Vuote la buca delle lettere, la segreteria telefonica, la casella di posta elettronica. Tutto più o meno al suo posto; non un indizio, un segno. Nel rientro serale la donna non sospira neanche più, a ciglio asciutto accende il fuoco per un boccone di cena.
Un tempo quasi se ne rimproverava: quel fuoco quotidiano, la quotidianità di quel fuoco, pareva consumare l’attesa, bruciare ogni possibilità del miracolo. E da un certo punto in poi, se il miracolo fosse accaduto egualmente, avrebbe costituito un imbarazzo, un problema, forse perfino un disastro.
Nondimeno, mangiando con poco appetito un riso in bianco o due uova mentre lo stereo avvolge la stanza in una trama sonora, la donna continua ad attendere.
Non se lo confessa, e interrogata non lo ammetterebbe; ma l’attesa, sia pure mentita e tradita, d’un miracolo ormai quasi temuto, è rimasta la sola cosa vera di tutta la realissima realtà.

Quanto vero.
E un pò triste a pensarci.
Un saluto
Cara Nadia,
con un po’ di malizia un piccolo-grande miracolo in quella casa già lo possiamo rilevare: si sentono delle note musicali diffuse da uno stereo, e non delle ciance provenienti da un apparecchio televisivo.
Un saluto a te,
Roberto