Ritmo

di Barbara Gozzi

Seguo.
Resisto
Dentro oscillazioni.
Fasi che sono altalene lunghissime, rette da fili d’acciaio flessibile, quasi gommoso ma che mai – mai fin ora – si sono spezzati.
Ondeggio in continuazione.
Le maree confondono, schiacciano.
Qualche volta mi sento l’acqua ‘in’ gola. E divento furioso, disperato. Annegare continuando a fare quello che c’è da fare, mi sfinisce. L’acqua in gola è pesante, marmo liquido, e complica movimenti semplici. Se ho voglia di alzarmi mi devo organizzare per tempo.
A un certo punto finisce, sparisce. Torna tutto come deve, arida e vuota sequenza di azioni ripetute.
Poi c’è questa consapevolezza contorta. Di cavalcare una certa onda che però non si deve guardare in faccia. È come guidare una macchina imponendosi di ignorarne ogni caratteristica, dalle più banali e scontate come la dinamica per inserire la retro. Ignorare è una delle parole d’ordine delle oscillazioni. Eppure so. Dunque consapevolezza. So quando sono incazzato, so quando sto strisciando con la lingua incollata al cemento, so perfino quando la mente sta per andare in blackout temporaneo.
Sapere ma fingere di non.
Le onde d’altronde, sono così.
Se resti vigile, attento, le vedi mentre prendono la rincorsa. Ma se ci finisci sopra conviene lasciarsi guidare, tentare di rimanere in piedi o almeno non finire con l’osso del collo rotto.
Le conoscevo già – certo – le oscillazioni anomale, in quasi quarant’anni di respiri ne ho subite diverse. Eppure diluite, allungate in mesi, più spesso anni. Ultimamente invece no. Ogni ora, mezza giornata se proprio va di lusso, le sento. Mi tremano le gambe. Le mani si attorcigliano, e la pancia non ne parliamo, si gonfia e sgonfia secondo ritmi estranei. È lui – il mio corpo – che si prepara all’attraversata, a reggere l’urto.
Qualcuno mi ha detto (o era uno dei miei ‘io’?) che è il ‘dove’, il colpevole. È il fatto di restare per troppo tempo al giorno in un posto che mi è insopportabile. Forse a piccole dose reggerei. Ma oltre, il tempo si allenta, diventa faticoso restare, lentissimo e infinito sopportare che passi. Non potersi alzare (cambiare o andare) è la peggiore cattura possibile. Eppure dovrei essere abituato ad adattarmi, l’ho fatto spesso. Adattarsi è una bella parola, scivola veloce sulla gola. Adat-ttt-aaaarsi.
Vivere in questo modo non è piacevole, sapere e ignorare è assurdo perfino da spiegare (infatti non lo faccio, mi limito a registrare come funziona).
C’è stata una ragazza, anni fa, Serena si chiamava, si, sono sicuro. Serena. In una delle ultime serate passate davanti alla tivù, con lei acciambellata sul divano scomodo e io in transito tra il trance ipnotico e qualcos’altro che all’epoca non avevo identificato (paralisi da emozioni, ora lo so), mi fa: il tuo problema è l’energia, ne hai quantità industriali eppure non la usi, la reprimi, e lei si ribella rendendoti insoddisfatto, incompiuto.
Anche incompiuto ha un suono interessante, armonioso. Inn-compiuuu-to.
Ci siamo lasciati la settimana dopo, o quella dopo ancora.
Però aveva ragione, ormai lo posso dire senza correre rischi di autostima. Aveva così ragione Serena, che avrei dovuto implorarla di restare, di continuare a martellarmi il cervello, aprirmelo fino a smuovere con le nude dita l’eventuale materia grigia ancora reattiva dentro.
Avrei dovuto fare una – ormai – lunga lista di azioni. Avrei dovuto non darle retta (non a Serena, ci mancherebbe), io lo sapevo. Lo-sapevo-cazzo. Cazzo. Che con quegli occhi accecanti e quell’ombelico perfetto, liscio e morbido, mi avrebbe rincoglionito. Lo sapevo-altroché-cazzo. Solo che ci sono cose che vanno da subito in un certo modo, lo devo ammettere. Mi è piaciuta anche per quel suo essermi superiore, diversi passi avanti. E lei voleva un figlio, uno almeno entro i trenta. Io francamente no. Assolutamente no.
Un figlio che vuol dire borsellino sempre vuoto, non dormire, non poter fare praticamente niente senza la creaturina che per carità, io lo so – lo so – che diventa una droga, non ne puoi fare a meno nonostante gli strilli per mesi filati, e l’aver pulito merda ogni tre ore e pagato parcelle stratosferiche da illustri pediatri per uno starnuto di troppo o un minuscolo (due millimetri) arrossamento (rosa pallidissimo) sulla chiappa destra (ancora pannolino dipendente, la chiappa e il resto davanti).
Per farla breve, sapevo che mi avrebbe fregato (sempre lei, non Serena tanto meno creaturina). E adoro, vivo per quel bambino.
Bambina. Se mi sente è la volta buona che mi morde una caviglia strappandomi tutto, carne e ossa comprese.
Resta il fatto che non avrei dovuto.
Lasciarglielo fare così.
Forse, senza la sua fottuta ossessione e l’astuto piano, non sarei mai diventato padre.
Anche questo andrebbe considerato, ne capisco la logica.
Di mio non sono un corridore, su certe faccende poi temporeggio per politica aziendale. Non ho mai convissuto con le ragazze che frequentavo, manco quando avrei potuto. Non ho mai detto le celeberrime due parole universali. Non ho mai cambiato lavoro (infatti ora son messo peggio di un encefalo dotato di una sola cellula).
Saranno questo, le onde.
L’ultimo tentativo di smuovermi le energie o quelle robe lì insomma.
Oppure no. Magari sono io che mi stacco dal mio corpo, diventando pulviscolo e abitandomi le viscere, e lì mi rotolo per terra (dentro un’anima che non ho, lo so, ma ancora ci spero). Sono un matto. Mattt-ttto. Trattenuto da un numero imprecisato di camicie di forza che mi stringono ovunque. Perfino i pensieri diventano assurdi sproloqui da mentecatto. Ma sono loro, le camicie di forza, che mi mozzano (intenti, gesti, scelte, quelle robe lì insomma).
Scelte non è una ‘buona’ parola, per niente. Suona ‘male’, secca e acida, finisce subito e resta solo l’eco, fastidioso oltre tutto.
In ogni caso sto.
Nel posto sbagliato.
Dove le mie energie se le succhia qualcun’altro, o qualcos’altro, non credo di volerlo davvero scoprire.
Però sto collezionando nuove tavole da surf.
Una per ogni onda anomala che mi sento addosso.
E sto imparando perfino a non prendermi troppo sul serio. L’altra sera ho pianto guardando ‘Pearl Harbor’. Non ero solo a casa eppure ho pianto. Lo volevo anch’io un amico come quel ragazzetto dal ciuffo ammaliatore (traduzione: Josh Hartnett, il nome l’ho scovato in internet), uno da odiare e amare al punto da prenderlo a pugni prima di portarmelo in volo a uccidere i maledetti giapponesi, perché anch’io sono un eroe (pensavo), anch’io mi sono scelto una donna poi l’ho abbandonata per andare a combattere in nome di un ‘qualcosa’ di più alto, nobile e onorevole, dell’amore stesso (pensavo ancora). Anch’io faccio qualcosa che magari finirà per uccidermi, però mi restituirà alla gloria, a quel genere di memorie eterne, pure e giuste. Anch’io sono un ‘giusto’ (insistevo nella mia mente, bussandomi negli occhi, grattando le pareti interne delle guance fin sulle sopracciglia, tutto doveva pulsarmi mentre mi concentravo, piangevo e pensavo).
Poi mi è passato. Marea in ritirata.
Non sono un pilota.
Non amo una donna scampata ai bombardamenti e che ha salvato centinaia di feriti. Non amo, punto.
Non sconfiggo nessuno, me stesso compreso.
Ma soprattutto.
Sono uno dei tanti fottuti che si lagna ogni giorno del vivere scelto e subito e continuerà a farlo sperando in un miracolo di plastica. Sperando in un’aurea talmente potente da cancellare il marciume di mediocrità, inettitudine e inutilità.
Poi.
Con la camicia aperta i miei pettorali non sono né abbronzati tanto meno scolpiti, non ho l’abitudine di scendere dagli aerei guardando l’orizzonte con faccia instupidita e non ho mai sentito (al mio arrivo almeno) una musica che fa rizzare i peli. Anzi. L’unica canzone che potrebbe accettare di ‘accompagnarmi’ in qualche metro di camminata (dalla scrivania al cesso) è di Carolina Marquez.

Ci vuole
Ritmo per ballare
Ritmo per amare
Ritmo per sognare
Ritmo, ritmo…

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