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da qui
Sono serbi, senegalesi, rumeni; vengono da tutto il mondo, ma la fisionomia è comune: il dolore, le privazioni, la rabbia, solcano il viso con linee omogenee, segni inferti dall’ingiustizia umana. Chiedo loro il nome, il paese d’origine, le peripezie dell’ultimo periodo; qualche notizia sui parenti, l’abitazione, se ce l’hanno: molti dormono in pineta, o all’ostello della Caritas. Li sostengo come è possibile a una parrocchia di periferia. Siamo sempre in cerca di un lavoro, ma spesso la gente è diffidente: rumeni e albanesi incutono timore, per gli africani si ha paura dell’igiene. Procediamo disperatamente, a tentoni, fiutando l’aria, informandoci nei modi più inconsueti. Anche un titolo di articolo può attirare l’attenzione, salvo accorgersi che non serve a nulla, come spesso, anzi, quasi sempre accade.

pultroppo alla base c’è un razzismo di fondo…
è triste ma è così.
solo chi vive a contatto continuo con la – carità – può rendersi conto di questo.
e pensare che queste persone
hanno uno spiccato senso dell’umiltà.
Chiedo loro il nome, il paese d’origine, le peripezie dell’ultimo periodo; qualche notizia sui parenti, l’abitazione
è questo il passaggio fondamentale, senza il rapporto diretto, senza la conoscenza personale esiste solo diffidenza e sospetto. ma l’essere umano si rivela nell’incontro che fa cadere le barriere
un abbraccio solidale, fabry
f&r
la chiave è senz’altro la conoscenza personale: ma costa.