Il Poeta

il poeta, se ce n’è mai stato uno,
non sa niente
non vuole niente
non dice niente
non capisce niente
non trova niente
non sente niente.
il poeta, se ce n’è mai stato uno,
non l’ha creato dio,
era qui prima di adamo e prima di eva,
era qui da solo
e così è rimasto,
anche se poi è arrivata tante gente
per lui non è cambiato niente.

38 pensieri su “Il Poeta

  1. Ennio Abate

    Solitudine, nichilismo, misantropia.
    Quest’è ab aeterno il poeta e la poesia?
    Dopo (purtroppo!) è arrivata tanta gente
    che trova interessante anche il suo Niente?

    Ciao
    Ennio

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  2. Paola renzetti

    “era qui da solo
    e così è rimasto”

    diffidare del plauso e dei consensi, diffidare…Il poeta non parla il linguaggio poetico.

    si dice di più con il “niente”.

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  3. Arminio

    sono prove, piccoole prove, ho detto tante volte che uso i blog per fare delle prove, mi pare sia una cosa lecita.
    non penso di fare male a nessuno.

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  4. Luigi B.

    “era qui da solo
    e così è rimasto,
    anche se poi è arrivata tante gente
    per lui non è cambiato niente.”

    Sarà mica per questo che la poesia non va da nessuna parte da 30 anni a quest parte (escluse le dovute eccezioni)?

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  5. Arminio

    il poeta di cui parlo nel mio piccolo testo non è il fabbricatore di versi. la poesia più che convinzioni deve produrre perplessità.

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  6. Paola renzetti

    La poesia deve piacere, attrarre, condurre da luoghi “isole” di perplessità, ad altri luoghi di provvisorie certezze.
    E’ poesia se è bella e fa pensare.
    Ma cosa è bello e cosa non lo è? Ogni lettore-artista-poeta-“chiunque”, darebbe una risposta diversa.
    Veramente ci sono diversi livelli di letture, per una stessa cosa.
    Ma perchè una cosa è bella? Un viaggio deve avere qualche riferimento,qualcosa o qualcuno che nei tempi abbia già fatto dei percorsi.
    Ci si ritrova a nuotare in mare da un’isola all’altra.
    Per questo è necessario trovare delle convinzioni, ma allo stesso tempo essere disposti ad abbandonarle o a superarle, sfidare il buon senso dell’appartenenza comune, quello che si approva in un determinato entourage.
    Non aver paura di perderlo quel successo o smettere di rincorrerlo(si fa per dire).
    C’è bisogno di confronto vero e di lasciare qualche pregiudizio.
    Provare a far qualcosa per gli altri (soprattutto chi ne è più capace) lasciando da parte l’interesse.
    Io per me chiedo silenzio a volte, chiedo parola, discorso.
    Grazie a chi suscita piacere di lettura, interesse e riflessione.
    La partita giocata dalla poesia è tutt’altro che chiusa.

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  7. lucypestifera

    io che poeta non sono, ho scritto questa schifezzuola qualche giorno fa, un po’ stanca di girare a vòto nel web, in cui si trova di tutto, anche del bello, a dir la verità. m’è venuta scandita e non del tutto in prosa, pensavo alle troppe cosacce incontrate. quanto a dire di più con il niente…allora meglio tacere: assumo la riflessione a sottotitolo.

    di scrivere poesie
    non ce lo ordina il medico
    perché tediare allora il prossimo
    con impiastri unguenti e semi di lino
    di poesia inutile a peggiorare
    costipazioni di petto
    fistole piaghe che ne abbiamo
    tutti di nascoste e vergognose?
    la poesia è medicina
    quando lenisce calma cicatrizza
    oppure quando come ferro rovente
    scava nella ferita a estrarre
    il marcio a portarlo in superficie
    col suo giallo e verde di palude
    quando cerca gli omuncoli schifosi
    che guazzano nella melma puzzolente
    del tuo cancro
    non quando dice per dire
    quando non è miele e non è fiele

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  8. Manuel Cohen

    Anch’io perplesso.

    C’è buon senso, ma pure ovvietà.

    Non so, ma questa assolutizzazione del poeta mi sembra un po’ ideologica, e pure una banalizzazione fuori luogo.

    Tra l’altro si parla del poeta in luogo della poesia: un pizzico di egocentrismo neppure malcelato? uno snulleggiante nulla che comunque non assolverebbe la poco edificante iconuccia del Poeta:

    che il poeta non sappia niente: scusate, una falsa modestia che non convince.

    Che il poeta sappia di non sapere, che il proprio sapere sia un limite, certo è altra cosa. Ma è una istanza gnoseologica non contemplata in questi versetti.

    il poeta non dice niente: Dante si chiedeva ogni momento cosa vi fosse ab origine di una ferrea ‘Volontà di dire’ (La Vita Nova).

    E se poi non dice niente, ma che scrive, aria fritta? il nulla della dizione, il grado zero della significazione.

    che il poeta non senta niente: francamente Leopardi e Dante hanno posto il sentire alla base della propria vicenda cognitiva e del pensare. Sentirà freddo o caldo, dolore o gioia, come ogni altro comunissimo uomo in circolazione sul pianeta terra. E seppure recluso nel suo giardino di Armida, questi sentirà almeno il peso o il sollievo dell’esilio dorato, una qualche responsabilità, un distino.

    anche se poi è arrivata tanta gente/ per lui non è cambiato niente: una monade dunque,o, nella migliore delle ipotesi, un romito: è questa l’immaginetta del poeta che si vuole trasmettere? scusate ma è un pensierino monco e pure molto involuto.

    se non si ha nulla da dire, ogni tanto si può anche avere la compiacenza di non apparire, invece di proporre pensierini da baci perugina che confermano una molto vulgata opinione su chi scrive versi.

    mi spiace Arminio ma fai del male: neppure te ne accorgi ma danneggi, anche tu sottrai pietre all’edificio della poesia, fregandotene altamente e non so quanto inconsapevolmente di una pratica millenaria, di chi ha subito ostracismi e fustigazioni, di chi ha schiumato sangue:Omero, Dante, Michelangelo, Petrarca, Sylvia Plath, Celan, Pasternack, Lorca, Machado, Catullo, Saffo, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Pasolini e molti altri.

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  9. Ennio Abate

    Sono d’accordo con Manule Cohen: la poesia è una cosa serissima, anche quando facesse ridere, sorridere e non commuovere. Altra cosa è la moda postmoderna della poesia ilare, ammiccante, che ti vuol sorprendere con metodi – consapevoli o inconsapevoli – spesso pornografici o imitati da cinema e TV commerciali.

    Non sono d’accordo con la recita o la posa dell’autodemigrazione (“ho scritto questa schifezzuola”) di Lucypestifera e la riduzione della poesia a chirugia non so se sadica o risanatrice.

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  10. Paola renzetti

    Per me il poeta è uno come gli altri, vuole vivere la sua norma e non è un romito.
    Anche se è fuori dal chiasso che vengono gli stati migliori.
    Pure i grandi sono apparsi con cose più o meno tedianti.
    Le fustigazioni (speriamo non facciano troppo male) ci sono sempre per chi tenta qualcosa di nuovo, o per chi non è propriamente del giro.
    Se è vero che i capolavori non si scrivono a ogni passo, un po’ di comprensione anche per le presunte o vere schifezze, non guasta.

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  11. Paola renzetti

    Il niente del poeta è qualcosa. Perchè va avanti per via di “levare”, che lascia comunque traccia. E’ il passare della vita che fa diventare più poveri. Lo sentono tutti e lui lo dice.
    Difficilmente un poeta ha toni trionfali. L’essenziale in fondo si riduce a poco e si vede anche meno. Qualche volta ce ne rendiamo conto, ma veniamo sopraffatti da altre tensioni: fare, possedere, esserci e dire e dire ancora.
    Certo è egocentrismo, ma mai un giardino dorato e lo snulleggiante niente è un’esperienza familiare per chiunque.
    Ciò non toglie che il poeta possa osare, di parlare di cose “proibite”.
    Possa parlare di cose nascoste e dare voce a una moltitudine o a una minoranza.

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  12. alex cartoni

    Ai poeti

    1

    La vostra distanza ha messo
    le ali
    mentre vi guardiamo dal fondo
    nella ricerca improba della chiave
    che sveli le arcane formule
    e le spalanchi al mondo

    2

    Così nell’ingorgo del cielo
    cerchiamo di afferrarvi
    di stanarvi
    conducendovi col filo
    nel mezzo delle correnti
    dove trema il polso
    degli aquiloni

    3

    Rimane soltanto il vostro sorriso da lontano
    dalla zona d’ombra
    che generò la selce e la cuna
    dalle isole boreali
    imperturbabili e azzurre
    dove il Pitecantropo
    morde ancora il frutto
    del Paradiso

    4

    A noi toccò il dopo:
    le dirupate albe delle discariche
    le storie clandestine
    in carta di fortuna
    a noi toccò il regno di mezzo
    la terra di nessuno, la prosa dei giorni
    le fatiche al vetriolo
    per non essere trasparenti
    l’urlo che s’intozza in gola
    l’occhio inebetito e stanco
    il peso della prudenza
    e dell’ostilità

    Rispondi
  13. lucypestifera

    la mia non è una posa, ennio abate. io scrivo vere schifezzuole, confrontate a certe belle cose contemporanee che leggo. era solo una riflessione precedente di qualche giorno questo post e avevo bell’e confezionato senza sforzo il concetto. quanto alla poesia-medicina, se ci vuole prestare un po’ d’attenzione, quando la pretesa poesia non “dice niente” è perché non illumina, non aiuta o non fa quel male necessario centrando il tuo stesso male. la poesia pannicello caldo – il dire per dire – io non la concepisco. trovo inutilmente p(r)osastico il far prove leggère e farle vedere in giro sostenendo metapoeticamente che si sta facendo…nulla. non non non…e allora taci. guardi che se dico “non sono poeta” non penso d’essere né gozzano né corazzini né palazzeschi. registro solo un dato di fatto (e questo anche se qualcosa che ho scritto, da solo un anno a questa parte, è piaciuto: non precisamente a mia zia o alle amiche).

    credo che franco arminio quando dice della solitudine quasi demiurgica del poeta che esiste al di là della “tanta gente” e da molto prima, che non condivide niente con il mondo, come se vivesse parallelamente, intocco, da tutt’altra parte, pensi a se stesso. infatti nessuna critica mai lo sfiora. solo i complimenti lo inteneriscono, e, anche quelli, molto leggermente.
    ha centrato tuttavia il segno: dice che deve, la poesia (ma non parlava del poeta?), produrre perplessità. dopo che qualche voce autorevole gli ha detto di sentirsi perplessa, obviously. se diceva di sentirsi meravigliata, arminio avrebbe sostenuto che è del poeta il fin la meraviglia.

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  14. Paola renzetti

    Questo dopo … abbiamo imparato ad amare. Ci pare bello,
    come le discariche (anche quelle abusive) con quelle faremmo la nostra opera d’arte, come sta facendo un artista italiano, in mostra alla Triennale Bovisa di Milano.
    E’ la tendenza attuale e necessaria per la sopravvivenza.
    Ma non toglieteci la zona d’ombra che generò la selce e la cuna …l’isola boreale.
    Una piccola zona d’ombra, un luogo come tanti, niente di particolare.

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  15. enza<

    questa bella poesia mi colpisce e mi affonda.
    A volte penso che la poesia sia un disturbo del linguaggio,
    una sorta di paralalia dell’anima, e che in fondo
    se stessimo in silenzio, ma senza aggettivi
    si farebbe meglio o si farebbe di più. Però bel thread, grazie
    enza

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  16. Arminio

    la prova che per me la poesia è una cosa serissima è che ho scritto almeno tremila poesie e che dal 1997 provo e riprovo a fare una raccolta di poesia che stiano veramente in piedi.
    questo è un appuntino che metto nel grande file da tremila in cui forse un giorno riuscirò a tirare fuori sessanta poesie degne di queste nome.
    ribadisco: uno che scrive deve insegnare a perplessità più che altro

    Rispondi
  17. natàlia castaldi

    … dal 1997 provo e riprovo a fare una raccolta di poesia che stiano veramente in piedi.
    … questo è un appuntino che metto nel grande file da tremila in cui forse un giorno riuscirò a tirare fuori sessanta poesie degne di queste nome.
    … uno che scrive deve insegnare a perplessità più che altro

    uno che scrive deve saper scrivere più che altro, mi dispiace, lei mi sta simpatico e la apprezzo e stimo per il suo impegno politico e sociale, ma scrivere è un’altra cosa non quantificabile certamente in termini numerici.
    certo, su tremila poesie, lavorando di sottrazione e scremando qui e lì con l’aiuto di un buon amico editor, si può rimediare qualcosa di commerciabile, del resto di commerciabile c’è anche di peggio.
    Evviva la poesia!

    Rispondi
  18. Paola renzetti

    Questa cosa di fare le pulci, su quello che sarebbe più o meno corretto scrivere, o su che cosa significhi saper scrivere, ha stancato.
    C’è gente che ha imparato a scrivere e a parlare in famiglie, dove lo si faceva a malapena e in dialetto. che ha studiato facendosi un certo mazzo.
    che si è laureata, studiando solo la sera tardi o che non ce l’ha fatta perchè non “si poteva” (leggi ghe n’eran minga).
    Io non so di Arminio, ma so di molti altri. So di chi ha avuto e ha a che fare con la cultura, anche per lavoro, ne ha fatto una scelta, un riscatto personale e sociale.
    Anche oggi, è sempre più difficile permettersi l’università ecc. (torniamo ad essere come “eravamo”, noi, figli e nipoti).
    Non si sopporta che uno venga dalla terra, gli si dice tornaci. Che abbia l’ardire di essere poeta, lui e le sue tremila poesie, lui e la sua vita.
    Eppure è proprio dal legame con le proprie origini, dall’allontanamento e ritorno, che può nascere qualcosa.
    Che importa qualche errore, se un testo fa tremare (e ce ne sono), se crea contraddizioni?
    ci sono testi corretti, ma poco comunicativi, tutti semplicemente così somiglianti gli uni agli altri!
    Poesia è anche contenuto e lotta e denuncia, discostarsi da ciò che va. quella che nasce rimane poesia, ma comunica, dilaga idee, produce nuovi sentimenti.
    Meglio rischiare una poesia brutta, che una vuota.
    Qualcuno è una vita che ci prova.
    Dopo aver farneticato un poco e con certo, qualche errore, do la buonanotte.

    Rispondi
  19. natàlia castaldi

    Guardi, signora Renzetti, che se risponde a me è proprio fuori tema, e le spiego:
    lei dice “non si sopporta che uno venga dalla terra e dica di tornarci”, non è vero, anzi tutt’altro; una persona che – la cito – si è fatto un mazzo così per studiare e che della cultura fa una scelta, non può che godere della mia massima stima; ma ben diverso è ricevere una sensazione da uno scritto (o più scritti) banali, basati su blande ed acquose intuizioni espresse in un italiano elementare se non pedestre.
    Una brutta poesia ci può anche stare, quello che mi disturba è l’appiattimento linguistico che, se assommato alla povertà culturale dei media tradizionali, – a mio avviso – può solo creare danni e diseducare all’uso della lingua, alla sua bellezza, alla sua ricchezza di suono, senso, registro… limitando il pensiero in una ristretta gabbia lessico-grammaticale.
    è solo un’opinione, espressa senza voglia alcuna di polemica, mi creda.

    Rispondi
  20. Paola renzetti

    Il rischio dell’appiattimento linguistico, è soprattutto quello del significato. Una ricerca poetica che restituisce una forma genuina, porta all’essenzialità, all’uso di mezzi ed espressioni di una cultura (in senso stretto qella gente che ha sempre avuto poca voce).
    Gente concreta, immaginifica, ma pratica, che non conosceva il mondo aulico accademico, ma le favole, le storie, i miti, le credenze, gli spiriti.
    Poeti senza sapere di esserlo, vagabondi, contemplativi o lavoratori accaniti, che fossero.
    Questa cultura chiede di vivere, di essere raccontata. E’ storia d’Italia, ch non si vuole riconoscere neanche oggi.
    Sono gli operai della Sardegna un lotta per il posto di lavoro, per esistere. sono i neri.
    Che c’entra con la poesia?
    Il poeta è dentro tutto questo, è tutto questo , l’ha vissuto e lo vive.
    Un modo diverso di concepire la cultura, non per una classe, per dei gruppi privilegiati, ma che possa introdurre i molti, gli esclusi.
    Il poeta può farlo, perchè lui stesso vive l’esclusione.
    Ecco perchè si cerca una lingua che possa comunicare, che non sia involuta, sintomo di elite, termine inaccessibile ai più. Codice oscuro per pochi. La poesia potrebbe smettere di essere questo, senza svalorizzarsi.
    Grazie Natalia, per la sua attenzione e un caro saluto.

    Rispondi
  21. Paola renzetti

    Anche quello. O qualcuno che non ha paura di guardarli i diavoli, i poveri. A qualche chilometro dal mio paese, ci sono dei luoghi molto belli dal punto di vista naturale, che Pasolini visitò negli anni sessanta. Fu ospite di Bertolucci a Casarola (alta val Parma) e scrisse una poesia, piuttosto lunga: Guinea (se non ricordo male il titolo). Non fu colpito solo dai castagni, dai colori dell’Appennino, ma dalle sue case nere di pietra, dalle donne e dalle loro fatiche. Sono sempre lì e ovunque, le Guinee del mondo ad aspettare i poeti.

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  22. lucy

    c’è qualcosa di non del tutto trasparente nella difesa quasi d’ufficio della signora renzetti. vorrei vedere se una buona poesia di uno sconosciuto la farebbe vibrare come queste quisquilie e pinzillacchere soliloquenti che da un po’ franco arminio scrive e mette in rete. liberissimo di scriverle, ma liberi tutti di dissentire o di non apprezzare o di apprezzare. per me si allineano a tanto farneticare che la rete presenta nei blog, cosa che sta facendo un po’ perdere di vista il quia. solo che ovunque tizio viene difeso e preso in considerazione perché in altre occasioni ha prodotto e stampato qualcosa di buono: da lì in poi è autorizzato ad emettere suoni aggregati in parole, sicuro di prendere almeno la sufficienza. caio, invece, che non se lo fila nessuno, deve bussare a mille porte e potrebbe scrivere un’opera immortale che tanto troverebbe mille boccucce a culo di gallina.
    il fenomeno di amplificazione della rete andrebbe studiato in relazione alla domanda “quali criteri di valore per la poesia/narrativa contemporanea” perché secondo me – vedo su me stessa la fatica nel valutare/comprendere una poesia – stiamo un po’ tutti smarrendo dei “normali” (molto virgolettato) parametri di gusto. bisognerebbe spogliarsi sempre di ciò che si conosce nell’accostarsi ad un testo poetico, per essere ricettivi: però resta sempre qualcosa di irriducibile che ti fa dire questo è buono, questo non lo è.
    sul tema dell’esclusione che la … presente poesia esprime: e’ mi pare di molto trito e ritrito che sarebbe meglio si parlasse per una volta di inclusione del poeta.
    concordo in toto con castaldi, salvo che non intenda che una lingua non piatta sia il farnetico di certe oscuraggini per le quali avrei anche qualche nome conosciuto che mi sta qua.
    mentre comunicativo, renzetti, non è sinonimo di sciatto, piatto, quotidiano, confidenziale.

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  23. Paola renzetti

    Può essere Guinea anche il castello della superiorità intellettuale, del possesso dei media linguistici, forse quella è già morte della letteratura, della poesia.
    Il popolo di aspiranti poeti può dar fastidio ai poeti “veri”. mi infastidisco io stessa, prima di tutto con con me e (forse per questo sto mettendo a prova la pazienza degli altri!)
    L’illusione che la cultura potesse essere per le masse, come potete vedere ha fatto i suoi danni.
    Buona giornata.

    Rispondi
  24. Paola renzetti

    Sarà ritrito, il tema dell’esclusione, nel senso che si è costretti a riproporlo, per forza. Il poeta è come gli altri (lavora per mangiare ecc.), ma è un diverso comunque. Ci sono molte prove viventi e non.
    Non credo, cara Lucy, che la mia possa essere considerata difesa d’ufficio. Non conosco Arminio e lui probabilmente se ne fa un baffo delle mie o altrui difese. Non è questo il punto. Provo simpatia per lui perchè è “paesologo” come me. Io sono attaccata alle mie pietre, là sono nata e là voglio tornare.
    Staccarmi dalla terra, ha significato tutto, ma quel legame è l’unico mio privilegio. Il mio piccolo paese è fra i belli dell’Appennino.

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  25. Ennio Abate

    Slalom veloce e leggermente pedante tra i primi 24 commenti di questo post

    1. “la poesia più che convinzioni deve produrre perplessità”: è un’opinione, rispettabile; una delle tante sulla poesia oggi.

    2. “La poesia deve piacere, attrarre, condurre da luoghi “isole” di perplessità, ad altri luoghi di provvisorie certezze”: è un’opinione, rispettabile; una delle tante sulla poesia oggi.

    3. “Ma cosa è bello e cosa non lo è? Ogni lettore-artista-poeta-”chiunque”, darebbe una risposta diversa.”: appunto; è questo fa problema; non c’è più un canone: abbasso, dunque, ogni canone? Non possiamo fare a meno di un canone e dobbiamo cercarlo? Dove? Come?

    4. “C’è bisogno di confronto vero e di lasciare qualche pregiudizio”: qualche? E come si fa il confronto vero? Tra chi? In quale luogo o in quali luoghi? Sui siti? A faccia a faccia? In pochi? In molti?

    5. “io che poeta non sono, ho scritto questa schifezzuola”: ci sono migliaia di persone che scrivono; chi stabilisce che i loro testi sono schifezzuole o passeranno alla storia? Qui un altro problema: siamo molti in poesia (piccolo spot pubblicitario, ma in fondo non inopportuno: a Milano, alla Palazzina Liberty , all’interno delle iniziative della Casa della Poesia presieduta da G. Majorino, si riunisce un LABORATORIO MOLTINPOESIA e sul sito http://www.poliscritture.it c’è in un’omonima rubrica del materiale di documentazione); è uno dei tanti luoghi in Italia dove si cerca assieme di capire perché e quali questioni si pongono nel rapporto tra poeti, poetanti, scriventi versi o “schifezzuole”.

    6. “questa assolutizzazione del poeta mi sembra un po’ ideologica”: in effetti, in un mondo dove ci hanno convinto che l’ideologia non esiste più ogni lobby, minicorporazione, micro-comunità si fa la sua ideologia (in politica: la sua piccola patria su modello leghista).

    7. “anche se poi è arrivata tanta gente/ per lui non è cambiato niente: una monade dunque,o, nella migliore delle ipotesi, un romito: è questa l’immaginetta del poeta che si vuole trasmettere?”: sì, il poeta-monade è, anche per me, un esempio d’ideologia.

    8. “se non si ha nulla da dire, ogni tanto si può anche avere la compiacenza di non apparire, invece di proporre pensierini da baci perugina”: eppure se il singolo avesse tale compiacenza, il problema resterebbe; la sua soluzione non può essere affidata alla moralità del singolo; ad ogni azione (sempre comunque singolo-collettiva) che impone massicce e quotidiane dosi di “pensierini da baci perugina”, dovrebbe corrispondere una reazione di forza uguale e contraria: è quella che oggi manca; è quella da costruire: da singoli e assieme ad altri/e.

    9. “Se è vero che i capolavori non si scrivono a ogni passo, un po’ di comprensione anche per le presunte o vere schifezze, non guasta.”. Direi di più: bando ai paternalismi e ai complessi d’inferiorità; chiediamoci: come costruire una critica dialogante tra quelli che scrivono mirando al capolavoro ( senza alcuna certezza del risultato, quindi attenti alla megalomania) e quelli che si schermiscono dicendo di scrivere schifezzuole (o scrivono davvero schifezzuole, quindi qualcuno dovrà pur dirglielo…).

    10. “Il niente del poeta è qualcosa. Perché va avanti per via di “levare”, che lascia comunque traccia”: no, il niente del poeta è pari al niente del politico, del medico, del prete, ecc. Se gli concediamo un privilegio, restiamo nell’ambiguità (lui e noi).
    11. “lo snulleggiante niente è un’esperienza familiare per chiunque”: ecco un’espressione che secondo me è segno dei tempi; sta tra “poetese” e “critichese”; noi avremmo bisogno di tornare a distinguere il linguaggio critico da quello poetico; il primo serve ad intenderci: al secondo va concessa la “libertà d’esplorazione”.

    12. “credo che franco arminio quando dice della solitudine quasi demiurgica del poeta che esiste al di là della “tanta gente” e da molto prima, che non condivide niente con il mondo, come se vivesse parallelamente, intocco, da tutt’altra parte, pensi a se stesso”: ed è ingabbiato nell’”ideologia del se stesso” o,- si diceva una volta – del Vate; ma gli altri ci sono e come; e lui lo sa, ma finge a volte di non saperlo.

    13. “Ci pare bello, come le discariche (anche quelle abusive) con quelle faremmo la nostra opera d’arte, come sta facendo un artista italiano, in mostra alla Triennale Bovisa di Milano. E’ la tendenza attuale e necessaria per la sopravvivenza”: Scontato che si debba soltanto sopravvivere e soltanto in mezzo alle discariche?

    14. “Un modo diverso di concepire la cultura, non per una classe, per dei gruppi privilegiati, ma che possa introdurre i molti, gli esclusi. Il poeta può farlo, perché lui stesso vive l’esclusione”: siamo sicuri che può farlo in quanto poeta? Da solo? Siamo sicuri che tutti i poeti vivano l’esclusione? E vogliano esprimerla?

    Rispondi
  26. Paola renzetti

    Dove c’è passaggio umano, ci sono rifiuti. Le nostre città sono segnate. Ieri mi trovavo a Como: aria pesante, grigiore (anche per il tempo atmosferico), traffico, strade sporche (però i cani ci fanno compagnia!). Dalle mie parti, in un prato vicino alla strada, verde quasi tutto l’anno, dove puoi vedere i caprioli, qualche sconsiderato dai finestrini dell’auto butta il vuoto di cola, che rimane lì per l’eternità.
    Si deve fare di necessità virtù: quanti resti di edilizia, abbandonati ai bordi delle tangenziali, degli svincoli.
    Anche il nostro sguardo è cambiato: i rifiuti per un verso, hanno cominciato a piacerci, ma non in montagna, almeno non a me. Pregiudizi ad ogni piè sospinto!

    Il niente del poeta è proprio come quello di tutti. Tutti possono incontrarlo, forse per lui è solo un po’ più facile.
    E’ un privilegio quello di avere accesso alla visione? Al suo contrario? NOn si sa.

    Grazie per le segnalazioni. Sarebbe un piacere e lo è già questo confronto.

    Rispondi
  27. lucy

    la cultura non è per le masse: però dovrebbe tendere a questo scopo, senza raggiungerlo mai del tutto, paradossalmente.

    Rispondi
  28. Paola renzetti

    Lo scopo non si raggiunge, anche perchè chi può farlo, impedisce alle masse di accedere alla cultura. Sarà un discorso che ormai interessa a pochi, ma finchè ti devi preoccupare di come mangiare, hai poche risorse per leggere, studiare, accedere a Internet.
    Non hai tempo, se devi accudire, se lavori in fabbrica o fai i turni.
    Se certi mezzi fossero a disposizione di tutti i “meritevoli”, sarebbe veramente un altro mondo.
    La scuola offre la possibilità di coltivare interessi, di accedere continuamente alla cultura e noi siamo già fortunati, se ne facciamo un buon uso. Ma i più ne restano fuori (tragicamente sempre gli alunni delle classi disagiate)
    Gli insegnanti stessi vengono considerati dai media che fanno opinione pubblica, dei parassiti (i famosi papponi in cattedra), se fanno il loro lavoro che è quello di promuovere la conoscenza, per tutti.
    Stamattina non ho fatto neanche la lavatrice. Un saluto definitivo, vado a scuola.

    Rispondi
  29. Arminio

    mi scuso se non rispondo in maniera meditata. le poesie riescono rarissimamente e questo mio testo di certo non è un testo riuscito, però qualcosa dice, qualche sospetto lo produce. ci sono poesie belle, stilisticamente più compiute, ma restano inerti.

    Rispondi
  30. Paola renzetti

    Le domande di Antonio Abate e il confronto da lui proposto anche attraverso il sito Poliscritture, invitano a cercare qualche risposta.
    I luoghi della poesia sono tali, in quanto legati a un territorio, a una tradizione che ha molti aspetti, molte facce.

    Penso alla realtà di Milano e a Poliscritture, molte storie che si intrecciano lì(probabilmente i dialetti, le provenienze culturali diverse – le esperienze di lavoro, di studio, di politica, le nuove presenze e i problemi di oggi).
    La poesia si radica in tutto questo e il poeta, in sè e in ciò che scrive, porta impressa un’appartenenza e insieme un’originalità, che può crescere e cambiare solo attraverso il confronto.

    Anche la questione dei canoni (si deve parlare per forza al plurale), è condizionata dai possibili accessi alla cultura.
    Il mare della letteratura e della poesia è così vasto, che nessuno può presumere di conoscerne e monopolizzarne il segreto (soprattutto dalle cattedre).

    I poeti italiani (dico così per dire, tanto per porre un limite) sono legati a luoghi piccoli e a luoghi grandi e compositi.
    Un buon punto di partenza è il rispetto delle proprie origini e motivazioni, portandosi appresso ciò che si sa, consapevoli che il più forse non si conosce ancora.

    Il poeta è sempre un escluso in quanto portatore di originalità (come un po’ tutti però) e di una passione per un verso considerata marginale, per un altro elitaria.
    Non può essere escluso, perchè si trova e viene da un contesto socio-culturale, che lo interpella di continuo e gli rende possibile la vita.

    Ma le sollecitazioni sono molte ancora.

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  31. Paola renzetti

    Mi perdonerà Ennio Abate, per averlo già santificato, sbagliando il nome. Chiedo scusa.

    Riguardo all’arte, alle discariche e alla sopravvivenza. Non è scontato che si debba sopravvivere così, ma l’Italia è un paese che con i resti ha sempre convissuto. Rovine e resti di ogni genere. Forse è tipico dell’età che avanza, non saper vedere il nuovo, la libertà, lo spazio senza detriti.
    Però non è un caso, che da molte parti, si parli di rovine, di rivisitare e conservare le vecchie cose. Penso alle case popolari dei quartieri di Milano degli anni sessanta, un po’ sciupate, come si dice degradate.
    Eppure la gente ci vive: accanto a negozi abbandonati, vetri rotti, ci sono le scuole, il panettiere egiziano, lo studio un po’ sgarruppato ma accogliente, di un veterinario.

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  32. Ennio Abate

    A Paola Renzetti.

    Nessun bisogno di perdono. Non sono in carriera per diventare santo.
    Grazie, invece, per l’attenzione ai problemi che ho posto.
    Lascio la mia e-mail ([email protected]) nel caso lei o altri/e fossero interessati/e ad approfondimenti che qui sarebbero forse inopportuni.

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