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da qui
Avete presente quando vorreste buttare tutto a mare e siete in un paesino di montagna dal nome sconosciuto, tipo Brecciasecca? Ecco, mi sento così, e penso al politically correct. Mi chiedo chi l’abbia inventato. Qualcuno con la paura di perdere qualcosa. Perché non mandare all’aria un’abitudine asfissiante? Cominciare a scrivere che una poesia semplicemente non ci piace, anche se tutti dichiarano il contrario; o che il reading memorabile, programmato nel tal luogo, il tal giorno e alla tal ora, ci lascia indifferenti. Un poco d’aria fresca, insomma, un minimo d’igiene mentale. Ieri mi ha chiamato un tipo, sbraitando perché un funerale era stato celebrato indegnamente; “quel prete: in galera!”. Gli ho risposto che per andare dentro serve qualcosa di molto più eccitante, e si è calmato. La gente, come cantava la Martini, è matta. Finché non la informate, mica se ne accorge. La gente siamo noi. Ecco perché il politically correct è una scelta discutibile. C’è qualcosa che non va: dovremmo dire solo quello che pensiamo. Urbanamente. Anche a Brecciasecca, dove buttare tutto a mare è un sogno senza senso.

Fra politically correct, understatement e misunderstanding esiste un intreccio di rapporti con cui si può giocare a lungo e con diletto, quando si è dell’umore giusto; umore che questi tempi concedono sempre più raramente.
Porgere l’altra guancia (a meno che non serva soltanto a vivere in pace o a salvarsi la pelle) è un’arte difficilissima, che quasi mai nella pratica ottiene i risultati che le vengono attribuiti dai libri edificanti. La gente siamo noi, ben detto.
Perciò non angustiamoci troppo se a volte veniamo meno ai ruoli che ci hanno o ci siamo imposti.
Anche perché a quei ruoli, in realtà, veniamo meno continuamente, e soprattutto quando non ce ne rendiamo conto.
Grazie per lo spunto e un abbraccio,
Roberto
“tanto di noi si può fare senza” 🙂
gran bella pagina, fabry
f&r
-dovremmo dire solo quello che pensiamo.-
questa è la cosa importante, se vogliamo essere noi stessi.
tutto il resto è politica (con il suo seguito).
ciao
Il testo qui pubblicato mi piace! Però non vorrei cadere nel vizio denunciato sopra. Quindi aggiungo che sono sincero quando dico “mi piace”: è diretto, semplice, ironico, vero.
francesco
non si può dire tutto quello che si pensa e non a tutti. diverso è dire le cose attenuate, eufemistiche, litotiche, pur di tenere aperta la boccaccia, o picchiettare la tastiera. meglio un bel silenzio. sul politically correct – io sono molto per l’incorrect, con o senza politically – è gustosa la pagina di u.eco su “a passo di gambero”.
bella, intanto, la tua, di pagina.
d’accordo su tutto il post.
d’ire mette..in moto
a volte mette fuoco al sedere
a votte de-nuda solo una volontà dietro cui si nasconde altro, ciò che non conta, la scena della parola. Il nocciolo sta sull’albero e bisogna cercarlo. Qualunque parola detta non ha verità raccolta in sé, è solo un mezzo per…andare, da un luogo ad un altro, ma molto prima di dove se ne va la nostra astro-nave giravo intorno intorno dove nessuno sa.f
La mia Brecciasecca è l’Italia. Più la guardo, più mi pare sconosciuta.
grazie amici: sono contento che la sola idea di dire abbia aperto i canali giusti.
speriamo di andare sempre più in questa direzione.
un abbraccio
fabrizio
pensavo che forse dovremmo inventare una nuova categoria, il politically silent, maybe? per quanto mi riguarda, c’è tanto, tanto bisogno di silenzio [scritto sorridendo]
personalmente sono fautrice del p.c., non come stucchevole forma linguistica (inutile che mi chiami “diversamente abile” se poi mi metti una rampa di scale degna der cuppolone), ma come termometro di consapevolezza democratica… perché dobbiamo auspicare l’incorrect in un paese dove l’illegalità è dilagante? abbiamo importato l’etichetta dagli stati uniti, e insieme ad essa il dibattito che ne è seguito, senza che qui in realtà il p.c. sia mai entrato in voga sul serio, men che meno nel discorso pubblico, dove pronunce di celodurismo, anatemi contro i “culattoni” e ameni commenti sui culi sul bidet sono all’ordine del giorno.
non si tratta solo di una questione di forme, a mio parere, ma della volontà di non accettare passivamente l’inclemenza e l’ignoranza degli altri.
un saluto caro,
r
ti capisco, Renata.
sinceri con garbo, forse è questa la formula giusta.
un abbraccio
fabry
grande Fabry!
red
grazie, corsaro!