
Adolescente, volevo essere Benny Goodman. Il modo con cui il suo clarinetto, tra giochi ritmici e filature decorative, attaccava la Rhapsody in Blue mi dava brividi di piacere. Il disco mille volte ascoltato nutriva una mia grande ambizione: come Benny aveva introdotto il jazz nell’America bianca, io l’avrei introdotto nell’Italietta che cantava “Se potessi avere mille lire al mese” e “Pippo non lo sa”. Poco importava che il mio clarinetto s’inceppasse dopo le prime misure del grandioso arpeggio con cui cominciava la rapsodia di Gershwin. Ce l’avrei fatta, del resto non era mia la colpa se il mio vecchio clarinetto in Si bemolle ansimava invece di trascinarmi nello swing, se era un vecchio catorcio sfiatato scovato dal nonno fra i residuati della sua banda municipale sciolta a causa della guerra: ogni nota usciva faticata, esausta e i salti di ottava richiedevano sforzi sovrumani delle labbra sull’ancia.
Un giorno – mi dicevo – avrei avuto anch’io un vero clarinetto Bohm rilucente di chiavi, come quello che troneggiava nella vetrina del negozio di strumenti musicali di corso Italia. Sogno proibito per il prezzo, ma giuravo a me stesso che un giorno l’avrei avuto, e allora avrei potuto arpeggiare come Benny, da virtuoso, e avrei dimostrato al gerarca fascista di Novara Ezio Maria Gray che il jazz non era arte degenerata, come lui tuonava nei comizi, ma musica degli uomini vivi.
Il maestro di fiati del Civico Istituto Brera mi incoraggiava, diceva che avevo una bella imboccatura, e questo mi persuadeva a continuare le lezioni di solfeggio e le esercitazioni con lo strumento fino a farmi sanguinare le labbra strette sull’ancia, a tenere il passo veloce delle crome e semicrome. Non so se gli elogi del mio maestro, maresciallo in pensione, erano dovuti all’amicizia con il nonno, alla mia disarmata innocenza o al fatto che s’accontentava di poco. Fatto sta che mi prometteva un futuro: studia – mi diceva – e fra tre anni sarai il terzo o secondo clarinetto al Teatro Coccia, suonerai nella Bohème e nel Trovatore. Ignorava che avevo il mio sogno segreto, diventare come Benny; mi ritiravo a soffiare in camera da letto, la finestra aperta sui tetti e sulle rondini che sfrecciavano in cielo come le note della Rhapsody in Blue. Il giorno in cui mi riuscì di arpeggiare l’esordio per qualche misura come Goodman composi, felice, una poesia che mi parve bella come un quadro di Chagall: “C’è un uomo che suona il clarino – sui tetti, uno spazzacamino. – Uditelo bene: è il vero – padrone della città”.
Ma il più contento dei miei progressi era il nonno. Veniva a scaldarsi da noi nei pomeriggi di guerra, una volta lo vidi piangere di commozione mentre ascoltava alla radio il preludio della Traviata. Ricordati – mi diceva – che in una banda il clarinetto è come il violino in un’orchestra”.
Per il saggio finale del secondo anno il maestro mi fece eseguire la Serenata di Ugo Bassi, tutta trilli ed arpeggi, su cui mi esercitai per mesi. La dedicai a Carla, la compagna di scuola di cui ero segretamente innamorato: peccato che lei non fosse presente al saggio. Un altro grande avvenimento fu, qualche anno dopo, la mia inclusione nella banda musicale della Gil, la Gioventù Italiana del Littorio. Andammo a ricevere, tutti infiocchettati con le nostre cordelline gialle sulla divisa di avanguardisti, Mussolini e l’imperatore del Giappone Hirohito all’Hotel Borromeo di Stresa; e toccò proprio a me dare l’attacco all’inno “Allarme siam fascisti”: reee-do-re-mi re!
Ma il mio vecchio clarinetto non era destinato ad un futuro guerriero e neppure – eccettuata una fugace apparizione nella bandina del secondo atto della Bohème – ai trionfi operistici del teatro Coccia. E quando, alla fine del ’44, mi seguì in Val Cannobina, dove mi ero rifugiato per non finire con la Monterosa all’addestramento in Germania, rimase tristemente muto per mesi nel suo astuccio: i partigiani non potevano concedersi il lusso di allestire delle bande musicali, l’unica musica che era consentita era quella delle raffiche dei mitra.
Finita la guerra il jazz arrivò con il chewing-gum e le sigarette americane, la Rhapsody in Blue e gli arpeggi del clarinetto di Goodman furono segnali di libertà. Ma la mia testa bolliva di altre idee, il vecchio clarino e le mie dita fuori uso inciampavano sulla musica di Gershwin. Più modesti traguardi la sorte assegnò al mio clarinetto in un complessino del Fronte della Gioventù, a scandire motivi birichini come “Ho un sassolino nella scarpa, ahi!” Finché, per lui, arrivò la grande avventura: un compagno di scuola, che all’Istituto Brera si era diplomato in flauto traverso, e che si era arruolato nella Repubblica di Salò perché, di famiglia ebrea, aveva così pensato di sfuggire alle leggi razziali, a disagio nella nuova situazione emigrò in Argentina, con l’idea di organizzare un complesso musicale. Mi chiese di prestargli il mio clarinetto; pur sapendo che non l’avrei più rivisto (o forse sempre sognando che un giorno avrei potuto comperarmi un autentico Bhom) non ebbi animo di rifiutarglielo.
Fu così che il mio clarinetto uscì per sempre dai miei sogni di gloria. Nel senso che il mio compagno di scuola, e con lui il mio clarinetto, sparirono in qualche angolo remoto della pampa argentina, a suonare nelle balere dei tangheros; ed io ero troppo occupato a vagheggiare la rivoluzione nelle risaie della Baraggia per ricordarmi ancora di Benny e della Rhapsody in Blue.
A questo punto della storia il lettore si stupirà se gli dico che dopo tanti anni, io possiedo ancora un clarinetto, che tengo come un prezioso cimelio in una vetrinetta fra coppe, targhe e diplomi racimolati nella mia ormai lunga vita, come presunte attestazioni dei miei meriti. Il clarinetto – che ha tutti i segni di una lunga e onorata carriera e reca impressa nella svasatura di ebano un indecifrabile marchio di fabbrica – è l’unico oggetto che ricorda i miei effimeri trascorsi di musicante, il sogno (uno dei tanti non realizzati di cui è fatta la vita di un uomo) di diventare l’emulo italiano di Benny Goodman. Come tale è forse – anzi lo è certamente – l’unico oggetto che, costretto a vivere in un’isola deserta come Robinson Crosuè, vorrei portare con me. Perché un clarinetto, anche quando sia stato ridotto ad essere uno sfiatato ferrovecchio, non è mai muto. Quando il silenzio della vecchiaia diventa opprimente mi basta guardarlo, nella vetrinetta dei cimeli e dei ricordi, perché un fiume di musica sgorghi placido nella memoria. Il preludio della “Traviata” che faceva piangere il nonno, la Serenata delle Rose che mi faceva sognare la ragazza Carla, la marcia del secondo atto della “Bohème”, il saluto guerriero all’imperatore Hirohito sulle rive del Lago Maggiore, i lacerti della “Norma” e del “Trovatore”, le canzonette del dopoguerra fiorite fra le macerie, perfino il silenzio della Resistenza ai pendici del Limidario: tutto sgorga come un fiume di musica nella memoria. E se mi accade ancora di guardare le rondini che sfrecciano nel cielo di primavera, sono le note della Rapshody in Blue che sfrecciano aeree, azzurre, leggere. Come se fossi io a suonarle, con il mio vecchio clarinetto, splendente di allegria come quello di Benny Goodman.
Vetrano e Randisi, i due attori amici che un bel giorno – terminata la loro tournée con i “Diablogues” di Dubillard da me tradotti e adattati, e con i quali avevo scherzato sui miei trascorsi di Benny Goodman mancato – mi regalarono il clarinetto, scovato – dissero – durante le loro peregrinazioni in una bottega di strumenti musicali. Non dissero altro, né io insistetti per saperne di più. Ho sempre pensato che il mio clarinetto sia tornato a casa per vie misteriose, carico di musica, dopo avere fatto il giro del mondo. Perché anche un vecchio, sfiatato clarinetto può essere fatto, per dirla con Shakespeare, della stessa materia dei sogni.
(da AA.VV., Ti parlerò di me…, a cura di Max Luciani, Edizioni Nuove Scritture, 2008)

Giorgio, non solo ho letto e apprezzato questo racconto, ma l’ho stampato e fatto a leggere a mio figlio (12 anni) che appunto si esercita al clarinetto. Il racconto poi viaggerà fino agli insegnanti di clarinetto in forza alla scuola statale frequentata dal piccolo allievo.
Commento oggi perché impegnato da un paio di giorni nella lettura dei molti contributi sulla produzione saggistica di Ranchetti, e sconcertato dal tenore di alcuni commenti.
Grazie della lettura, Roberto, sono contento che tu abbia apprezzato, anche perché mi è capitato di vedere il clarinetto di cui si parla, e di conoscere la sua storia dalla viva voce del suo proprietario, l’autore di questo racconto.