Gerusalemme, venerdì

di Federico Platania

Un rave party religioso. Le parole, azzardate, mi girano in testa verso la fine della giornata mentre guardo la moltitudine di ebrei che balla di fronte al muro del pianto, per l’inizio di Shabbat. Filatteri legati alle braccia, i brani della Torah inscatolati nella tefillin che portano sulla fronte. La piazza antistante il muro occidentale si riempie di gente a mano a mano che il cielo diventa scuro. Ma il rave party religioso è iniziato da stamattina: fino a qualche ora fa qui c’erano i musulmani. I muezzin hanno cominciato a chiamare i fedeli a raccolta fin dalle prime ore del mattino. La piazza che ora è affollata dagli ebrei, sinagoga a cielo aperto, era semideserta mentre gli islamici a gruppi si dirigevano verso la moschea di Omar, sulla spianata del Tempio. Il salmodiare del muezzin al mattino, le danze degli ebrei al tramonto. In mezzo, nel tardo pomeriggio, noi cristiani con i canti della via crucis. Gerusalemme, di venerdì, è un rave party religioso.

Non è la prima volta che vengo in Terra Santa. La parola giusta sarebbe pellegrinaggio, se non fosse che questo termine evoca una teoria di vecchine in automatica preghiera, mentre io, a Gerusalemme, adesso, non ho neanche quarant’anni e camminando lungo le mura esterne per raggiungere la prima stazione della via crucis ho in testa le parole di una canzone dei CCCP: «Anela il cuore mio / ad Anastasis per dolorosa via / Ad un Sepolcro santo / che sepolcro non fu ma santo è / per fede di fedeli».

Nel gruppo c’è qualcuno che vive questo evento per la prima volta. Quando si rende conto del contesto in cui dovrà svolgersi il rito vedo un’espressione di perplessità disegnarsi sul suo volto. Non appena il corteo muove dalla Cappella della Condanna, già sulle prime note del canto, eccoci stretti nei vicoletti della città vecchia. I negozi di souvenir locali sono aperti, dall’interno arrivano radio a volume alto. Dobbiamo cercare di pregare a voce più alta o – alternativamente – farlo silenziosamente cercando di mantenere la concentrazione. Qualcuno ci spintona, senza cattiveria: ha solo fretta. Famiglie arabe con figli e buste della spesa al seguito, un gruppo di bambini ci urla contro cose incomprensibili. A un certo punto il corteo si spezza, bisogna aspettare, ricongiungersi. Si recita un’avemaria. Due ragazzi ebrei, cappotto nero lungo e riccioli che scendono dal cappello, si tappano le orecchie per non sentirci e si allontanano il più velocemente possibile da noi. I venditori si affacciano sulla soglia dei negozi e impastano la loro voce alle nostre preghiere. Ci offrono presepietti di legno d’ulivo, mazzi di coroncine di rosari. «Cinqui iuro, solo cinqui iuro. Italiani poveri. Italiani crisi. Solo cinqui iuro».

La via crucis si conclude, come è giusto che sia, nella Basilica del Santo Sepolcro. Spiegare cosa è questa chiesa non è semplice. È il luogo più eccezionale del pianeta, tanto per cominciare. Qui Cristo ha sconfitto la morte per noi. Tanto basterebbe. Eppure, nel luogo della vittoria definitiva, è il caos. Le cinque confessioni cristiane che ne spartiscono il possesso (i greci-ortodossi, i cattolici, gli apostolici-armeni, gli ortodossi-copti e i siriaci) si odiano reciprocamente. Il risultato è che la chiesa è pressoché abbandonata a se stessa, come una palazzina i cui condomini sono in perenne lite tra loro. Simbolica è la scala appoggiata su una delle terrazze esterne della facciata. È lì dalla metà del 1800, quando lo «statu quo» fissò i diritti e i doveri di ogni confessione. Nessuno vuole prendersi l’onere di spostarla.

«È terribile. È la prova che anche noi cristiani siamo divisi, siamo incapaci di amore vero». Questo è il commento che sento ogni volta che entro qua dentro. È vero, non esistono argomenti che possano confutare questa affermazione. È terribile. Ma io di questa chiesa amo ogni cosa. Non so che farci. Amo i sacchi di calce buttati accanto agli altari, le processioni che si accavallano tra loro, le scale e gli attrezzi da lavoro appoggiati in ogni angolo delle labirintiche cappelle che si snodano nei sotterranei, la cera delle candele che cola direttamente sulle pietre, le vesti dei sacerdoti armeni, i canti meravigliosi dei francescani, i fumi d’organo che salgono verso la cupola trasparente, i trattori (sì, i trattori) che rombano spostando laterizi a pochi centimetri dai fedeli in adorazione, fedeli che per forza di cose non possono che spintonarsi, ammucchiarsi, prevaricarsi. Pregare e pogare.

Come è possibile che il luogo più importante della cristianità  sia questo? E, soprattutto per me, come è possibile che questo cantiere di litigi e dispetti reciproci mi piaccia così tanto? C’è un’omelia di don Tonino Bello in cui il vescovo pugliese racconta questo aneddoto: «Nel duomo vecchio di Molfetta è riposto un grande crocifisso di terracotta. L’ha donato, qualche anno fa, uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete di un locale della sacrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta “Collocazione provvisoria”. La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito. Collocazione provvisoria! Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce: la mia, la tua, non solo quella di Cristo».

Ecco cosa mi piace tanto della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme: la sua natura transeunte. E la amo al punto tale questa natura che passo sopra alle tristi vicende terrene che hanno portato all’attuale condizione. A pensarci bene, l’abbandono è l’unico arredo possibile per una chiesa della resurrezione. Se questo poderoso edificio, che ingloba in sé un sepolcro, innumerevoli cappelle e la sommità del Golgota, fosse tenuto come un salotto buono, sapientemente illuminato, riccamente arredato con opere d’arte pregevoli, potremmo davvero riuscire a credere che la vita vera non è qui ma altrove? Invece questa è davvero una casa abbandonata di fretta per partire per un lungo viaggio, è davvero un luogo trascurato, una sala d’attesa di una stazione, un’anticamera.

Dice ancora don Tonino Bello: «C’è una frase immensa che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo: “Da mezzogiorno alle tre si fece buio su tutta la terra”. Forse è la frase più scura della Bibbia. Per me è una delle più luminose. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota! Al di fuori di quell’orario, c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio».

Un rave party religioso. Al mattino l’islam, al pomeriggio il cristianesimo, la sera l’ebraismo. Incessantemente canti, danze, preghiere, uomini e donne in movimento. Ripenso alle vie crucis a cui partecipo a Roma. Arrivano i vigili urbani, delimitano l’area, bloccano il traffico. E noi pratichiamo il nostro rito in questo spazio sterilizzato, asettico. Ogni volta mi capita di guardare verso l’alto i riverberi delle televisioni accese dietro le tende. Noi partecipiamo alla via crucis, altri guardano lo spettacolo del venerdì sera in tv. A Gerusalemme non è così. A Gerusalemme, ringraziando Dio, ci sono bambini che ti spintonano, commercianti che vendono, ragazzi che scappano tappandosi le orecchie. La città è viva. Noi siamo vivi. E interagiamo. La periferia di Roma, il centro di Gerusalemme. La differenza che c’è tra una via crucis condotta nell’indifferenza degli altri e una via crucis vissuta nella differenza tra gli altri.

?

Un pensiero su “Gerusalemme, venerdì

  1. robertorossitesta

    Grazie, è un pezzo bellissimo, che fa pensare ed anche consola, nella sua valenza di cronaca sicuramente fedele.
    Ma non deve essere usato come alibi per le nostre inerzie colpevoli: altre scale appoggiate da secoli, altri sacchi di calce abbandonati sono solo il segno della nostra incuria insolente, del nostro disprezzo per il prossimo e per la Grazia di Dio.
    Per tacere poi che non sempre e non dappertutto si può vivere nella differenza sic et simpliciter.
    Un caro saluto,
    Roberto

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *