
Uiàrs el mar
(Verso il mare)
Dopo se tirèua sù riènt la muràja
de la zità in tòl gniènt liziér de l’aria
tiènera de maj – l’arzent atòr dei aulìu
impizà – e com chèla pièra inzalida
ficiàda in tòl mur chèlis tòue
paràulis de drènto mai fauelàdis.
Se zièua uiàrs el mar. Clar el claméua
de lontam, im fond del troz blank,
la nauàda luèngia dei àrboi im flor.
L’àga duta la impegnèua chèl tièmp.
(poesia in tergestino)
Poi si proseguiva costeggiando la muraglia / della città nel niente leggero dell’aria / tenera di maggio – attorno l’argento degli ulivi / acceso – e come la pietra ingiallita / incastrata nel muro quelle tue / parole mai dette dentro di te. / Si andava verso il mare. Chiaro chiamava / da lontano, in fondo al sentiero bianco, / la navata lunga degli alberi in fiore. / L’acqua tutta riempiva quel tempo.
*
Lisonz
Par giaroni ciari de gnente me ‘nvïo,
loghi de disért spiandor, onde che ‘l còdul
al se frua saldo ‘nzeà de ziti. Al vént
de boi se ‘ndulzisse cu’l udor fiéul
dei pirantoni; là in cau, smagnada
del ciaro, zente foresta la polsa
zidìna, senza spetar. Del desmentegarme
al me recordo de nóu al se ànema
cui lusori che in alt – virtindo del burlaz –
i se ‘npïa ta le ponte, contra al biau nét.
Isonzo
Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L’aria / infuocata si addolcisce con l’odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto – preannunciando il temporale – / si accendono sulle cime degli alberi, contro l’azzurro puro.
*
Conzè
Al sgorl dei sbiri cuntìneva l’unbrìa
de le robe che le me passa oltra
senza catar un prinzìpio o ‘na fìn;
óse che le é antre óse ‘ncora
e talpe de ciaro ta midài de neve.
Como scanpadi del flis’co nét del tenp,
réfui i mena remandi de vite
cussì desmentegade de éssar nostre,
fiuridure bianche de russa ta la zita
mai ‘nbunida corantìa de le stazon.
Congedo
Il volo dei rondoni continua l’ombra / delle cose che mi attraversano / senza incontrare un principio o una fine; / voci che sono altre voci ancora / e passi di luce su soglie di neve. // Come sfuggite alla chiara devastazione / del tempo, folate di vento recano echi di vite / così dimenticate da essere nostre, /fioriture bianche di rovo nella silenziosa / mai sepolta corrente delle stagioni.
*
Lezion
La criùra arente, al fun dei foghi
de erba scarabazada, zala ta i ori
fruàdi de le strade de bot al se sfanta
se drento al razo lontan del vardar
– de in cau – te torne drento ta i fior
che i se desfa, i àrbui de l’unbriun.
Dés la lanpa se desmola del vìvar
dei bròili, le s’cese rosse dei vasi
ta le piane che se vede par poc ’ncora
in ta ’l scur, senpre de lontan, oltra
i véri e le lezion de cant senza fìn
de vardar cunfundudi cu ’le note
ta la gnotulada longa, stelada de spini
del ziél. Difarenti i zorni ma medemo
al spetar, le ore de iér e de ancoi
restade piculade in fra le malte
maculade, al ruzìn luminà, òcria
che ’l sbrissa ta roìei fondi ta ’l fér
alt dei globi, dei cartéi. La porta
che vérze ta ’l scur un sbrego de luse
catada là che ridando te cunparisse.
Lezioni
La vicinanza del gelo, il fumo dei fuochi / d’erba piagata, gialla sui bordi / corrosi delle strade in pochi istanti scompare / se nel raggio distante dello sguardo / – dal fondo della via – rientri tra i fiori / che si disfano, gli alberi di penombra. / Adesso la fiamma si sfila dalla vita // dei giardini, le schegge rosse dai vasi / sui davanzali visibili ancora per poco / nel buio, sempre da lontano, oltre / i vetri e le lezioni di canto senza fine / da guardare confusi con le note / all’insonnia ampia, stellata di spine / del cielo. Diversi i giorni ma uguali // le attese, le ore di oggi e di ieri / rimaste sospese tra gli intonaci / lesi, la ruggine illuminata, ocra / che discende in rivi fondi il ferro / alto dei lampioni, dei segnali. La porta / che apre nel buio un varco di luce / ritrovata dove ridendo compari.
*
Zorni
Zorni che i é ta i passi su la piéra
del salizo. Ta la zente che passa
cu’l vardar che ’l luma ’l so disparir,
al roàn de la glicinia, curuda
del vént, che se ’ngranpa ta ’l modon brusà.
Musi missiadi cu’la sdruma zidìna
de le fòie che le casca, menade
de un réf fin ta i taulìni, fra naltri
che stemo fermi senza dir a. Senza
gnente de zontar al zito del lusor
che ’l plozca tra un ciap de tortoréle
sora i coèrti, comòdo de l’alt
drento i pinsiéri – speciada su l’àqua
dei goti – la firida biava del ziél.
Un ziél péna ’ndivinà più che vidù.
Che un sést pìzul de la man al basta
(zirando straviàda al guciarìn)
par sbregar contra i òri de véro.
Giorni
Giorni che sono nei passi sulla pietra / del selciato. Nella gente che passa / assieme allo sguardo che ne fissa la scomparsa, / il viola del glicine, / corso dal vento, che si aggrappa al mattone bruciato. Volti mescolati con la folla silenziosa // delle foglie che cadono, portate / da un soffio di vento in mezzo ai tavoli, fra di noi / che stiamo fermi senza parlare. Senza / niente da aggiungere al silenzio della luce / che precipita tra un gruppo di tortore / sopra i tetti, come dall’alto // nei pensieri – specchiata sull’acqua dei bicchieri – la ferita azzurra del cielo. / Un cielo più presentito che visto. / Che un minimo gesto della mano basta / (girando distratta il cucchiaino) / per infrangere contro i bordi di vetro.
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IVAN CRICO, VINCITORE DEL PREMIO BIAGIO MARIN 2009
di Manuel Cohen
Non è un caso né trascurabile la notizia che nel corso del 2009 i tre principali premi di poesia neodialettale siano stati attribuiti a tre autori quarantenni. Si tratta, è evidente, di un segnale forte e preciso, che viene dalla migliore critica, dalla poesia e dal mondo accademico. Si sta, forse e auspicabilmente, rendendo conto e merito a una nuova generazione poetica, tra le piu storicamente ‘disperse’ e tra le meno supportate dalle debite attenzioni di editoria, stampa, e critica tout cour (i poeti quarantenni a tutt’oggi risultano, per ragioni non del tutto chiarite, tra i meno antologizzati ). Dopo il ‘Premio Pascoli’ a Fabio Franzin, e il ‘Premio Lanciano’ a Edoardo Zuccato, apprendiamo la notizia dell’attribuzione del ‘Premio nazionale Biagio Marin’ , il più prestigioso per le culture e le lingue ‘minori’, a Ivan Crico. Nella sua storia ormai ventennale, il Premio Marin, fortemente voluto a memoria dell’indimenticabile poeta di Grado, ha visto e vede in giuria alcune tra le personalità eminenti della cultura italiana: Carlo Bo, Franco Brevini, Giovanni Tesio, Pietro Gibellini, Gianni Oliva, Flavia Moimas, Franco Loi e, non ultima, Edda Serra, che è pure alla presidenza del Centro studi Biagio Marin, da cui vengono iniziative e pubblicazioni di altissimo profilo. Tra i premiati in precedenti edizioni, vale la pena ricordare almeno Franca Grisoni, Paolo Bertolani, Ernesto Calzavara, il caro Amedeo Giacomini; mentre per la sezione saggistica, spiccano i nomi di Dante Isella, Alfredo Stussi e Cesare Segre. Assieme a Ivan Crico, vincitore con la recente raccolta ‘De arzent zu’, ‘D’argento scomparso’, edita dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, verrà premiato il brianzolo Piero Marelli, per la silloge ‘I nocc’, ‘Le notti’ (Falloppio, 2009). Un premio verrà conferito a Lucio Felici, studioso di autori romaneschi dal ‘300 a oggi, nonché dei trevigiani Ernesto Calzavara e Sandro Zanotto; infine, per la sezione ‘saggistica su Biagio Marin’, un riconoscimento a Caterina Conti, per la tesi di laurea ‘I diari e le lettere di Falco Marin’, discussa all’Università di Trieste. La cerimonia di premiazione si terrà il 17 ottobre alle ore 17.30 presso la Sala Consiliare del Municipio di Grado (Go).
In qualche modo, il Premio a Ivan Crico, più che per l’opera singola, può essere inteso come premio alla carriera, alla sua crescita discreta, accorta e costante, al suo lavoro di scrittura che, proprio nella più fertile direzione intrapresa dai neodialettali, dimostra come la lingua d’origine sia più di una, che l’avventura della scrittura sia in direzione di un moderato translinguismo, e che l’accoglimento di una nozione di lingua matria, vada di pari passo con l’accoglienza delle allotrie. Crico oggi, in questo senso, rappresenta uno degli esiti migliori, una personalità poetica che padroneggia e scrive contemporaneamente in italiano, nella lingua di Bisiac, o, come nell’opera premiata, adottando la varietà linguistica parlata nel tergestino , con l’occhio al paesaggio e l’ascolto oltre frontiera. A un nodo e a uno snodo delle epoche e delle lingue, nel presente della nuova poesia, nella ricerca delle sue ragioni e nella fedeltà alle sue radici, Crico idealmente è assieme al lombardo Zuccato, ai romagnoli Francesco Gabellini, Giovanni Nadiani e Annalisa Teodorani, agli emiliani Azzurra D’Agostino e Emilio Rentocchini, i lucani Rocco Brindisi, Salvatore Pagliuca e Domenico Brancale, i siciliani Rino Cavasino, Flora Restivo, Renato Pennisi, Marco Scalabrino e Dina Basso, il laziale Pier Mattia Tommasino, i campani Mario Mastrangelo e Mariano Bàino, e agli autori di un fervido e sempre sorprendente Nord-Est: Franzin e Gian Mario Villalta, Flavio Santi e Pierluigi Cappello, ma pure a nuove significative presenze ‘in lingua’, quali Francesco Tomada, Francesco Cogo, Michele Obit, Giovanni Fierro, il vicentino Stefano Guglielmin, e, non ultima, Antonella Bukovaz.
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Ivan Crico è nato a Gorizia nel 1968, e attualmente risiede in un isolato paesino del Friuli, a Tapogliano. Si è diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia e oggi si occupa anche di decorazione artistica e restauro. Suoi testi poetici e saggi critici sono apparsi, a partire dal 1992, su riviste italiane quali “Poesia”, “Lengua”, “Diverse Lingue”, “Tratti”, “Frontiera”. Tra le sue pubblicazioni: Piture, a cura di Giovanni Tesio (Boetti, 2003); Maitàni (Circolo Culturale di Meduno, 2003), con prefazione di Antonella Anedda; De arzent zu, (Istituto Giuliano di Storia e Documentazione di Trieste, 2008). Di recente è stato invitato dal poeta e critico Achille Serrao a comparire all’interno dell’antologia, di prossima pubblicazione, che comprenderà i maggiori poeti della poesia neodialettale italiana.

Forse è opportuno precisare che Il tergestino era un dialetto di tipo retoromanzo affine a quello parlato a Muggia (detto muglisano), appartenente pertanto allo stesso gruppo linguistico delle lingue ladina, friulana e romancia, residuo di un probabile antico continuum linguistico alpino esteso dalla Svizzera occidentale all’Istria settentrionale e costiera. Anche il muglisano ebbe una sorte analoga a quella del tergestino.
Non esiste alcun rapporto di divenienza tra il tergestino e il successivo dialetto veneto coloniale (triestino attuale) se non in minima parte nel lessico. Si noti che Trieste in epoca moderna non è stata parte dei domini della Serenissima, quindi l’affermarsi del dialetto veneto non si accompagnava ad un’influenza di tipo politico.
(da wikipedia).
Detto questo, le poesie sono molto belle, grazie Renata.
Complimenti a Ivan Crico e grazie del bel post.
ringrazio l’amica Renata Morresi per la prodigalità e La Poesia e lo Spirito per l’ospitalità. E’ importante che si diano queste notizie, anche e specie se riguardanti una realtà come quella della poesia neodialettale che richiede molta assione, molto lavoro, e che ancora non gode delle attenzioni necessarie. Ivan Crico è uno dei migliori, e questo premio è un atto dovuto e meritato. Felicitazioni vivissime!!!
Nella notizia del Premio, scritta con una certa urgenza ho dimenticato vari nomi: almeno Nino De Vita e Luigi Bressan, vorrei comunque ricordarli.
complimenti al post al chi lo ha scritto e ovvio a Crico
c.
Complimenti a Ivan anche in pubblico, dopo averglieli rivolti in privato.
ft
Ringrazio i redattori del blog, Manuel Cohen, è ovvio, e chi ha commentato così puntualmente. Mi fa piacere farvi conoscere anche un’intervista fatta da un bravissimo ed intelligente poeta ed operatore culturale, Giovanni Fierro, per il “Piccolo” di Trieste. Le domande non sono le solite domande e così anche le risposte, forse, non sono le solite risposte che si trovano in un quotidiano. Una piccola curiosità che è un peccato abbandonare all’oblio di un’edizione giornaliera.
Premio Marin al bisiaco Ivan Crico
il Piccolo — 16 ottobre 2009
pagina 12 sezione: GORIZIA
Crico, cosa significa vincere questo premio?
Questo premio mi sembra, innanzitutto, un inaspettato raggio di luce sul lavoro mio ma anche, di riflesso, su quello di molti miei validissimi coetanei la cui opera non è stata scandagliata con la dovuta attenzione in questi ultimi decenni dalla nostra critica nazionale. Un vuoto che dovrebbe essere al più presto colmato, anche per far capire al pubblico che esiste ancora una poesia viva, problematica in Italia, intrisa di bellezza e speranza. E che molto ancora si fa e molto si farà, ne sono certo.
Qual è il bisogno odierno dello scrivere in dialetto?
Esistono zone dove queste antiche parlate sono quasi scomparse; altre, come da noi, in cui questi linguaggi, seppur naturalmente modernizzati, sono ancora molto vivi. Per chi come ha imparato prima il bisiaco e poi l’italiano – e che, soprattutto, in bisiaco si esprime ogni giorno – è una scelta del tutto naturale. Così facendo, inoltre, contribuiamo a mantenere viva in noi e negli altri l’immagine di un mondo ricco, pieno di sfaccettature, di suoni, colori, profumi diversi: un mondo che si oppone ai deserti, al nulla dell’omologazione.
E la sua forza? Apre forse nuovi e diversi mondi di sensibilità ed evocazione? Uno sguardo ‘altro’?
Rispetto alle lingue nazionali, gli idiomi locali assorbono, dei luoghi in cui si formano, molte caratteristiche particolari. Non sono frutto soltanto della mente dell’uomo ma dell’incontro/scontro tra l’uomo e la natura che lo circonda. Si tratta di linguaggi nati senza la mediazione del potere e dunque, in essi, si cela intatta la carica sovversiva della vita che non è mai uguale a se stessa, che incessantemente diventa ‘altro’ da ciò che è stata, mobile, inafferrabile, insofferente ad ogni definizione.
C’è la necessità di fare di ogni dialetto una lingua?
Ogni dialetto, potenzialmente, può diventare lingua nazionale ed ogni lingua nazionale può trasformarsi in dialetto. La storia insegna. Dipende da quale prospettiva si guardano le cose. Dante ha trasformato il volgare fiorentino in un linguaggio illustre, Pasolini il rustico casarsese, parlato per secoli soltanto da poveri contadini, in una lingua raffinatissima. La nobiltà di una lingua dipende dalla nobiltà del pensiero di chi la impiega.
In ‘Piture’, c’è una fondamentale presenza dei colori (azzurri, viola, rossi, neri…). Ha trasportato su carta il suo dipingere?
Sono un pittore e guardo le cose con gli occhi di un pittore, non potrebbe essere altrimenti; ma scrivo per dire ciò che con i pennelli, con il silenzio dei colori non potrei mai dire.
Il paesaggio è protagonista degli scritti che compongono ‘Piture’, come mai? Cosa vede in lui?
Il paesaggio rappresenta tutto ciò che sta al di fuori dell’uomo, oltre l’uomo. Simboleggia ciò che non possiamo sapere, il mistero immenso che ci circonda. I limiti del nostro pensiero che tutto vorrebbe dominare, controllare, e che in realtà quasi niente sa di sé e, ancor meno, conosce ciò che gli sta attorno.
Che ruolo ha lo scrivere, poesia in particolare, nel nostro presente? E nel suo quotidiano?
Rispondo citando una frase bellissima del premio Nobel per la poesia Seamus Heaney: “Penso che il ruolo del poeta abbia a che fare con la sopravvivenza dell’interiorità più profonda dell’uomo. I poeti devono aiutare le persone a preservare la fiducia nel proprio futuro”.
Si collega la sua poesia al pensiero, o solo al sentire? Quale è il suo gesto creativo, la sua direzione?
Lo studio è per me fondamentale. Ma non scrivo mai se non sento vibrare dentro di me, vive, le parole. Sulla scia luminosa di Holderlin, Rilke, Char, Jabés, Celan – autori la cui opera accompagna quasi ogni mio giorno – immagino una poesia in perenne cammino, in cui conoscenza e sentimento devono andare necessariamente di pari passo, come diceva un testo medioevale, “di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine”.
Per chi scrive, la parola è un inganno, o una verità?
Le parole sono semi. Non sappiamo se questi semi riusciranno a generare il frutto che celano in sé. L’unica cosa che sappiamo è che se non li piantiamo, sicuramente, il frutto non vedrà mai la luce. La vita dell’artista non è altro che questa oscura, paziente semina silenziosa di sogni. La nostalgia, insopprimibile, di qualcosa che ancora non c’è.
l’intervista è molto bella. interessante. Con riverberazioni sul lavoro di Crico, e pure su uno scenario culturale: il nord-est, e la generazione dei quarantenni…vediamo di non perderla, e di ricordarcene.
I miei complimenti a questo magnifico poeta che onora chiunque di noi abbia scelto il dialetto come forma espressiva di elezione e a Manuel, per i suoi interventi, sempre centratissimi e attenti. Un grazie anche per avermi voluto citare fra i poeti in dialetto degni di attenzione.
Sempre felice di apprendere riconoscimenti al linguaggio, splendido, dei nostri dialetti.
Grazie Ivan, grazie Manuel
Flora
Le mie felicitazioni a Ivan Crico e i miei sentiti ringraziamenti a Manuel Cohen per la gradita citazione del mio nome. Un cordiale saluto, Marco Scalabrino.
Grazie a tutti. L’importante, come ci ha insegnato Pasolini, è far capire che non si possono fare distinzioni tra alto e basso, tra ciò che merita o non merita di essere salvato. Io impiego (anche se non in maniera esclusiva) questa mia lingua perché è la prima lingua che ho appreso e ogni giorno ancora impiego. Non scrivo poesia in dialetto o in lingua: io scrivo poesia, e basta, ed è il testo stesso a richiedere di volta in volta in quale forma vuol essere espresso; e l’unica distinzione che ammetto, in me e negli altri, è tra una poesia riuscita ed una non riuscita. Ognuno deve avere il sacrosanto diritto, quindi, di esprimersi nella propria lingua madre, se vuol farlo. Per me certe poesie di Marin o di Loi non hanno niente da invidiare ad un idillio leopardiano e, se i critici o i lettori non si accorgono di questo, è solo perché continuano a guardare le cose con occhi oscurati dalla nebbia di pregiudizi, visioni di parte. La storia della letteratura italiana avrà davvero un senso quando un Goldoni, un Porta, un Noventa o un Giacomini troveranno posto, nelle antologie, accanto ai loro contemporanei che scrivevano in lingua (talvolta con risultati assai meno convincenti…). Sarà un arricchimento, grande, per tutti.
un saluto caro a Flora Restivo e a Marco Scalabrino. L’ultimo intervento di Ivan Crico pone alcune questioni fondamentali, non ultima, quella di una battaglia per il pieno riconoscimento di una dignità letteraria di alcune (ma sono davvero ormai molte) esperienze neodialettali: sono pienamente d’accordo che, accanto a Leopardi, possa essere posto Carlo Porta, lo stesso Goldoni, che Noventa e Marin siano tra le massime voci che la letteratura italiana abbia avuto nel Novecento: e che tanti dialettali oggi in circolazione sicuramente non sono da meno rispetto a tanti colleghi ‘il lingua’… sono di questo anch’io consapevole: ma è una battaglia, quella del pieno affrancamento delle esperienze dei neodialettali, ancora lunga, ma da condurre con convinzione.