Un esempio come il suo (Italo Calvino)

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da qui

Ho sempre amato vocabolari, dizionari, lessici, repertori linguistici d’ogni tipo e natura. Forse per la lettura precoce di Italo Calvino, uno che tornava su una frase, una singola parola finché la sentiva meno imperfetta possibile, meno soggetta al disordine, all’entropia che tutto inghiotte. Il finale del Barone rampante è una testimonianza impressionante del campo di battaglia che era la sua pagina; ma anche in Se una notte d’inverno un viaggiatore il confronto tra lo scrittore produttivo e lo scrittore tormentato recava il segno di una lotta senza fine per portare alla luce il nitore di un vocabolo, il riflesso semantico di un giro di frase ben tornito. Oggi mi rendo conto di quanto sia necessario un esempio come il suo, quanto la nostra lingua abbia bisogno della sua ossessione, della guerra dichiarata al caos grammaticale, che ne trascina inesorabilmente altri, nella sua rovina.

11 pensieri su “Un esempio come il suo (Italo Calvino)

  1. f&r

    “Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo a sprazzi irregolari e ritagli, forse c’era solo perché ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito.”

    dal grande calvino a te, fabry

    un abbraccio

    f&r

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  2. claudia

    nessuna favola, purtroppo, magari fosse!
    ci vorrebbe un’inversione di tendenza ma chi si prenderà l’onere di pretendere la disciplina della lingua da ragazzi che hanno una soglia di attenzione quasi nulla?

    ciao!

    claudia

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  3. lucy

    io ricordo di calvino come esempio di precisione linguistica e di prosa poetica la descrizione delle bolle di sapone in “fumo, vento e bolle di sapone” in “marcovaldo”. mi ribello agli studenti analfabeti, li batto ben bene, li rivolto come pedalini – a volte puzzano proprio (linguisticamente, intendo) -.
    non è vero che non si impara leggendo: leggendo si impara un sacco, dipende da che cosa si legge: il problema è che è meglio che leggano e capiscano al 40% una cosa bella,piuttosto che capiscano tutto di una bojata pazzesca.
    ma non tutti hanno voglia di leggere con loro e di farsi odiare costringendoli a leggere.

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  4. Iannozzi

    Sopravvalutato Calvino. In ogni modo ci vorrebbe un vocabolario intero per spiegare in maniera indicativa perché.

    Che i giovani siano analfabeti non è una novità. Si ripete la solita storia a ogni cambio di generazione. A breve si tornerà a parlare clava alla mano! E in alcune regioni italiane, e non, detta involuzione è già in atto.

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  5. Noa

    Ma come? Ma dai?! Ma davvero?…

    Abbiamo dovuto aspettare il riciclo del rettorato di Bologna per ascoltare parole dette e stradette in primis dagli studenti stessi (ed io per primo ai miei tempi, 6 anni fa) perchè fosse data ufficialità ad una condizione ufficiosa del degrado linguistico (lasciamo stare quello culturale) delle matricole universitarie?

    Ecco, ora aspettiamoci una bella battaglia tra difensori delle superiori e professoroni universitari (ignoranti anche loro: quanto vorrei scannerizzare e mandare le slide dei miei al Corriere!)che giocheranno per un po’ allo scarica barile, mentre piano piano gli studenti smetteranno del tutto di parlare e si limiteranno a ripetere ciò che gli viene scritto sulle “dispense”. Un uomo è ciò che pensa, e ciò che pensa dipende anche da come parla. Svelato l’arcano della retrocessione sociale.
    Grazie per il post

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  6. elio_c

    Ehm.. a dire il vero non ritrovo più ciò che avevo chiamato “favola” (ma che avevo letto?). Forse intendevo dire che ritengo il “caos grammaticale” più il sintomo di un degrado, che non una causa.

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  7. Lucia Olini

    […]Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvi? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni di insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.
    Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non mi interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio…
    da Esattezza, in Lezioni americane

    Trovo Calvino sempre meraviglioso: un vero maestro, anche per i ragazzi di oggi!

    Non mi straccio tanto le vesti: il problema viene ormai segnalato da diversi anni e purtroppo tutto, intorno a noi, sui mass media ma anche nella comunicazione diretta, contribuisce ad imbarbarire sempre più idee e, dunque, linguaggio.
    La battaglia che cerco di combattere con più forza a scuola è quella contro la banalità, i luoghi comuni, il conformismo quieto che rassicura. Dichiaro esplicitamente ai miei studenti che il mio obiettivo è che maturino il pensiero critico. purtroppo la cura del linguaggio richiede tempo e pazienza, merce rara: anche in contesti molto seri (e la mia scuola è di questi) all’italiano si dedicano poco tempo e poca attenzione, a vantaggio di materie più direttamente “spendibili” (anche nei test di ammissione universitari!)

    Sono convinta anch’io che si impari molto leggendo. Quanto alla grammatica, credo che si dovrebbe chiarire che cosa si intende: una grammatica normativa e astratta certo non basta; ma la riflessione sulla lingua, in tutti i suoi aspetti e contesti, è indispensabile.

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