Palestina, un’intervista a Suad Amiry.

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(Suad Amiry)

il Manifesto, 30 maggio 2009

di Giuliano Battiston

PALESTINA, UN’INTERVISTA A SUAD AMIRY
Con le armi dell’ironia
Direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation di Ramallah, l’architetta palestinese, oggi a Galassia Gutenberg, è celebre anche per due libri spietati e spiritosi, «Sharon e mia suocera» e «Niente sesso in città», in cui affiora lo spirito dello «hakawati», colui che nel mondo arabo racconta storie al caffè
Nata in Giordania e vissuta tra Damasco, Parigi, Beirut, Il Cairo e, dal 1981, Ramallah, Suad Amiry è un’architetta palestinese – fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation di Ramallah – dotata di un’ironia corrosiva, depositata nelle pagine di Sharon e mia suocera. Se questa è vita e Niente sesso in città (entrambi editi da Feltrinelli e curati da Maria Nadotti). Un’ironia che gestisce con divertita consuetudine, e che le ha permesso di raccontare l’occupazione israeliana della Palestina secondo una prospettiva inedita, capace di suscitare sorrisi e indignazione, ma soprattutto di muovere a una familiare complicità con una donna che, con sguardo impietoso, descrive i dolorosi paradossi di una vita a libertà condizionata. Abbiamo incontrato Suad Amiry, che domani a Napoli parteciperà a uno degli incontri di Galassia Gutenberg, per discutere con lei del suo lavoro.

Una volta ha sostenuto di essere diventata un’architetta grazie agli studi compiuti, e una scrittrice per caso. Ci racconta com’è andata? E cosa intende quando afferma di voler tenere la sua scrittura il più possibile aderente allo stile narrativo dell’«hakawati», lo storyteller arabo?
Le confesso una cosa: molti anni fa decisi di occuparmi di architettura perché, essendo un po’ dislessica, avevo problemi nella lettura, mentre in architettura potevo affidarmi alla dimensione visuale e mnemonica. In effetti, l’ultima cosa che mi sarei aspettata era che finissi a scrivere dei libri. Eppure, grazie a mio padre, che quando pranzavamo insieme chiedeva a ciascuno dei figli di raccontargli qualcosa, sin da bambina ho amato raccontare storie o barzellette. E sono stata sempre apprezzata per le mie qualità di hakawati, colui che nel mondo arabo ogni giorno, sedendo al caffè, racconta storie tratte dalla tradizione o dalla cronaca. Fino a poco tempo fa credevo che non ci fossero connessioni tra le doti di cui occorre disporre per raccontare a voce delle storie in presenza di altri e quelle che servono per scrivere nero su bianco di fronte a degli interlocutori invisibili. A causa della pessima educazione ricevuta in questo campo, ritenevo che scrivere equivalesse a combinare tra loro frasi dotte e stilisticamente aggraziate, a collocare con pazienza parole decorative in strutture complesse e sofisticate. La pubblicazione di Sharon e mia suocera mi ha fatto capire che raccontare storie in modo semplice può essere una forma di scrittura.

In Sharon e mia suocera scrive che «tenere un diario personale intendeva essere una forma di terapia». Come mai tra il 2001 e il 2002, durante le invasioni di Ramallah dell’esercito israeliano, ha deciso di tenere dei diari, e in che senso «sono stati veramente terapeutici»?
Quando il governo Sharon decise di invadere e occupare Ramallah, abbiamo vissuto sotto un lungo coprifuoco, durante il quale ho cercato di «recuperare» mia suocera, che abitava proprio vicino alla Muqataa, il quartier generale di Arafat, per portarla a vivere con me. In seguito, ero così stressata dalla presenza dei militari israeliani all’esterno, e da quella di mia suocera in casa, che ho iniziato a inviare mail ai miei amici, raccontando, con toni ora seri ora divertiti, quel che accadeva. Anche quando scrivevo solo di architettura, la scrittura mi ha sempre restituito calma e serenità, così in quel periodo ho sentito il bisogno di raccontare ad altri le storie che mi trovavo a vivere, anche quelle all’apparenza meno verosimili. Trasferirle su un pezzo di carta è stato come «espellerle» dal mio sistema, passarci «attraverso», liberandomene, come accade nelle sedute psichiatriche.

Una delle caratteristiche più evidenti della sua scrittura è l’ironia. Più che un dispositivo retorico o narrativo, sembrerebbe uno strumento con cui acquistare una distanza – anche in questo caso terapeutica – nei confronti degli eventi drammatici che descrive. È d’accordo?
Credo che l’ironia sia uno strumento di sopravvivenza indispensabile se si vive sotto un’occupazione militare. Quando siamo costretti ad affrontare una situazione tragica, inevitabilmente cerchiamo delle forme di protezione. Possiamo decidere di non vedere nella sua totalità la situazione in cui ci troviamo, perché una visione lucidamente complessa rischierebbe di essere troppo opprimente, oppure possiamo ridere di noi stessi, cercando di rendere comunicabile anche ad altri, grazie all’ironia, ciò che sarebbe altrimenti insopportabile. Per chi, come il popolo palestinese, vive un’occupazione da quarant’anni, l’ironia è un’arma necessaria per fare i conti con le difficoltà del quotidiano.

In Niente sesso in città riporta una frase tratta dal bel romanzo della scrittrice palestinese Sahar Khalifah La porta della piazza (Jouvence): «La Palestina è una bestia che divora i propri figli». Che significato le attribuisce?
Gli esseri umani possono essere terribilmente violenti gli uni contro gli altri, come dimostra l’occupazione israeliana che ogni giorno viola i più elementari diritti dei palestinesi. Di fronte a questa violenza, non si può far altro che resistere. Ma la resistenza può assumere forme diverse, e nel nome del nazionalismo, inteso come il dovere di difendere la Palestina, si possono commettere errori e ingiustizie. Inoltre, proprio perché sono inevitabilmente parte del processo di liberazione del proprio paese, ai palestinesi viene tolta la stessa possibilità di vivere. Se Israele ci dovesse risarcire davvero, dovrebbe tener conto dell’occupazione delle nostre menti, delle nostre emozioni, del nostro tempo, ammettendo di aver fatto della Palestina un mostro che priva i propri figli della possibilità stessa di avere una vita normale e immaginare il futuro. Quando la liberazione diventa la tua ossessione, e l’occupazione la tua unica realtà, ogni avvenimento assume forme distorte. Una distorsione che corrode il senso della vita.

Nella prefazione, spiega che Niente sesso in città è nato «dallo choc personale, dall’immensa delusione e dal profondo senso di tristezza» di fronte alla vittoria di Hamas alle elezioni del 2006. Perché ritiene che quella vittoria sia «la materializzazione» della disfatta politica e sociale della sua generazione?
Faccio parte di una certa generazione dell’Olp, che è sempre stato, ed è, un movimento secolare, legato ad altri movimenti internazionali di liberazione che rivendicavano equità tra uomini e donne, ricchi e poveri, occupanti e occupati. Da parte mia, poi, ho sempre pensato che la religione non potesse essere la fonte da cui un governo trae la propria legittimità. Pretendendo una verità esclusiva e un primato assoluto, tutte le religioni sono razziste. Finché sono confinate nella sfera personale, non sono un mio problema. Ma quando si riflettono sulla mia vita come donna, e qualcuno, in nome di un dio, pensa di potermi dire cosa è giusto e cosa sbagliato, allora sì che diventa una questione politica. Dunque un mio problema. In questo senso Hamas  è un problema per tutte le donne della mia generazione, quelle che alla Palestina hanno dato tutto. Senza riceverne, per ora, granché in cambio.

3 pensieri su “Palestina, un’intervista a Suad Amiry.

  1. sergio pasquandrea

    Ho conosciuto Suad qualche anno fa, quando era venuta a Perugia a studiare italiano. Anzi, per la precisione è stata proprio mia allieva in un corso all’Università per Stranieri (mi suona strano chiamarla “allieva”, dato che io allora avevo meno di trent’anni e lei una ventina in più).
    All’inizio, devo confessare, non l’avevo notata, perché è una persona di una dolcezza e una modestia uniche. Poi mi disse che stava uscire questo suo libro per Feltrinelli, e a poco a poco scoprii una donna di grandissima intelligenza e ironia (due doti che, per me, vanno spesso, se non sempre, in coppia).
    I suoi diari da Ramallah sono una lettura allo stesso tempo lieve e profonda.
    Chissà se si ricorderebbe ancora di me, ma dovunque sia le auguro buona fortuna e felicità.

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  2. nadia agustoni

    Grazie Sergio,
    l’ho ascoltata a un convegno e le sue risposte a domande non sempre facili mi hanno colpito molto.
    Persona di un’infinita pazienza e di grande intelligenza.

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