Il camorrista

di Pasquale Giannino

Quando arrivai nella caserma di M., in Campania, ero piuttosto malandato: praticamente non mi reggevo in piedi. Il CAR a Potenza era stato devastante, non tanto per gli addestramenti – la mia tempra da “bandito” mi permetteva di tollerare quelle marce che ad altri ragazzi sembravano interminabili – quanto per il freddo polare che attanagliava in quel periodo il capoluogo lucano. Le camerate erano gelide, mi pareva di dormire all’addiaccio. Per di più avevo avuto la sfiga di non trovare neanche un cappotto. “Guaglio’, so’ finiti” mi disse un maresciallo grasso come un ippopotamo. Il momento peggiore della giornata era l’alzabandiera, quando eravamo costretti a restare sugli attenti a sopportare la solita preghiera del soldato e, a volte, le filippiche del comandante: “A casa vostra i cessi li tenete sporchi? Dovete imparare che ora casa vostra è la caserma!…”.
A M. il clima mi parve più mite. Era un paese abbastanza squallido, ma la caserma tutto sommato non sembrava così terribile: c’erano ampi viali alberati, aiuole, panchine… Trascorsi la mia prima notte quasi del tutto insonne. Il secondo giorno crollai. Mi portarono in infermeria: avevo una febbre da cavallo. Rimasi lì dentro per una settimana, mi imbottirono di antibiotici. Quando arrivò il momento di uscire mi condussero dal capitano. Con tono amichevole mi disse: “Giannino, hai ricevuto l’incarico di musicante-clarinettista. Però, se ti va, puoi rimanere qui da noi in fureria…”. “Preferisco andare in banda” risposi. Beh, non ci crederete ma da quel momento iniziò la mia vacanza post laurea. Ogni mattina, dopo l’inno di Mameli all’alzabandiera e qualche strombazzata per quei viali, iniziava l’addestramento in sala. Il maresciallo capo-musica puntualmente si andava a imboscare chissà dove, così noi potevamo dare libero sfogo al nostro talento… Giusto per rendere l’idea di quanto seriamente ci impegnavamo in quelle ore, io di solito lasciavo il mio strumento e me ne andavo alla batteria. Gli ultimi tempi, forte dell’anzianità di servizio, afferravo la bacchetta e salivo sul podio… Alla conclusione di quelle giornate “massacranti” ci concedevamo un po’ di relax in doccia, dopodiché, indossati gli abiti civili ci fiondavamo per le vie di M., liberi e spensierati come sanno esserlo i ragazzi di vent’anni. Non è che ci fosse molto da fare a M., a parte qualche puntatina a Napoli o a Caserta. C’era un mio amico di Catania che si era portato la macchina, una vecchia Uno tutta sbrindellata. Era un tipo simpatico ma gli piaceva fare lo spocchioso, diceva che i siciliani sono gente che si fa rispettare. Un giorno ebbe la geniale idea di violare le frontiere dei quartieri spagnoli. “Turi, sei pazzo?” gli dissi. “Tranquillo,” mi rispose “con la macchina targata Catania possiamo andare dove vogliamo.” Non ebbe neanche il tempo di terminare la frase che fummo affiancati da uno sbarbatello su un motorino dal rumore sospetto: “Che ci fate qua?” disse con tono di sfida. “Le macchine targate Catania nei quartieri spagnoli non possono circolare. Non lo sapevate?” “No,” rispose Turi contrito “ce ne andiamo subito…”

Da allora limitammo le nostre scorribande, un po’ perché il mio amico aveva perso la sua spavalderia, un po’ perché avevamo trovato una sala giochi in paese, dove trascorrere in santa pace qualche ora di libera uscita, prima di mangiare un boccone in trattoria e rientrare in tempo per il contrappello. Sembrava un posto tranquillo, il gestore don V. pareva un signore d’altri tempi, gentile e cordiale. Stranamente però, ci accorgemmo che il locale era frequentato soltanto dai militari, i ragazzi del luogo ne restavano alla larga… In realtà, don V. lo vedevamo di rado, in sala c’era quasi sempre sua moglie, una signora altrettanto garbata e cortese. Un bel giorno Turi ebbe un altro lampo di genio: “Compriamole un gelato”. “Come?” dissi sgranando gli occhi. “Tu cerchi rogne, amico mio, non ti è bastata quella dei quartieri spagnoli?” “Sei il solito diffidente,” rispose “non vedi che sono brave persone?” Partecipai alla spesa. Insomma, non è che avessi cambiato idea, ma non avevo nessuna voglia di litigare per un gelato… Il giorno dopo trovammo don V. “Ragazzi, ho saputo che siete degli artisti” ci disse. “Musicanti” precisai. “Guaglio’ non fare il pignolo, se suoni col cuore sei un artista…” Non risposi nulla. “Domani sera faccio una festa a casa mia, ho invitato un po’ di amici. Vi aspetto qua davanti alle otto. Mi raccomando, portate altri suonatori, più siamo e più ci divertiamo.” Ci avviammo verso la caserma. Durante il tragitto nessuno dei due proferì parola. Prima di rientrare fumammo un’ultima sigaretta, poi dissi: “Turi, non abbiamo scampo, l’unica cosa da fare è organizzare ‘sta cacchio d’orchestrina che vuole don V. Gli altri li convinciamo facilmente, basta dirgli che c’è da mangiare e da bere…”. L’indomani sera, ci avviammo con mezza banda verso il locale. Giunti davanti a un bar, Turi propose di comprare una torta. Non opposi resistenza: tanto ormai ci siamo dentro fino al collo, pensai… Ci stavamo avvicinando alla cassa per pagare, quando vedemmo entrare don V. “Cosa fate ragazzi?” disse. “Non dovevate!” Il barista, resosi conto della situazione: “Va bene così, offro io!”. Don V. ci accompagnò presso il suo appartamento. Il palazzo era grigio e anonimo, salimmo all’ultimo piano. Attraversammo un corridoio che pareva senza fine, le porte delle stanze erano spalancate da ambedue i lati, così non potemmo fare a meno di notare la mobilia raffinata e le suppellettili di pregio che le addobbavano. In una di quelle camere intravidi un giovane sui vent’anni buttato sul letto, con una cera che sembrava un cadavere. In fondo al corridoio c’era una sala con una tavola enorme, imbandita di ogni ben di Dio. “Guagliu’, accomodatevi!” disse don V. Dopo qualche minuto iniziarono ad arrivare gli invitati. La prima fu una vecchia che avrà avuto novant’anni, i capelli tinti color pece rendevano ancora più profonde le rughe del suo viso. Si tolse la pelliccia, la fecero sedere a capotavola. Poi arrivarono alcune coppie di giovani. A un certo punto entrarono due personaggi che non potevano certo passare inosservati. L’uno era un uomo di mezza età non molto alto, calvo e con l’addome prominente: indossava un gessato scuro e fumava un sigaro di mezzo metro. L’altro, pressappoco suo coetaneo, era un uomo slanciato e atletico. Entrambi sfoggiavano un vistoso anello al mignolo della mano sinistra… Mangiammo gli antipasti e il primo, dopodiché ci chiesero di suonare qualcosa. Il repertorio, naturalmente, era quello classico napoletano. Andammo avanti così per una paio d’ore, alternando la nostra musica a quei piatti succulenti, e innaffiando il tutto col vino che scorreva a fiumi. A un certo momento l’uomo alto si alzò in piedi, rivolgendosi alle vecchia disse: “Donna C., questa la dedico a voi! Stasera mi sento allegro. Volete sapere il motivo? Quando sto insieme al compare V., io mi sento il primo camorrista di Napoli!”. E attaccò Guapparia. Noi lo accompagnammo con un filo di voce, le mani tremanti, una paura matta di steccare. Verso le undici mi avvicinai al padrone di casa, timidamente gli dissi: “Don V., siete stato molto gentile. Noi vi ringraziamo ma ora dobbiamo andare…”. “Guaglio’ non ti preoccupare,” mi rispose dandomi un buffetto sulla guancia “vi accompagno io: ci parlo io col colonnello…” Continuammo fino alle tre di notte, poi don V. ci portò in caserma. Parlò con le guardie. Nessuno fu punito.

2 pensieri su “Il camorrista

  1. jolanda catalano

    Arrivo tardi, caro Pasquale, ho avuto problemi tecnici.

    Vedi, i protagonisti del tuo racconto hanno la susante della gioventù e di non sapere chi fosse il bastardo che li avrebbe ospitati.

    Ora le cose sono diverse, molta più gente siede a tavola con gli imbrogli, molta più gente se ne frega dell’origine di tanta opulenza, purchè il loro portafoglio sia pieno di denaro, spesso sporco ti tutto e di più.

    ecco il perchè di quanto schifo ci circonda.

    ti abbraccio forte
    jolanda

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  2. Pasquale Giannino

    Cara Jolanda leggo dell’amarezza nelle tue parole. Mi spiace. I momenti bui li abbiamo tutti nella vita e quando ci cadi vedi tutto nero. Ma devi trovare la forza di reagire. Certo, la situazione e’ a dir poco nauseabonda. Soprattutto quella italiana. Oggi mi hanno detto che il TG1 ha dato la notizia di 350 ricercatori del milanese che il mese prossimo subiranno la cassa integrazione: fra quei trecentocinquanta ci sono anch’io. In realta’ e’ un “preavviso” di licenziamento. Lo speaker ha detto che cio’ accade in controtendenza rispetto alla ripresa che sarebbe in atto. Cosi’, en passant, e poi e’ tornato alle notizie piu’ “importanti”… Grazie a Dio, tra un’accusa e l’altra di escort e puttane ogni tanto qualche notizia seria ancora la danno… Mah! Ci sara’ pure una ripresa a livello finanziario, ma il danno oramai e’ fatto. Il danno morale, intendo. Il danno di una societa’ che non sa piu’ dove sta andando. Una societa’ a misura di mezzo uomo come direbbe Sciascia.

    Grazie a Fabrizio per l’ospitalita’.

    Un abbraccio a te cara amica.

    Pasquale

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