, come dicevo nella recensione, questa “maturità” (maturità strutturale, obbedienza ad alcune tecniche di sviluppo narrativo, cura dell’ambientazione, caratteristiche dei personaggi, tempistica nei dialoghi, verosimiglianza cronologica, ecc, ecc.) lo avrebbe forse snaturato, privato di quella immediatezza, sia linguistica che narrativa, che è invece un pregio.

    Farò un altro esempio: scrivere un romanzo, se si conoscono le tecniche giuste, e se si ha l’esperienza adeguata, non è difficile. Così fanno tutti i maggiori autori di best-seller. Sfornano in serie libri strutturalmente esatti, pesati con il bilancino rispetto a tempi, personaggi, colpi di scena e tutto il resto. Ma non sono scrittori: sono scriventi, mestieranti della parola scritta.

    Scrivere un libro senza minimamente usare (volutamente o involontariamente) questi “arnesi del mestiere”, e far si che funzioni, riuscendo a evocare emozioni, non è cosa da poco. E’ qualcosa che somiglia al talento (o qualcosa di simile, fate voi).

    La vera innovazione, in letteratura, è la rottura degli schemi prefissati. Il massimo? Usare gli schemi, le tecniche consolidate per romperle, creandone altre.

    Roberto forse voleva scrivere un libro sul volo, e sul suo «potenziale metaforico», ma ha fatto qualcosa di più.
    Quando uno consegna un libro alla lettura il libro non gli appartiene più, in un certo senso. Lo regala all’immaginario, alla fantasia, alla coscienza (all’anima?) dei lettori. Che vi vedono, spesso, qualcosa di molto diverso da quello che pensava di evocare l’Autore.

    Spero di essere riuscito a spiegare cosa significava, nella recensione, che il libro di Roberto è un libro “immaturo”.

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