
Addio Alda.
Se tutto un infinito
ha potuto raccogliersi in un corpo
come da un corpo
disprigionare non si può l’immenso?
* Piccoli canti. Da: Testamento
Ho preso nota di Alda Merini per la prima volta leggendo questa intervista di DARIO CRESTO-DINA, apparsa nell’ormai lontano agosto 2006 nel supplemento domenicale de la Repubblica. Vedo ora che il sito del quotidiano la ha riproposta, proprio mentre l’avevo ripescato dall’archivio per proporla a mo’ di ricordo qui ne LPELS. (R. P. )
Alda Merini
di Dario Cresto-Dina (la Repubblica — 27 agosto 2006)
«Stia attento, sa! Io sono un presunto premio Nobel», sussurra con tono ironico e fintamente minaccioso Alda Merini piegata sulla cornetta del telefono. Ammicca nella mia direzione. «Lei che ne dice?». Si tocca la pancia, una smorfia le si ricama sulla faccia intelligente e maliziosa, spiega che sta aspettando il medico. Era lui all’apparecchio. «Faceva storie». Sono le due del pomeriggio. Mi racconta che stava per fare il bagno, si era dimenticata dell’appuntamento. Lascia che l’acqua scorra nella vasca, dopo un po’ il suo gorgoglìo diventa una nuova forma di silenzio. Ride, spezza il filtro di una Diana, se la infila tra le labbra e l’accende. Sul parquet brucia ancora il mozzicone di quella precedente, una sottile voluta di fumo si alza tra libri, fogli, disegni, stoffe, abiti non stirati, panni che da giorni attendono di finire in una misericordiosa lavatrice, scatole di gomma da masticare e paletò macchiati appesi a un unico tronfio trespolo che sembra un babbo natale impalato da qualche crudele ragazzino.
Alda Merini è una delle più grandi poetesse italiane del Novecento. Di sigarette ne fuma settanta, a volte ottanta il giorno. «In manicomio ce le passavamo gli uni con gli altri. Stavamo in fila, a testa bassa, dentro i nostri camicioni, nel darci la cicca indugiavamo un po’ per accarezzarci le mani. Erano le uniche ricchezze che avevamo, la sola cosa da fare, il solo gesto umano che ci univa nell’illusione di un breve spazio di normalità». In giro non si vedono posacenere, il pavimento assomiglia a un campo di stoppie annerite dai falò autunnali. «Le sigarette mi hanno allungato la vita». Solleva appena il vestito, mostra le gambe bianche: «Guardi che bella pelle che ho. Lei che ne dice?». La sua simpatia è dolce, nostalgica, attraversata da tenerezze e pudori di bambina.
I poeti sono spesso poveri. Quasi mai tristi. Si portano dentro l’allegria dei naufraghi. Oppure lo sberleffo, che è la vanità degli artisti. È così per la Merini. La immaginavo, chissà perché, sempre sola nel cerchio tracciato dalla sua musa e invece scopro che ha dietro moltitudini di anime, amori, vite, dolori e piccole felicità passeggere, un’esistenza spezzata in tanti fiumi alcuni dei quali si sono seccati nella terra mentre altri, alla fine e fortunosamente, sono riusciti a riemergere e ricongiungersi. I poeti non perdono mai nulla, o abbandonano soltanto ciò di cui vogliono liberarsi. Alda Merini parla per esempio di Eugenio Montale, uno dei suoi uomini preferiti. Dice proprio così, «uomini», anche se con Montale non c’è stato nulla di più di un’amicizia. Ricorda quei versi indimenticabili che riportano tanti di noi al sapore dell’ infanzia: Qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza, ed è l’ odore dei limoni.
Anche lei, a settantacinque anni, quindici dei quali, da quando ne aveva ventisette a quando ne ha compiuti quarantadue, trascorsi da matta tra i matti, fa il conto della sua ricchezza. «Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono». Ha avuto un marito, Ettore Carniti, molto amato, molto geloso e, dice lei, anche parecchio infedele. Una notte che era rientrato a casa con addosso il profumo di un’ altra donna, come il Tomàs dell’Insostenibile leggerezza dell’ essere di Kundera, lei gli spaccò in testa una sedia dorata. «Quella lì», me la indica. La spalliera è tutta incerottata. Mi invita a sollevarla. È pesantissima. Lui sopravvisse eroicamente allo schianto, chiamò l’ambulanza e la portarono in ricovero coatto al Paolo Pini, l’ex manicomio di Milano ora diventato un parco e un teatro. «Ma io laggiù non ci ho mai più messo piede, ho paura. Terrore purissimo».
Lei è così. Salta da un argomento all’altro. Li accatasta alla rinfusa, come gli oggetti di questa minuscola casa al 47 su Ripa di Porta Ticinese. Di fronte ci sono una chiesa di mattoni bruniti e l’acqua scura come la pece del naviglio. Camera da letto, bagno, cucinino, studio. Ci si sposta solamente mettendosi di fianco, schiacciandosi come acciughe contro gli indecifrabili relitti che coprono le pareti. Nel gioco dei pieni e dei vuoti, questi ultimi hanno avuto clamorosamente la peggio. Lei ce l’ha con il padrone di casa che l’ha obbligata a liberare la soffitta e con gli operai che spaccano, battono, impolverano. Ma è un rancore fragile, forse nient’altro che un aneddoto al quale si è ormai affezionata come un reumatismo che si risveglia nelle ossa quando cambia il tempo. «Qui, adesso, è impilata tutta la mia vita. Il mio lavoro. A volte viene a trovarmi mio marito». Ettore Carniti è scomparso nell’ 81. «Non credo ai fantasmi, anche se sarei una buona giallista. Fu Manganelli a insegnarmi la tecnica del romanzo giallo. Ettore entra dalla stessa porta dalla quale è passato lei. Arriva all’improvviso, come faceva sempre, nel timore o nella voglia di scoprirmi con qualcun altro. Io lo sento. Portiamo i morti con noi fino a quando moriamo a nostra volta».
Non potrei vivere senza la fede, scrisse in passato. Quand’era ragazzina, affezionata alla storia di Santa Teresina del Bambin Gesù, tentò di entrare in convento. Fu una fugace esperienza. «Sono una contemplativa, non mi piacciono i rumori, amo la solitudine». La famiglia andò a riprendersela. Finì a fare pratica da stenografa negli studi di alcuni avvocati fallimentari. Il primo impiego lo perse subito perché componeva poesie durante l’orario di lavoro. «Mi buttarono fuori. Erano taccagni, mamma mia, lei non ne ha idea dell’avarizia degli avvocati. Ma adoravo il loro modo di scrivere gli atti. Mi accorsi che gli avvocati scrivono bene». Nel centro di Milano percorreva ogni mattina la stessa strada. Era il 1948. Le capitava di incontrare sovente un signore minuto, curvo, silenzioso, di un’eleganza dimessa. A lui dedicò una delle sue prime poesie, Il gobbo: Mi viene a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presago d’allegrezza che ha il dono di una strana profezia. Quell’uomo era Enrico Cuccia, il leggendario banchiere. «Una mattina lo fermai e gli dissi: “io ho fame”. “Buon segno”, mi rispose. E tirò dritto».
Dio, invece, da lei si fermò, nonostante la rinuncia alla clausura. E non se n’è più andato dalla sua anima. Anche da altre parti del suo corpo. Dagli inguini – scrive la Merini nella raccolta La Terra Santa – può germogliare Dio. «La mia religiosità è molto pagana. Pagana e gaudente. Mi sono sempre comportata da grande peccatrice e non mi sono mai pentita. Non vado in chiesa a mormorare, d’altra parte le chiese sono sempre vuote. Non prego. Ma credo che Dio sia qui con me. Ne avverto la presenza, annuso il suo odore, sento dentro di me la pace divina. Due cose sopra tutte mi convincono dell’esistenza di Dio: che non sono padrona delle mie volontà e che l’Oceano Pacifico non possono averlo creato gli scienziati. Mi basta questo. Nego l’aldilà e la resurrezione. Se guardo tutto ciò di meraviglioso che Dio ha creato su questo terra, come posso credere che mi regali anche il paradiso? Sarà per questo motivo che non penso mai alla morte. A meno che non sia già morta. Lei che ne dice?».
Dai muri gli oggetti appesi con mano malferma danno l’impressione di poter precipitare da un momento all’ altro. Ci sono molte immagini di Giovanni Paolo II. «Lo amo. Era bello, coraggioso, ostinato. Non sembrava neanche un Papa. Ha saputo tenere annodati i cordoni della pace, ha parlato con tutti i popoli del mondo. La sua agonia è stata terribile, penosa. Dopo i suoi funerali non ho più acceso la tv». C’è un poster del film Vacanze romane. Gregory Peck e Audrey Hepburn. «I nostri grandi amori. Oggi non ne esistono più, si è persa la favola. Telefonini, computer, sms. Mi trovi uno che scriva ancora lettere alla fidanzata, se ne è capace. Gli italiani sono sempre più cretini, malati di padreternismo, egoisti e primitivi. E sempre più tristi. Mi era rimasto Berlusconi, il solo che mi facesse ridere in un paese che non ride più. Con la sua caduta è morto l’ultimo pagliaccio d’Italia, aveva una stupidità che incanta».
In camera, proprio sopra il letto c’è una riproduzione dell’Origine del mondo di Gustave Courbet. «Guardi l’ offerta piena che c’è tra le gambe di quella donna. Maria Corti diceva che le donne non hanno sesso. Io mi considero una donna fallica. Non ho l’ossessione del sesso, ma so per esperienza che il sesso annienta le nevrosi. Sono molti anni che non faccio più l’amore. A volte provo il desiderio di scopare un uomo, ma mi passa in fretta. In realtà non ne ho più voglia. Noi anziani trascorriamo le giornate con un obiettivo fisso nella testa. Prima di sera – ripetiamo a noi stessi -, riuscirò a fare questo e quello, e quell’altro ancora. Ci illudiamo di essere forti, autosufficienti. Viene notte e non abbiamo combinato nulla. A fatica ci manteniamo in vita. Io sono una vecchia che sta bene, vado a letto presto e so che ogni giorno nuovo è un giorno regalato».
Alda Merini lavora ancora. Molto. Con Milva, Lucio Dalla, Roberto Vecchioni, Giovanni Nuti. Ha appena terminato i Vangeli apocrifi. «Scrivo per non annoiarmi. Non ho mai avuto il piacere della lettura, non so come la gente possa leggere le mie poesie. Credo di non avere mai letto un libro fino alla fine». Confessa di fermarsi alla prima frase dalla quale viene folgorata. Di lì in poi la sua mente spicca il volo e si perde. Acrobazie, evoluzioni, salti mortali sul filo delle parole. «Le parole sono per me modelli di virtù. Le bevo come i bambini attaccati al capezzolo della madre o al loro dito. Sono stata matta d’amore per Rainer Maria Rilke. Mi piacevano Holderlin, Valéry, Melville, Gide, Pirandello, Dante, Manzoni. L’ errore è farci leggere I promessi sposi a scuola. Ho avuto la fortuna di conoscere altri grandi letterati: Quasimodo, Manganelli, Montale, Raboni, la Spaziani. Alcuni li ho amati, li ho avuti. Non Giovanni Raboni. Giovanni era bellissimo. Ricordo che una sera lo incontrai al bar in un albergo di non so più quale città. Era appoggiato al bancone e mi dava le spalle, alto, bianco, elegantissimo, un attore del cinema, un dio. Pensai: chissà che cosa beve un uomo così. Mi avvicinai e lo sentii ordinare al cameriere una camomilla. Avrei voluto abbracciarlo, ma non ne ebbi il coraggio». Lascia cadere sul pavimento la sigaretta ancora accesa, ne prende un’altra dal pacchetto. Dice: «Ho avuto una bella vita. Sa qual è il più bel complimento che ho ricevuto? Me lo fece la mia vicina, una signora che non c’è più e che non dimenticherò mai. Mi raccontò che in Sardegna abitava nella stessa casa di Grazia Deledda e che io gliela ricordavo perché come lei non mi davo arie e stavo bene anche con uno straccio addosso. Io non ho più niente da dire. E lei, lei che mi dice?».

grazie, nadia, per la tempestività e la scelta di un testo gentile per ricordare questa straordinaria poetessa. credo che alda abbia condotto una vita lieta: piena di tutto, nel male e nel bene, e credo abbia riso sempre profondamente delle tragedie che l’hanno toccata, delle miserie e delle gioie, non credendo a nessuna. una specie di spiritello birbone e sincero, che vedeva ben al di là dei nostri poveri nasi.
che perdita
ogni volta che la morte coglie un poeta diventiamo tutti più poveri
ciao grande Alda
ti sia tutto più lieve ovunque tu vada
c.
Ha fatto tutto Roberto e ha postato, io ho solo scelto una breve poesia di Alda Merini.
Un saluto.
Che si può dire, che era grande? non basta, normalmente quando si scrive un coccodrillo si cerca di intenerire su un aspetto piccolo, che non ci costringe ai confronti, sempre inutili, beh, proviamo.
Un giorno Guido va a trovarla, era tanto tempo che voleva conoscerla di persona, ha amato così tanto la sua poesia. Arriva a casa sua e Alda gli offre un caffè, ma Guido beve solo té verde, come che sia si siedono e lei gli dice, beh di cosa voleva parlarmi? Guido risponde con un’affermazione che esprime ciò che sente quando legge le sue poesie; “Le sue poesie, muovono le viscere…” lei lo guarda e dice; “nel senso che la fanno andare di corpo?”
L’incontro fu cordiale e indimenticabile, ma di quel pomeriggio mi riportarono solo questo, a me basta per ricordare la persona, per la poetessa ho i libri.
Che due dopo Buongionro un altro personaggio stra sopravvalutato per cui si sprecheranno settimane di lodi e cordogli
si definiva: una piccola ape furibonda…
ed è volata via.
un bacio infinito.
Sul mio f.b. ho poco fa postato ricordi, e impressioni: credo che in momenti così, a caldo non ci siano parole giuste. L’amore, insieme a la morte, la distanza e la passione per chi l’ha conosciuta, sfuggono alle orazioni.Ma dalle banchine metro ho apreso e stenografato la mia emozione, come dicevo.
Oggi è davvero giorno dei Morti.Oggi si è autocancellata anche, la ultima registrazione telefonica della voce di mio padre..nell’ultimo suo anno, e questo colpo va sotto il 2 di novembre, non c’è dubbio, insieme al dolore di perdita della nostra amatissima Alda, figlia terribile del suo e nostro novecento. Maria Pia Q
“Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c’è un violino d’amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire”. A. MERINI, L’anima innamorata, Frassinelli, 2000, p. 30.
Voglio ricordare Alda Merini anche con una poesia che mi piace molto, tratta da una raccolta forse poco nota, che nasce da un capitolo del tutto veronese della vita della poetessa. La raccolta è Nel cerchio di un pensiero, Crocetti, 2006.
Ecco la poesia:
Se tu mi avessi strappato il cuore
o tolto l’unico arto che mi fa male
o scollato tutte le mie giunture
non avrei sofferto tanto
come quando un giorno
disperato mi hai tolto la pelle dell’anima
*
la pelle dell’anima
è la buccia di mandarino fresco
che a Natale crepita intorno agli alberi
e mandano alle cime odorose tante foglie regali
la casa dei poveri a Natale
odora di alberi freschi
e tutti sono felici
ma tu hai voluto
inabissarmi gli occhi
perché sai che l’amore è come un petardo
e scoppia senza ragione
*
quando uno ama
diventa un bambino
e si crea una falsa neve
e si crea una falsa montagna
e tutto è falso intorno all’innamorato
perfino i suoi appuntamenti
tutto è una bugia
per far correre gli spettatori
a vedere che in casa sua
è nata la felicità
*
io ti ho dato uno spazio d’albero
e tu me l’hai restituito ignudo
un legno crocefisso
sopra cui non posso allargare le braccia
e neanche morire
perché checchè ne dicano gli altri
d’amore non muore nessuno
ma si può stare talmente male
che poi Dio ci regala il verso.
Addio Alda… è una grandissima perdita. 🙁
E ancor più della tua poesia, la tua ironia e la tua unicità.
(ironia della quale fra l’altro me ne piacerebbe avere un goccio per rispondere come merita a Nemesi, ma non mi viene).
ciao Alda.
hai scritto cose che mi hanno lasciato a bocca aperta.
Anna, lo sopravvaluti, in fondo non chiedeva altro che qualcuno raccogliesse la sua triste provocazione, per esistere un po’ anche lui, (o lei).
Certe perdite lasciano più affranti i critici che gli affezionati.
Muori donna, poetessa, madre. Di grigio i miei occhi
vestono l’arcobaleno, un riflesso perché stanchi,
giovani di vita pesanti di dolore. Dolore che nutrirà
nuovi paradisi per restituirti quel vortice boreale
di colori, tenda che ti avvolge e frantuma ogni istante
da quando hai riempito ogni spazio della tua materia,
Amore.
grande vera
un commovente ricordo
p.
Nel dolce cuore del vento il mare
E sono fiume di una favola
Nel cuore che scorre
E mi appartiene
Anima che vibra al limo
Nel fondale del mare;
Margherita solitaria
Lungo il sentiero dell’incanto
Della via maestra.
E sono velato sogno
Fuori dalla mura del castello
Parodia della storia
E quando “Io sono”
O non sarò…:
Dolce cuore
Nel sole di Gesù.
Heraclea disegno biblico
Siamo disegno biblico
Davanti a queste
Casette antiche
Dipinto
Di una Storia Annunciata
Nel corso
Dei nostri anni.
Siamo universo
Di anime gemelle,
Siamo amore tridimensionale
E uomini discendenti da “Davide”
Che lasciano cadere
Le loro illusioni
Sulle orme del Cristo Risorto.
Siamo i testimoni
del terzo millennio
Nei giorni annunciati e tristi
Di un tempo Apocalittico.
Il portinaio di Dio
O san Gerardo di Maiella
Al cielo ai regalato il tuo anello nuziale
E sei voluto diventare
Il portinaio di Dio;
Agli angeli il tuo abito talare
-“Eretico santo del femminino”,
Il tuo dono d’amore
Ha salvato le donne dal parto Spirituale
E Veneri sulla luce del piccolo presepe lucano
Annunciando la nascita di Gesù
Nel Grembo Della Vergine Maria.
Buongiorno Giusi (è il tuo vero nome?),
io mi chiamo Antonio
Ho ricevuto le
tue poesie sotto forma di commento al mio articolo: “Poesia per fare una
riflessione sulla vita e su noi stessi” nel mio blog
http://attualita-e-opinioni.noiblogger.com,e ti ringrazio.
Sono molto belle
ed anche velate di tristezza e di grande umanità, che denotano una paricolare
sensibilità d’animo. Se sei d’accordo potrei pubblicarle, magari un pò alla
volta. Eventualmente posso fare il tuo nome e cognome, o solo il nome, o devono
rimanere anonime?
Fammi sapere. Ciao
Antonio
Scriverò un verso su un petalo di rosa
Scriverò versi
Come un angelo
All’uomo della mia vita
Su un petalo di rosa
Di Passione.
Appassiranno
Come rose
i petali di seta
della nostra anima..
scacciando via le delusioni.
Tutta la poesia del mondo nel fiore di un ‘albero
Ho messo
tutta la poesia
del mondo
Nel fiore di un albero
quando le nubi
Hanno invaso i petali
del mio cuore
Ho visto
tutti i petali seccare
e cadere
Lasciando spoglio
il frutto del mio sentire
Ora mi sento cielo
dentro una nuvola
e terra con radici
piantate in germoglio
di Primavera
dall’albero Eterno.
Nel viale di neve..
Tante le ombre bianche
nel viale di neve
tanto il silenzio tenue di luce
tanta la felicità di me bambina
che rotola nella neve…
Non posso avere il mondo nelle mie mani
Faccio parte del mondo
ma non posso avere
il mondo nelle mie mani;
sono mano socchiusa
in un calice di piccole verità,
sono creatura disincantata da vane illusione,
sono goccia di Dio in fondo all’Oceano
e germoglio di grano alla Croce
della tua Resurrezione Signore
È tempo di Rinascita
È il giorno delle Palme:
Il Cristo si annuncia
nel nome di una Colomba;
Nel nome di Maria Maddalena
Diventa Umanità.
Nel nome del Battesimo
Davanti ad una statua di Zeus
Tu mi rinnegherai Pietro.
Nel nome del Battista
Nel fiume Chiron
Fu battezzato.
Poi prese la sua Croce.
Per annunciare
Che verrà il tempo
Della Rinascita!
Mendicante dei miei ricordi
Sono rapita dai monti
Dove la nostalgia
ha illuminato la nebbia dei ricordi
ed io mendicante assaporo
il frutto del tempo passato.
Sono pugno nello stomaco..
stormo felice di rondini:
fuori dalla mia casa
“mio padre che si allontana”..
Al fratello Filippo
Hai riconosciuto
la fonte del ritorno Divino
Filippo
Nel nome dello Spirito Santo
Fratello in Cristo
Sei stato la Rivelazione del Tau
Quando alla fonte
“Una Piccola Pellegrina”
Ha pregato per te..
Lode a te Vergine della Speranza
Alfa e omega dell’Apocalisse.
Questo tau di Primavera
Felice si risveglia
Questo Tau di Primavera
Ridesta un antico suono
Di campane a festa:-
“E’ Paolo e Francesca “
Nel girone dell’Inferno,
E’ la lussuria che risale
Come Araba Fenice.
O Dante l’amore che ritorna
E’ Passione in Compassione,
Oggi sul loro capo
Con il tuo Amore Divino
Hai riconosciuto in loro
Il Sigillo Tau dell’Amore Eterno.
Gesù Coronato di Spine
Quando incontro te Gesù
Forme celestiali avanzano
Tu sai riconoscere
La Compassione
E accetti il Calice Amaro
Tu sai resistere al dolore
Con lacrime terse
Profumi le nostre anime
Tu Gesù..Vivi la tua Passione,
Aspetti di entrare
Dalla Porta del Cielo,
Aspetti con amore
dal tuo Principio alla tua Fine
“Sei l’Alfa e l’Omega”:-
“Io invece stento ancora…
a riconoscere la tua Essenza
ma tu.. già sai che ti amerò e sarò
vaso di Spine sotto la tua Croce
nel nome del TAU..
Questo Inverno
Spoglia e infreddolita
Sono giunta a te Signore
Rapita da un cielo terso
E cumuli di nuvole
Non è ancora Primavera…
Si accende di luce brillante
Il sole che spazza le nuvole
Cariche di fiocchi di neve:
“Sono dentro ad un fiocco”
Rapita dal mio cuore bambino
E aspetto felice
la Tua Resurrezione.
Come il fiore di primavera ritorni
Se fossi Primavera
donna vera
Vorrei essere;
Se fossi per te uomo…Cielo Sole Luna e Stelle
Soltanto per te “donna vorrei essere”;
Se Dio ha creato la donna,
Per te uomo:
Fiore vorrei essere.
Ma quì in questo tempo timorato da Dio,
Per te uomo:
Sono sempre Inverno.
nel cuore di una casa e di un pianoforte stonato, mi dettasti una lettera dicendomi: “In Italia non c’è più nessuno che prende per mano i i giovani poeti come te… Io sono stata fortunata, perché ho avuto Giacinto Spagnoletti, Maria Corti, l’amico Scheiwiller. A te dono il mio coraggio…”. E ancora “La poesia è come la fede: un dogma”.
grazie, cara alda.
nina
ps: mi mancherai, come le nostre chiacchierate e alterchi (lunghe appassionate discussioni sulla Beat Generation… come la detestavi!) Spero solo che ti lascino in pace senza trasformarti in strenna natalizia
*
l’eterno delle ore lo hai raggiunto da tempi immemorabili.
E’ una testimonianza vivace ed affascinante della vita quotidiana della Poetessa vista nel suo ambiente, la casa in cui viveva stratificata di ricordi.Lei ci si muoveva benissimo in questo ambiente protettivo e caldo, da povera_In fondo credo si ritenesse una privilegiata per avere “il dono”della poesia, L’amicizia e l’ammirazione di molti amici poeti e gente comune.
La predilezione pwr Rilke, il Manzoni e Dante solo per citarne alcuni , per Montale, il suo slancio in ogni parola o verso, mi fanno pensare ad un poeta dell’idealismo-
In realta’ era il suo animo buono che le faceva vedere il mondo, pur nella sua crudezza, animato dall’amore, dal desiderio di fratellanza, dalla visione (idealizzata) dei poveri, dei diseredati e soprattutto dei malati di mente cosi’ maltrattati e schiavizzati .
Anche qui a Taranto conobbe i ricoveri, l’ostilita’ dei famigliari del Poeta amato, lo strazio della separazione dai figli.
Percio’ ritorno’ a Milano tra la sua gente, lasciando per la nostra citta’ una poesia molto bella e luminosa, piena di nostalgia.
Non vedrò mai Taranto bella
non vedrò mai le betulle
né la foresta marina; l’onda è pietrificata
e le piovre mi pulsano negli occhi.
Sei venuto tu, amore mio,
in una insenatura di fiume,
hai fermato il mio corso
e non vedrò mai Taranto azzurra,
e il Mare Ionio suonerà le mie esequie
Ringrazio l’autore per questo omaggio vivo e palpitante
____Nicole
Alda a presto.
E’ andata via l’emozione.
Sapeva parlare una lingua originale,
unica, di un cuore superiore.
La sua voce, silenziosa e forte
raccontava di un dolore
e di un profondo amore.
Non riconosceva la sua grandezza,
la sua autostima……silenziosamente
soffriva….non era nutrita.
Nutriva altri cuori,
con versi di un valore unico.
Ora soli, il contatto è diverso
ma non per tutti.
Uno spirito carico di dolore
ha ritrovato le ali,
di un amore libero,
come qui non è più.