Post-noir ? “Un romanzo è una storia inventata, dunque deve essere fasulla.”

di Riccardo Ferrazzi

Per chi vede la faccenda in questo modo, non c’è altro da dire. Eppure è un fatto che, periodicamente, gli scrittori si sentono soffocare in una camicia di forza e, di solito, la identificano nel genere letterario imperante. È così che sono nati il romanzo senza trama, il romanzo-saggio, il romanzo-in-cui-non-succede-niente, ecc. ecc. Ma è stato come fuggire da Scilla e andare a sbattere in Cariddi: cambiare genere significa evitare le caratteristiche formali di un cliché. Se però la sostanza è la stessa, a che serve vestirla di nero, di giallo o di rosa?

Uno scrittore che riflette su ciò che scrive vorrebbe raccontare storie che, invece di stare in piedi a base di metafore, siano esse stesse grandi metafore inspiegabili, come è senza spiegazioni la vita. Ma un romanzo non nasce da una scelta razionale: chi ha una storia in testa deve buttarla giù e finché non lo fa non può pensare ad altro. Solo più tardi, quando si rilegge, capisce di aver applicato questo o quello schema, e allora si guarda allo specchio e si domanda: sono contento di aver scritto un giallo (o un noir, un rosa, un romanzo storico, una tragedia borghese, un vaudeville…)? È davvero questo ciò che volevo scrivere?

In passato questa domanda non veniva presa di petto. Il modulo della tragedia, centrato sulle contraddizioni della famiglia o della società, ha monopolizzato la narrativa per secoli: quando gli scrittori si sentivano ingabbiati cercavano nuovi ambiti in cui applicare lo stesso modulo. Ma ormai è proprio il modulo che è andato in crisi. La tragedia borghese non ha più molto da dire: i conflitti sociali e familiari sono stati analizzati da tutti i punti di vista (della morale, del sentimento, del sesso, della psicologia, della sociologia, ecc. ecc.). Ormai lo sappiamo: il matrimonio non è tutto rose e fiori, la famiglia può diventare un nido di vipere, la società confligge con chi non si omologa (omosessuali, drogati, “diversi” etnici e culturali). Quando i critici parlano di “morte del romanzo” si riferiscono a questo tipo di storie: non ha più senso narrarle perché tutti i conflitti sono stati studiati, approfonditi, sviscerati. Si possono fare riletture e rivisitazioni, ma è come rappresentare Otello in abiti moderni: la storia è sempre quella.

Esaurita la tragedia, il romanzo si è ridotto a proporre un mistero e tentare di svelarlo. Se lo fa in modo logico è un giallo; se lo fa in un altro modo è un viaggio iniziatico.

Benissimo: inventiamo un delitto e organizziamoci intorno un giallo. Per dire che? Che non esiste il delitto perfetto? Beato chi ci crede. Dove li mettiamo Simonetta Cesaroni e Olaf Palme (tanto per fare solo un paio di nomi)? Allora diremo che quando non ci arriva la polizia sarà il Destino a punire il colpevole? Ma non è vero! Perché dovremmo raccontare queste fiabe per bambini piccoli?

Oh perbacco, ma per l’ottima ragione che il pubblico ce le chiede. Il pubblico vuole essere consolato!

E va bene. Ma non è possibile che tutti i lettori leggano soltanto per evadere in un mondo ideale, fatto di confetti e zucchero filato.

Si risponde: ma sì, esistono anche i lettori smaliziati, ed è proprio per loro che esiste il noir, la vicenda raccontata dal lato del “cattivo”, da un punto di vista amorale o anche immorale.

Il guaio è che, in tanti anni di noir, la psicologia del cattivo ha finito per rinchiudersi nella disumanità del borderline. Il cattivo non è più uno di noi, un essere umano che uccide per un solido movente: è diventato un alieno, un pazzo che uccide per il gusto di uccidere. E questo non è un altro modo per raccontare la fiaba di Cappuccetto Rosso?

Del resto, anche rifiutando l’impianto logico e moralistico del giallo, il noir si dibatte intorno al tentativo di dipanare una matassa, e la narrazione ha sempre gli stessi sbocchi: o il cattivo si redime o viene spedito all’inferno. Più consolatorio di così!

Invece la realtà è tutto il contrario, e chi legge lo sa. Nella realtà troppi delitti restano impuniti. Gli amori non corrisposti restano senza lieto fine e quelli corrisposti naufragano nella routine. Le carriere professionali non decollano e non c’è verso di capire perché. La vita è costellata di invidie, sgambetti e prepotenze. I traguardi si spostano sempre più in là e non si raggiungono mai.

E allora perché non dovrebbe essere possibile un romanzo che racconti i guai e le stranezze della vita senza farli seguire dai colpi di genio di un investigatore-deus ex machina, o da pestilenze gabellate per “provvide sventure”, o da improbabili conti di Montecristo che trovano tesori nascosti e si dedicano a far vendetta?

Il romanzo non tollera limiti: fa volare le astronavi a una velocità superiore a quella della luce, fa vincere la seconda guerra mondiale alla Germania, fa scoprire i segreti dei Templari. Dunque, può ben riconoscere che la maggior parte dei misteri rimane senza soluzione. Può raccontare come ognuno di noi subisce dei torti, li manda giù, passa oltre e cerca gratificazioni di altro genere. Può dire chiaro e tondo che anche noi infliggiamo dei torti a chi non ci ha fatto niente, e ci raccontiamo bugie per giustificarci con noi stessi, e ci sentiamo vigliacchi davanti ai rimorsi, e cerchiamo di espiare aiutando altri che magari non se lo meritano. Un romanzo può spiegare che il cattivo non è un marziano, ma uno di noi che ha perso la bussola della moralità. Può mostrare che la punizione non sta nelle misure di autodifesa della società o nella vendetta del Fato, ma in ciò che avviene (o non avviene) nella coscienza.

Ecco, un romanzo può dire queste cose senza cadere nei soliti cliché. Non è impossibile: l’ha fatto Camus, per esempio, quando ha scritto “Lo straniero” e “La peste”. Non si tratta di rifiutare il genere (noir, giallo, rosa, ecc.) per partito preso, ma di lasciarsi alle spalle il buonismo consolatorio, l’espulsione del cattivo dal genere umano, la rituale scoperta del colpevole e conseguente riaffermazione dell’Ordine Costituito. Per guarire dalla sindrome fiabesco-pedagogica il romanzo deve tornare a dire la verità, a raccontare le cose come stanno. Non è in questione il genere, ma l’atteggiamento mentale.

5 pensieri su “Post-noir ? “Un romanzo è una storia inventata, dunque deve essere fasulla.”

  1. lucy

    si può dire la verità in molti modi, si può dire la verità anche attraverso un mucchio di “bugie”. preferisco però che le cose raccontate mi consentano di trovare un minimo di appiglio con la realtà, che è quella cosa nojosissima e scassapalle di tutti i giorni. piccoli eventi che ti logorano, fatalità eccezionali che ti mandano k.o.: ma pur sempre “ragionevoli”. il thriller e il noir non sono un cattivo prodotto se portano alla ribalta la vita senza troppi intrighi. dietro ad una donna morta strangolata c’è di tutto, anche un serial killer, ma più spesso un amante respinto, un marito violento, etc. etc. quando si dibatte, qui come altrove, su “che cosa” dovrebbero contenere i libri oggi, noto che spesso viene irrisa l’aspettativa della “normalità”, come se un libro dovesse essere per forza cattivo, violento, mentre le storie di tutti i giorni, tra l’altro di “ordinaria follia” se ci pensiamo bene, non avrebbero nessuna attrattiva. credo che quello che doveva essere scritto sia stato scritto secondo tutti i generi possibili. tuttavia c’è ancora molto da fare, molte sono le storie che gli scrittori hanno in testa. dire che una storia che poggia sulla quotidianità è automaticamente “minimalista” e perciò poco attraente mi pare un giudizio sommario, affrettato: eppure non solo i lettori comuni si esprimono così al riguardo. io vorrei che mi si raccontassero storie “possibili” eppure sconvolgenti, viste da angolazioni inconsuete. che mi si raccontassero le cose che dovrei vedere attorno a me, ma la mia visuale, la fretta, la dannata fretta, il mio vivere borghese, riparato non me lo consentono. vorrei che qualcuno mi raccontasse cosa c’è dietro quelle situazioni di calma piatta, che a volte mi sfiorano e mi danno i brividi. voglio evadere: ma non nel mondo di barbie: semplicemente dalla mia vita complicata, per entrare nelle vite difficili degli altri e capire di più la mia. credo che questo possa avere un grande significato nel nostro tempo e che dovrebbe riscuotere successo, solo se…
    “rumeni” è un libro così.

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