Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni
Carlo Carabba, autore della raccolta Gli anni della pioggia (edita da PeQuod), “Premio Mondello per l’opera prima 2009?, scrive versi che personalmente mi viene spontaneo visualizzare musicalmente, come un successione di movimenti tra l’andante e il nostalgico.
Vi propongo qui tre suoi componimenti poetici che “risuonano” particolarmente bene, se letti in quest’ottica.
Mi hanno trasmesso sensazioni consonanti con quelle scaturitemi dalla lettura di uno dei principali poeti polacchi della nuova generazione, di cui mi sono occupato su questo blog, Tomasz Ró?ycki. Non c’è naturalmente alcun rapporto di derivazione, ma la genuina condivisione di uno sguardo attento e sensibile sulla vita, colta nelle sue cadenze malinconiche, che sembrano alludere ad allegrie intime, nascoste nel segreto dell’animo, in un'”infanzia ideale” che continua a vivere in ognuno di noi, prima ancora dell’insorgere del linguaggio – territorio di percezioni immediate, di odori e sapori, e soprattutto di suoni e bagliori inattesi.
So, we’ll go no more a-roving
so late into the night.
G.Byron
Sono passati gli anni della pioggia
e non ho moglie o botte,
siedo allo stesso lume,
dove di notte scrivo, se non esco.
All’università ho trascorso i pomeriggi,
qualche mattina – era gennaio
e il bar era deserto, raccontavi
del modo in cui era morto tuo marito
(tuo figlio era presente) e io ascoltavo.
Lo scorso settembre, in campagna,
la festa dell’inizio dell’autunno, come
l’avevano chiamata
“che non andremo più la notte, ecc.”.
Abbiamo litigato in macchina
incerti se partire
quasi un’ora di strada fosse un viaggio.
Ridevamo al ritorno a cuore pieno
come se poi davvero
fosse l’ultima volta
e non andremo più la notte.
Da qui sono partito
qui dove non arrivo.
—-
CORRISPONDENZE
Tace di primavera
il cielo equinoziale
il polline è nei fiori e il sonno passa,
ritorna lo scirocco
e gli abiti leggeri.
Il ciclo resta uguale
da quando il mondo è mondo
con qualche differenza di anno in anno
piogge più o meno tarde
o siccità maggiore.
Non so calibrare i miei moti
su quelli regolari della terra
e il ritmo stagionale non si accorda
al flusso diseguale dei miei umori.
Un giorno segue l’altro
via via più caldi e lunghi e io
faccio quel che ho da fare –
in attesa che il sole
un libro o un giorno muti
in luminosa estate
l’inverno di scontento
che in giugno ancora dura.
—
a mio padre
Prenderò forse un giorno questo treno
su cui, da molto tempo,
non sarò più salito. Sempre
lo stesso viaggio, i monti da una parte
di là il mare. Non mi starai aspettando
a Pietrasanta dove ti vedevo
dallo scompartimento che fumavi.
Di solito però il treno era un altro
dalla stazione a casa
la camminata breve, il carico
leggero. Era Firenze
e i muri così grigi, e i tetti così chiusi
e l’Arno aperto.
Sono in ritardo mangio
il pranzo riscaldato chiacchieriamo,
e ogni parola tace
più di quanto non dice
costretta nello sforzo di coprire
la cadenza romana
che a Roma, spesso, accentuo.
Domenica guardiamo la partita
la vedo, normalmente,
sdraiato sul mio letto o sul divano
senza di te, lontano.
Il desiderio d’essere a tua immagine
e somiglianza
l’amore, a volte l’odio la paura
d’esserti figlio sotto condizioni
riceverò il tuo affetto solamente
se ti sarò piaciuto.
Per te, forse, lo stesso.
Mi venivi a trovare da bambino:
era il giorno del primo dei ricordi
siamo andati allo zoo, ridevi
e mi sporgevi verso
la vasca degli orsi polari;
qualcuno ci ha fatto una foto.
Con te portavi doni
giochi pupazzi e qualche scatto d’ira
che più tardi ho imitato.
Firenze ancora e è notte, la cucina
la scopa a nove carte, tradizione
di famiglia giocasti
col nonno che ho conosciuto appena
la notte prima dell’operazione.
Parli della tua vita, va il mio sguardo
sulla tovaglia a quadri azzurri
e bianchi, ascolto la tua voce
che mi racconta storie, padre a figlio.

mi piacciono questi versi, concordo sulla loro visualizzazione musicale, hanno una prosodia calma e autunnale. mi ritrovo molto in questo andamento. e ciò mi conforta.
Bellissima dizione poetica, quasi una ripresa dei ritmi dei crepuscolari o di Moretti.
Finale memorabile:
“Da qui sono partito
qui dove non arrivo”
Grazie a Francesco e a Leonardo. Condivido in pieno i riferimenti autunnali e crepuscolari, che rendono giustizia alla musicalità di questi versi di Carlo Carabba.
Giovanni A.