Per conoscere lo stato delle ‘magnifiche sorti e progressive’ in cui versa una parte della nostra critica, consiglio di recuperare e leggere la pagina della Cultura del Corriere della Sera di martedì 23 settembre. 6 colonne 6 firmate da Antonio D’Orrico, uno dei più noti giornalisti del quotidiano di via Solforino. L’articolo si occupava dei motivi per cui editori, più o meno celebri, avevano rifiutato la stampa di opere diventate poi, imprevedibilmente, autentici bestseller. Vexata quaestio, certamente. Ma ciò che più colpiva nell’articolo era la sprezzante sicumera con la quale D’Orrico tranciava giudizi strabilianti su capolavori quali l’Ulisse o La ricerca del tempo perduto. Del primo, dopo una preventiva museificazione e neutralizzazione in quanto “ monumento della narrativa novecentesca”, D’Orrico aggiungeva che “molte sue pagine, compreso lo stupendo monologo finale di Molly, sembrano ispirate dalle fantasie di un liceale a disagio con problemi di foruncoli”. Dunque mr. Leopold Bloom e Stephen Dedalus creati, come gli Step e le Babi di Federico Moccia, dalle stesse frustrazioni postpuberali non risolte? E poi più avanti botte ancora a Joyce e al suo Finnegans Wake, che è solo la “ manifestazione estrema di disagio esistenziale”. Non basta: poche righe dopo tocca a Proust che viene paragonato nientemeno che a… Sordi. Stessa parabola per entrambi, a dar retta a D’Orrico: come l’Albertone nazionale, anche Proust “ partito per criticare i suoi personaggi, ha finito per esaltarli. Ha fatto dei Verdurin un modello di comportamento” In realtà, anche il lettore più distratto della Recherche proustiana sa che i Verdurin rappresentano esattamente la quintessenza della modestia intellettuale e culturale ammantata di presunzione e di snobismo. Altro che esaltazione, altro che modello. Ma D’Orrico non si cura di queste inezie e prosegue inarrestabile. Calvino è accusato di “bambineria”, Bataille appare come “sculettante davanti all’irrazionale” ( cioè?), Kundera è uno scrittore “artificioso” e basta. Ma è la letteratura in toto che viene attaccata in questo articolo dal critico del Corriere, tanto che viene assimilata ad “ uno sfogo di liceali affetti da foruncolosi?”. Il punto interrogativo provvidenzialmente mitiga l’ ennesima reiterazione della coppia adolescenza-foruncoli, usata da D’Orrico come magico passepartout capace di spiegarci tutto: Joyce, Proust, la Letteratura tout court. Ma val la pena stupirsi? D’Orrico infatti è anche il demiurgo di una rubrica molto seguita che, settimanalmente, nel magazine Sette del Corriere della Sera, decreta il successo e/o l’oblio a 4 libri freschi di stampa, riservando ad ognuno di essi un minuscolo box di 25 parole 25, magari parlando della copertina, di ciò che è riportato in quarta, di una riga estrapolata a caso,… Proprio il caso ha voluto che in questi giorni fossi alle prese con un testo di critica letteraria che è esattamente agli antipodi, forse più a livello etico che estetico, dal D’Orrico’s style. Mi riferisco a questo “Bellezza e fragilità” di Daniel Mendelshon, 14 microsaggi editi per la prima volta nella New York Rewiew of Books e scritti dall’autore de “Gli scomparsi” uno dei romanzi più belli e struggenti sull’Olocausto, uscito l’anno scorso sempre per Neri Pozza. Mendelsohn si muove con acume, sentimento ed umorismo fra cinema e letteratura, fra cultura highbrow e deriva mainstream, fra prodotti di consumo di massa e sofisticate opere d’arte, dedicando ad ognuna delle opere prese in considerazione la stessa attenzione approfondita ed analitica, lo stesso lavoro di scavo e comprensione che non contempla né sciatteria, né superficialità. Ma dove risiede il fascino, in cosa consiste la potente seduzione intellettuale che si sprigiona dalle pagine di Mendelshon? Non sta solo nella peculiarità di interpretazioni sempre originali , tra eclettismo comparativista ed acribia intellettuale, di alcuni must della nostra contemporaneità ( Troy e Le benevole di Jonathan Littell, Volver di Almodovar e Amabili resti della Sebold, Kill Bill di Tarantino e Everyman di Philip Roth), ma nel fatto che in queste pagine emerge sempre il profilarsi di un metodo, di uno stile, di un gusto che è, per tanti aspetti, esattamente contrario ad una certa vague della critica contemporanea, di cui D’Orrico rappresenta solo la punta dell’iceberg. La coerenza tra forma e contenuto che informa le pagine di questo “Bellezza e fragilità”, la sottigliezza e puntualità nella scelta di dettagli che vengono evocati ad illuminare il significato complessivo di un’opera, il vigore e la chiarezza espressiva nello stile di questo critico colto, ma non spocchioso, sofisticato, ma non supercilioso, concorrono a costruire un’idea dell’arte come uno strumento capace anche di aiutare gli uomini ad edificare una società migliore, più giusta e libera. Si leggano, tanto per addurre un esempio, le ultime pagine intitolate “L’11 settembre al cinema”. Con la critica alla D’Orrico siamo invece alla proposizione di un modello di critica letteraria che ricorda il trash televisivo: l’elogio incondizionato ed iperbolico dei personaggi di successo, la superficialità e la sciatteria additate a supremi modelli di comportamento ed analisi, la semplificazione e la banalizzazione come unici strumenti di interpretazione, lo sputtanamento del perdente, la ricerca dell’effettaccio e della spettacolarizzazione a tutti i costi.
pubblicato su L’Altro

certo i “critici” più le sparano grosse più si sentono critici, e lo sono, al punto che non stupisce più leggere che Calvino è accusato di “bambineria” e Kundera di “artificiosità”.
Anzi!
Ormai si sa:
ai cosiddetti critici piace arzigogolare con le parole 🙂
Il dorrichismo è una malattia non dissimile dalla niupeppica, anche se è giusto evidenziare che D’Orrico riesce a combinare più guai di altri. I suoi non sono giudizi: sono perlopiù insulti buttati nel mucchio e che hanno una risonanza solo in virtù del suo nome, perché se non venissero schizzati dall’onanismo di D’Orrico nessuno li prenderebbe in considerazione, nemmeno come provocazione. Bisognerebbe capire perché tanti intellettualoidi danno spago a uno come D’Orrico, contribuendo così a farne una firma, superflua. In ogni caso la firma di D’Orrico è clownesca per la critica italiana e per i classici della Letteratura, di cui non ha capito un’acca, forse perché ancora troppo impegnato davanti allo specchio a schiacciarsi i brufoli e poi a nasconderli sotto il cerone!
Uno sfogo d’aggressività e meschineria sotto l’alibi della “provocazione”: storia vecchia come il cucco ma non per questo meno malefica. Il contravveleno è cercare di leggere (tutti) e scrivere (chi ha la fortuna di poterlo tentare) dei bei libri. Alla faccia di D’Orrico e di tutti i servogallinacei.
Beh, peró Kundera, madai!Uun po’ di artificiositá pecca. O no?
genseki
è come nella musica. c’è albano e c’è arvo part, per dire. solo che albano, pur non facendo un cazzo, fa parlare di sé sui giornaletti del pettegolume; come quel foglio del corriere, sul quale in questi anni se ne sono lette di tutti i colori.
c’è una bella differenza tra l’uso dell’artificiosità e l’uso della fantasia.
i critici di oggi sono piuttosto superficiali…
figuriamoci se si leggono veramente tutti quei libri!
Il povero D’Orrico, inetto al gusto quanto al disgusto, avanza qui null’altro che un pedestre scimmiottamento della celebre stroncatura di Virginia Woolf – la quale, alle prese con l’Ulisse, si dichiarava infatti delusa da “questo liceale a disagio che si gratta i foruncoli” (Diario di una scrittrice; mercoledì, 16 agosto 1922). E’ assai probabile che D’Orrico non l’abbia neppure letto, l’Ulisse.
Una certa critica italiana rivela la quintessenza della “morale del risentimento” di cui parlava Nietzsche. Aggredisce l’oggetto del suo pseudo interesse come lo schiavo liberato faceva con il corpo del padrone. Brutte vendette senza pietas né ragione. Ancora uno specchio del paese
Sui critici consiglio di leggere dal Limbo delle fantasticazioni di Ermanno Cavazzoni