[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=XEhAXQ5QQzs&hl=it_IT&fs=1]
SCARBOROUGH FAIR – UNA FIABA
C’erano banconi di legno grezzo e massiccio interamente ricoperti da latte di finto argento d’ogni misura, tipo e caratura. Erano piene di fiori multicolore: si contavano gerani, rose, verbene, tulipani … Seduta, come si trovasse all’interno della sua normale abitazione, una vecchina ricamava centrini intagliati a mano
– “un’arte antica” – sembrava dicesse ad ogni passaggio di filo nella tela
– “profuma ancora di speranze e sogni da rammendare”.
Sollevando il capo senza una parola, mi porse un fazzoletto in lino, grezzo. Lo presi come se ne conoscessi motivo e ragione – complice del suo silenzio – la continuai ad osservare.
Senza distogliere lo sguardo dal ditale
– “devi ricamarlo senza usare filo ed ago, poi lo devi stirare senza ferro né vapore”, diceva lentamente
– “e dopo averlo ripiegato in essenza di lavanda, glielo devi consegnare … eh, ragazza mia, cent’anni prima io persi la ragione”, così concluse, svelando una smorfia di commozione sulle labbra corrucciate. Abbassai il capo, lei congiunse l’indice alla bocca a suggellarne il segreto.
Dalla folla di tamburelli nella piazza mi avvolse d’improvviso una canzone: era la fiera di Scarborough in aprile: la fiera dei folli, dei sogni, dell’amore.
***
Dalla raccolta inedita Cotidie vertere
DESPEDIDA
In fondo che cos’è importante?
Tutto è nulla nella sua pienezza
– mi dissero un giorno: “siamo tutti soli” –
e la solitudine è una voce che si tiene compagnia.
***
QUALE SENSO D’INSANA ACQUIESCENZA
Sono cadute le ultime rose nel tramonto di fine estate. Nel caldo umido che segue la pioggia si alzano ancora nugoli di zanzare: la pelle si assapora nel sudore stanco di una luna tersa, appena autunnale.
Pietra dopo pietra costruisco la mia tomba: sepoltura di lavanda fresca e di verbena.
*
Rincorrere il tempo nella lentezza delle ore
e’ come affacciarsi stretti al muro
per paura di lanciarsi nella bellezza del vuoto
.
me ne sto qui, imbrigliata nel sibilo delle parole
come un pavimento vischioso che s’inceppa nelle suppliche dei topi.
.
Voglio tornare ad essere bivio d’incertezze,
chiudere il rubinetto all’ossessione della goccia:
drop …
drop …
drop …
per stendere le palpebre su un masso e bisbigliare:
Quale senso d’insana acquiescenza
può venire alla terra dal mare?
Saranno ancorati a mille lidi
i ricordi ovattati di ieri
ed avranno negl’occhi gl’umori
sulle carni i percorsi e gl’artigli
di carezze il sapore nei pianti
mai vissuti nei sogni che avevi
Essere volo di rondini
che non fa primavera
mentre la neve si compatta
e dormono le primule.
***
IL DITO E LA LUNA
Socchiudi un occhio,
metti a fuoco il desiderio sinistro
e fai danzare – ferma, come in un mirino –
la luna sul tuo dito medio.
.
Piano, vedrai,
sarà come fotterti il cielo
nel punto osceno e preciso
del precipizio nel vuoto
.
per ricadere, poi – lento –
nella calura dei miei fianchi
che s’aprono stanchi
come dune sferzate dal deserto
– ed un’oasi a far capolino
***
DISORDINE
Non recupero le forze
nelle fosse dei tuoi silenzi
ma nei tuoi respiri sérpico
tra le sillabe che abbandoni
in disordine per la stanza.
Annusando odori di noi e di ieri
raccatto polveri e pensieri:
ed é come rammendare un calzino bucato dal tempo e dall’usura
da un’unghia troppo lunga
che s’incunea nei lembi della carne.
É un rattoppo per suturare sdruciture
questo disordine che si sfugge
per consumarsi inchiostro su un taccuino
***
LA NOIA DI SCRIVERE
Abbiamo avuto il nostro penoso tramonto,
la ruggine delle foglie,
la noia delle primavere quando invadono l’inverno,
i silenzi della notte
e tutto qui per noi
a sobillarci la stoltezza di scrivere prolissità
nella pronunzia sorda del vento
impigliato ai denti aguzzi delle stelle
quando, lento, rimastica le ottuse ipocondrie del giorno
.
– Vedrai, anche questa funesta pagina di male
si scioglierà nei giardini segreti degli istinti
ove soggiacendo oltre ogni logico volere
guariremo nel libarci alla fonte dell’inganno
– Oh mia scure!
Famelica lama abbatti il mio tronco
fino al battesimale incontro
delle vene al cuore
e che non ammetta il minimo dubbio
riguardo la rotondità della terra
ed al vagare risucchiati dal suo ventre di legenda
come mesta novella sul divagare delle cose,
come fosse tutto puerile invenzione dell’arte,
come se un platonico sussulto
potesse rendere giustizia alla monotonia del verso
Non senso:
penuria di parole alla penna digiuna d’argomenti
Senti la ruggine mangiare i corpi, le lamiere, le giunture?
È anch’essa noia nelle cose inanimate
e fuori tutto è fermo nel suo ferruginoso aspetto,
– almeno piovesse.
***
SE CHIEDI IL MIO NOME
é
un’anima pura nella sua dannazione che espia le colpe e le macchie di chi se n’é servito
un purgatorio di vento che lascia annodati i capelli alle unghie ed ai sassi
un fiume di lava che incendia i sensi per purificarne la carne nel desiderio terreno
se chiedi il mio nome – é un insieme di parole maledette – ti rispondo
– é l’altrove che si consuma nella neve come una fiamma senza speme
la cartilagine che avvolge le ossa nella fatica della leva alle ginocchia
la malsana onda che sconquassa la riva di detriti ed incuria
la notte folle delle ombre infantili dietro il vetro
l’ultimo inverno prima di morire
.
mi svesto del mio nome:
e volano le sillabe
Nenia d’autunno
Avanzi lenta agl’occhi
Triste l’azzurro m’
Ágita le foglie ———————————————————————– re-surr-exit
Lieve la carezza t’
Insegua il passo – dell’ultimo [mio] –
Addio
***
LE COSE CHE NON VEDI
non vedo l'ora di scrivere parole con le sillabe che lasci pendere dal cielo sospese come respiri rappresi agli angoli degli occhi increduli davanti al tempio del suono quando l'alba si sveglia di neve chiara come cuscino di piume, come la tua pelle quando mi dormi accanto nella luce di un anno non vissuto, come l'armonia della schiuma quando si alza lenta nell’eccitazione del mare, come quando fuori piove e prendo un mazzo di carte per-sma-zzá-rmi_il-tém-po-trá-le-dí-ta e pensare che non vedo l'ora di scriverti le cose che non vedi ed inventarti la pioggia dove l’arcobaleno disegna un ponte inesistente e due sponde lontane e passarti un bastoncino di liquerizia sulle labbra, dalle labbra per cancellare il sapore di un boccone di pane e sudore. Non vedo l’ora di scriverti come quando il buio mi chiude gli occhi su un cielo senza stelle e aspetto e veglio le bugie più belle per farti sognare.
***
PROFUMO
Sotto un paletot di stelle che ha smesso di sognare,
ascolto il vociare delle ombre nel vento.
Nascosto lo sguardo nel revés d’un cielo per cappello
sorseggio la luna – bisbigliando il tuo profumo.
***
TABULA RASA
lo sono il nulla che non ho urlato, perché “io-só-no-úr-lo” che si disegna alla tabula rasa che ti si fa mensa, e sono quello spasmo che mi ha segnato della sua morbosa assenza, perché “sono morbo e spasmo”, nel desiderio che si mortifica della tua insperata affinità, e “sono affinità” io stessa, elettiva e fugace nel mio tempo sospeso ed apparente. Non mi sono infettata, eppure devo essere malata se declino l’incanto all’incoscienza se mi traduco delirio consapevole e dolce, sacrificio e seme che ci nutrirà d'ortiche.
***
Dalla raccolta Rosso Levante, edita nell’antologia A.A.V.V. “Pro/testo” – Fara Editore, 2009 – a cura di Luca Paci e Luca Ariano
.
La società è morta il giorno in cui ha smesso di avere coscienza
del diritto e del dovere, dovere di esercitare il proprio diritto
dinanzi al potere. La società è morta, senza estrema unzione.
***
KAMIKAZE
Stringhe di dolore annodano l’olfatto
d’un caffè bruciato nel vapore d’un mattino uggioso.
Ricarichi le ossa nella tosse d’una sigaretta
che spezza anelli di fumosa esitazione e paura.
Avvolto nel giubbotto, logoro di anni e sogni,
ti accompagni all’odore del letto vuoto.
Sul sedile d’un metrò ti giri di scatto
nel presagio di un nulla vuoto del ricordo:
danzano negli occhi le lettere d’una stazione
senza ritorno
sbiadite nel sudore d’un biglietto accartocciato tra le mani.
Rimbocchi il colletto
ed il freddo ti scorre nelle vene
.
[t’inonderà il silenzio
– violento – nel rapido finire].
Non baratti la ragione con la vita,
chiudi gli occhi sul suo sguardo di tizzone
ed è un addio per una causa
senza stato né nome.
***
Dalla raccolta inedita MyEros
FEMMINA
Nella naturalezza
della mia nudità, nei néi,
nelle efelidi e nei vezzi quotidiani,
nelle bionde chiome e nelle mie caverne,
nell’attimo del risveglio e nel caffè d’orzo,
ti dono il mio essere femmina,
senza pudore.
***
INCHIOSTRO
Intreccia i miei respiri alle parentesi quadre dei tuoi pensieri smussa le virgole ed accarezzami gli accenti striscia sul corpo del mio testo dágli peso penetra ogni parola, ogni verbo bagnami la lingua della tua saliva - nel leggermi piano senza fretta - scivola sul ventre di ogni pausa di silenzio e stropicciami ad ogni lettura nelle ore di noia mentre vieni nelle mie caverne e sui miei capelli ed alle labbra offri ancóra nuovo inchiostro.
***
OTTOBRE
Fioriti i melograni germogliano l’inverno
d’arance rosse dove tutto é spoglio.
Si ricompone il tempo nella lentezza assorta della nebbia
mentre osservo l’universo nel torpore d’uno sbadiglio.
Oggi d’ottobre mi si riscalda il cuore
nella pioggia improvvisa che profuma di terra,
lì, dove riposa il pane caldo del tuo corpo
a disfarmi le lenzuola.
***
DEL DIVINO AMORE
Conobbi la mia Fede negli abissi
oscuri dei tuoi occhi quando in essi
m’immersi, abbandonando il mio respiro
al mistero del senso e dell’istinto.
.
Ho raccolto la Fede sui pendíi
dei tuoi fianchi, quando la notte bianchi
li cinsi tra le cosce per gustarne
– Sguainato il succulento cimiéro
d’originale carmínio peccato –
chiaro il succo che sazia la mia sete.
.
Incontrai la Fede sulle tue labbra
quando zingara intrecciai la mia lingua
ai palmi delle mani mendicanti
.
per risalire le vette dei Cieli
nello spasmo di miele sulle dita
al tocco sensibile della Grazia.
***
Nota biografica:
Natàlia Castaldi nasce a Messina il 13 gennaio 1971, dopo una formazione classica si iscrive dapprima alla facoltà di Lettere classiche della sua città, poi abbandonerà quel percorso di studi per trasferirsi tra Milano e Roma dove frequenterà il corso di Laurea e specializzazione in Interpretariato e Traduzione, conseguendo nel 1997 la specializzazione in Traduzione di lingua inglese e spagnola. Dopo anni di viaggi tra Italia e Inghilterra, dal 2000 è tornata a vivere e svolgere la sua attività di traduttrice libero professionista e scrittrice nella sua città natale. La traduzione poetica, la poesia e la partecipazione attiva alla vita politica e civile, sono i suoi principali campi di interesse, che considera dipendenti e consequenziali gli uni dagli altri.
Sposata e mamma di uno splendido ometto di 8 anni, Riccardo.
***
Pubblicazioni:
- Il giardino dei poeti – antologia di poeti italiani – Historica – Il Foglio Letterario, novembre 2008
- Pro/Testo – Versi – antologia – Fara Editore, giugno 2009
Alcuni suoi testi sono già apparsi in vari litblog, tra i quali:
Minimalismi letterari e dintorni controvento – blog dell’autrice
La dimora del tempo sospeso – a cura di Francesco Marotta
Arte Insieme – a cura di Renzo Montagnoli
Carte Sensibili – a cura di Fernanda Ferraresso
Poetarum Silva – blog collettivo in cui collabora l’autrice
AnarchicA – blog collettivo in cui collabora l’autrice
Filosofi per caso – a cura di Antonella Foderaro
Scritti Inediti – a cura di Luca Tognacci

è sempre bello rileggere le poesie di nàtalia. ritrovare quella certa magia
Grazie Gianni, io aspetto febbraio per il tuo libro 😉
Ringrazio LPELS e soprattutto Francesco per avermi dedicato il suo tempo e la sua attenzione.
un abbraccio.
Che sorpresa trovare qui questi testi.
Alcuni li conoscevo, alcuni, ed è bello rileggerli e riconoscerli.
Altri no. E si possono seguire i cambiamenti – è giusto dire la maturazione – di una scrittura e di un’autrice di cui ho grande stima.
E affetto.
Brava.
Francesco t.
Ad ogni lettura un’emozione diversa, una crescita diversa, un “cambiamento” volutamente trovato, senza andarne in cerca.
Nelle sue poesie trovo una prospettiva che sa accorpare luce ed ombra nella nitidezza degli occhi (miei) che la leggono… e la amano. Semplicemente perchè Natàlia “trasmette” e mi “cattura”.
Grazie di cuore.
Glò
anche qui?
brava, sia in prova che in poesia.
roberto
@Francesco, che bella sorpresa trovarti qui e che bel dono sono la tua stima ed il tuo affetto. (la tua poesia per me è stata ed è un punto di riferimento, ma questo già lo sai) grazie infinite.
@Gloria, ci conosciamo così bene che le parole sono solo quel qualcosa in più, anche quando basterebbe il silenzio, ti abbraccio con tutto il mio affetto.
@RedMaltese, caro Roberto, da me si dice “a chi nenti a chi troppu” (per il resto del mondo: quando niente e quando troppo), diciamo che è stata una “settimana piena” di bellissime emozioni e a casa tua mi sono trovata davvero bene bene, ancora grazie!
natàlia
DESPEDIDA
In fondo che cos’è importante?
Tutto è nulla nella sua pienezza
– mi dissero un giorno: “siamo tutti soli” –
e la solitudine è una voce che si tiene compagnia.
DESPEDIDA
Was ist im Grunde wichtig?
Alles ist in seiner Fülle nichts
– mir wurde eines Tages
gesagt: “wir sind alle einsam” –
und Einsamkeit ist eine Stimme, die sich selbst Gesellschaft leistet.
Sai che questo è il mio modo di sentire la tua poesia, Nat.
Ancora ricordo i primi versi scambiati come chiacchiere tra amici ed ora ti ritrovo a ricamare parole esperte, ma lievi come allora.
sono tutte splendide e toccanti, lievi e armoniche, musicali e riflessive…e molto altro ancora.
Complimenti all’autrice e complimenti per la scelta.
ciao Nàt 🙂
Non è questa la prima volta che mi ritrovo a scrivere sulla poetica di Natàlia Castaldi; e da un commento che feci a una pubblicazione postata su “Carte Sensibili” (cui si fa riferimento a pie’ di pagina) vorrei estrapolare e riproporre qui alcuni passaggi.
Il titolo che decisi di dare a quel commento era “Fratture di tempo”.
In quel “luogo” i testi della Castaldi vennero abbinati a una serie di immagini. Nella fattispecie si trattava di una sorta di cartoline rielaborate pittoricamente e graficamente.
Quando vidi gli abbinamenti scattò in me un meccanismo di correlazione.
L’«invio» poetico di Natàlia Castaldi aveva ricevuto, in quel luogo, un «invio» iconografico. L’insieme di questi due invii creava la “differenza” nella co-esistenza, nella co-abitazione, ovvero: apriva il campo delle possibilità, delle prosecuzioni.
Ogni doppio invio è un rinvio.
Da un lato l’iconografia (già trattata in sé) della «carte postale» tratta il verbo innestandovi una dimensione temporale. Siamo quindi in presenza di un primo spaccato, di una prima frattura. Certo, l’immagine è ferma, e il tempo che vive in essa risulta come fissato.
Dall’altro lato il cuore poematico (già trattato in sé) di Natàlia Castaldi tratta il tempo innestandovi una dimensione verbale. Ecco quindi un secondo spaccato, una seconda frattura. Anche la messa su carta del verbo configura un fissaggio.
In questo doppio «fissaggio», nella solo apparente immobilità c’è qualcosa che si muove, che si fa portavoce di una «messa in mobilità».
”Socchiudi un occhio, / metti a fuoco il desiderio sinistro / e fai danzare – ferma, come in un mirino – / la luna sul tuo dito medio. / Piano, vedrai, / sarà come fotterti il cielo / nel punto osceno e preciso
del precipizio nel vuoto / per ricadere, poi – lento – / nella calura dei miei fianchi / che s’aprono stanchi / come dune sferzate dal deserto / – ed un’oasi a far capolino”
Tutto verte sul tempo e sul verbo.
Il verbo è «fratturare» (consideriamolo però anche come sinonimo del nostro terribile, fatidico verbo essere) e il tempo è ciò che si offre a essere fratturato.
Le occorrenze si moltiplicano a guisa di piacere. Provate a guardare (sì, guardare, perché non basta leggere) come fluisce il tempo e in che modo esso venga fratturato dagli innesti poetici in questi invii e vi renderete conto di come presente, passato e futuro formino un tutt’uno volto a creare e ricreare continuamente una sorta di “tempo nuovo” insieme idealizzato e sospeso, un tempo il cui unico fine sembra essere quello di affrescare e insieme inchiostrare. Un po’ come dire: un colpo di pennello e un colpo di lapis.
Il passato della «carte postale» rinviene attraverso la «venuta in presenza» di un’immagine. Ma non basta, la cartolina ha una doppia faccia (doppia portata): il «recto» e il «verso». Se il recto è prettamente iconografico, il verso invece è quello spazio deputato alla scrittura. Suggestionando si potrebbe dire che la scrittura si imprima sull’immagine da dietro e che la sua venuta si ottenga con un doppio movimento di intrusione e sovrimpressione. Allo stesso modo la poematicità della Castaldi si presta proprio ad un doppio uso.
Io conierei la locuzione «scrittura iconografica» (difatti leggendola si possono vedere chiaramente le immagini che essa evoca), vere e proprie cartoline, spaccati, fratture di tempi, luoghi e corpi. Corpi che inviano e si inviano, che abitano, magari solo per un istante, tempi e luoghi e, soprattutto, che si fanno abitare da essi.
Ci si pratica sempre al limite in questi invii poetici. E il «nome proprio» sembra deterritorializzarsi verso l’improprio. Non leggiamo però l’improprio come un’accezione negativa, consideriamolo come un passaggio dall’uno al molteplice, come la ricerca delle infinite possibilità in cui continuare a praticarsi.
”Incontrai la Fede sulle tue labbra / quando zingara intrecciai la mia lingua / ai palmi delle mani mendicanti / per risalire le vette dei Cieli / nello spasmo di miele sulle dita / al tocco sensibile della Grazia”
Gli «invii» della Castaldi, dal mio punto di vista, mettono scrittura e immagini in un regime di condivisone temporale, donano senso al viaggio (alla messa in mobilità del verbo), esprimono una sensazione, richiamano un sentimento, sono rivolti all’esplorazione e alla condivisione dei sensi. E le fratture nelle quali il verbo agisce (e si fa agire) sono per l’appunto spaccati sensoriali il cui fine è quello della deterritorializzazione dall’io all’altro da sé. La messa in mobilità crea uno spaziamento, imprime i suoi dispiegamenti (ma anche i suoi ripiegamenti), in poche parole: si dissemina lasciando tracce che, nella loro sospensione, si rivelano come incancellabili.
E la parola «fissaggio» significa anche questo.
Invio e rinvio. Pensiero e peso. Sensi, sensazioni, sentimenti. Dispiegamenti e ripiegamenti. Spaziamenti e fratture. Sono alcune delle parole-chiave che la Castaldi mette in mobilità nelle sue pregnanti fratture di tempo.
Fratture in cui abitare e in cui farsi abitare.
”Intreccia i miei respiri alle parentesi quadre dei tuoi pensieri / smussa le virgole ed accarezzami gli accenti / striscia sul corpo del mio testo / dágli peso / penetra ogni parola, ogni verbo / bagnami la lingua della tua saliva / – nel leggermi piano / senza fretta – / scivola sul ventre di ogni pausa di silenzio / e stropicciami ad ogni lettura / nelle ore di noia / mentre vieni nelle mie caverne / e sui miei capelli / ed alle labbra / offri / ancóra nuovo inchiostro”
@AnnaMaria: grazie! tradurre non è cosa da poco, non è un processo meccanico, ci vuole tempo, attenzione, immedesimazione, cura e amore … hai già tradotto altre mie cose e sempre spontaneamente, se non è dono questo, non so cosa significhi “dono”.
grata.
@Evento: è bellissimo dialogare in versi, cosa che amo fare tutt’ora… ti abbracci con l’affetto di sempre.
@Carla: sei una bravissima poeta, con te ed Elio abbiamo l’appuntamento per la buonanotte quotidianamente. E’ strano come “l’arte” possa unire le persone. vi voglio bene.
@Enzo: penso che tu mi conosca più di me stessa, qualunque cosa tu scriva è una pagina da leggere di per sè. Non aggiungo parole alle tue e ti abbraccio forte. Grazie.
a tutti e a Francesco Sasso, ancora grazie di tutto.
tra queste poesie trovo “Profumo”
da quel testo partì il viaggio per conoscere la scrittura di Natàlia
in movimento continuo, in crescita, che rischiara, che volteggia, o s’adombra incantando
Elina
Ho provato un piccolo brivido,a trovarti qui, ignaro, e leggerti per intero, così a lungo.
Nel tuo silenzio di questi giorni, i tuoi versi sono pioggia sulla mia ruggine.
“Senti la ruggine mangiare i corpi, le lamiere, le giunture? È anch’essa noia nelle cose inanimate
e fuori tutto è fermo nel suo ferruginoso aspetto,
– almeno piovesse”.
Oggi io sono il dito. Tu la luna. Sei brava Nàt.
PVita
E’ tutto troppo astratto,costruito, non mi dice molto. Non lega senso a suono e non libera immagini. (Paolo R.)
@Elina: beh… allora quel profumo doveva essere buono se la sua scia ti ha portato anche qui! grazie 🙂
@Pasquale: sei un amico speciale, un autore unico, il tuo “brava” vale più dell’oro per me.
@Paolo: astratto e costruito, hum, non so, per me non è tutto astratto e costruito, ma se lei lo percepisce così sarà di certo una mancanza dei miei testi. che dire? Mi applicherò di più per legare senso al suono e liberare immagini concrete.
grazie.
Natalià è una grazia leggerti. Mi chiedevo perché non incontravo più i tuoi commenti. Credo che la poesia che preferisco è la noia di scrivere.
La poesia di Natalià è anche presente sul blog a capofitto – blog di Saldan –
L’appunto biografica permette di vedere come una donna puo impegnarsi nella vita e avere una vita luminosa.
ciao cara Véronique, ho dovuto assentarmi da molte cose ultimamente per concentrarmi a lavorare e portare avanti alcuni progetti. ti spiegherò meglio in posta, solo che non ho trovato il tuo indirizzo email nell’archivio. se puoi scrivimi.
ti abbraccio, nat
Che bello ogni volta ritrovarti col tempo lungo e la classicità dei tuoi versi.
Che bello sapere che ci sei! 🙂 grazie Andre.
sei gentilissima Nàt 🙂
hai preparato lo zaino?
:-)))
SSSSSSSSSSSSSSSìììììììììììììììììììììììììììììììììììì
porto i cd di Drake 🙂
penso che sia una cosa fantastica…
sccch….
🙂
L’ha ribloggato su rip00bloge ha commentato:
sempre, rifugio e sollievo
carezza e graffio
unica Nàtalia Castaldi