Terza lettera sull’intensità
di Massimo Sannelli
La stella è il punto in comune delle parole nel titolo: il disastro è il dis-astro (la cattiva stella), il desiderio è la contemplazione della stella (sidus). C’è anche l’uomo, e ci sono gli atteggiamenti: la stella è stata cattiva e l’uomo spera e dispera, quando il soldato non torna dalla battaglia, e i commilitoni desiderantes non vogliono più aspettarlo.
Gli uomini sono “sospesi / tra disastri e desideri”, in un rapporto diverso con la stella. E poi i due punti di riferimento, per forza di scrittura: Noè è il desiderio, Ulisse è il disastro. Ma Ulisse – come Dante lo vede lo e tramanda – è stato sommerso per la sua curiosità e dannato per il cavallo di Troia: ha avuto troppa mente e troppa astinenza dal silenzio [Ulisse deve agire così: da buon greco, e greco classico, parla sempre; da vecchio deve fare la sua orazion picciola ai compagni, da morto deve raccontare di nuovo l’orazion picciola di sé vecchio]. Invece “Noè non parla, è un eroe che agisce in silenzio”, come il seminatore che “terge la propria fatica / avvolgendosi di un religioso silenzio” [e il silenzio indica la dignità dell’obbediente, non l’afasia di chi è nato nel Novecento. Quindi “vorrei essere il silenzio che sento”].
Bisogna conformarsi a Noè o ad Ulisse. Bisogna scegliere il rapporto da avere con la stella.
In fondo, siamo da sempre sul “gran mar de l’essere”, e Marco è “isolano, isolato, isolante” [i luoghi parlano chiaro: non si nasce e vive impunemente in un luogo, soprattutto marino: il mare imporrà al ligure, al sardo, al greco una tensione continua, oltre al senso dell’infinito, permanente e impermanente; e impertinente, perché il mare è indomabile e nuovo: un principio altamente femminile, affrontato da Noè ed Ulisse, uomini]. La stella è sopra il mare. Infatti la prima poesia documenta l’essere, che è una specie di virtù in potenza (l’isola, la nave) da vivificare e indirizzare verso qualcosa (il mare, la partenza obbediente, il viaggio eloquente o silenzioso).
Quindi l’uomo deve ancora realizzarsi, come il blocco di marmo grezzo, l’immagine abbozzata sulla tela, il fiore che deve sbocciarsi – come se il fiore facesse nascere il fiore, transitivamente e riflettendosi in sé –, e l’embrione che cerca madre. Oppure: le vite inespresse e sprecate, l’oliva non raccolta, per semplice dimenticanza, il grappolo non racimolato per distrazione.
La vita non è stata fatta per essere così. La vita di un ventenne morto non è uno scarto, ma “un tiro al bersaglio perfetto”. Qui perfetto si può riferire sia al tiro sia al bersaglio: non è un caso, perché la vita attiva – come quella di un prete, un servizio da marinai, che chiede spalle larghe – vuole un verso, presente o sperato, e il prete è costretto all’Io, per forza di cose, cioè al sacrificio della parte mistico-speculativa di sé (il verso “vorrei essere il silenzio che sento” significa anche questo).
Il prete che ha cura d’anime deve decidere per altri e amministrare il perdono, che chiede un giudizio, quindi una mente. Per lui ci sono il “maggior impegno” e la “più grande solitudine”, ma anche una maggiore esposizione al mondo, cioè ad un dolore complesso. Dove una vita lavora e sta male, doppiamente isolana e isolata, c’è anche un desiderio stellare: quello che desidera un’India sulla rotta [l’India che, ancora dantescamente, implica un verbo – indiarsi, entrare in Dio – e il Nome più caro].
TRA DISASTRI E DESIDERI
Siamo sospesi
tra disastri e desideri:
quelli ci sovrastano
questi ci elevano.
IANUA CORDIS
(Dove si prova a descrivere il rapporto di libertà e gratuità che l’amicizia richiede e invoca)
La chiave
nelle mie
o nelle sue mani:
sottile differenza
tra ospite e ostaggio.
(La notte tra 1 e 2 marzo 2006)
check-point life
Vivo ai margini
di Dio e di me stesso:
due cecchini inarrivabili.
In tale terra di confine
– e di confino –
non trovo vie d’uscita.
(Cagliari, Chiesa di Cristo Re, 9 gennaio 2008, h 17.55)
COME UN MENDICANTE
Raccatto briciole d’amicizia
cadute da tavole
per altri imbandite.
(11 gennaio 2008, h 22.57)
TUTTO IN TUTTI
Tutte le ingiustizie di questo mondo io sopporto,
ogni pianto di dolore sparge le mie lacrime.
Tutti i sorrisi dei bambini
allietano la mia faccia.
Ogni capello strappato
manca alla mia testa.
Tutte le mani offerte in aiuto
mi sollevano.
Ogni goccia di sangue versato
indurisce le mie vene.
Ogni carezza amica
addolcisce la mia ruvidezza.
Ogni ora sottratta a qualcuno
manca alla mia vita.
Mi trovo spesso a sognare
i desideri delle persone che incontro.
Muoio ogni giorno in ciascuno dei miei fratelli.
E vivo altrettanto.
(Guspini, 27 dicembre 2008)
SINTASSI DI VITA
Sto forse intuendo
– per la prima volta –
non più di essere sbagliato
ma di avere sbagliato:
questo nuovo, sconosciuto ausiliare
cambia anche il tempo composto
della mia anima.
E sto errando tanto
– come negarlo? –.
Ma non sono errato.
Potenza del gerundio
sulla fissità del participio.
VORREI ESSERE
Vorrei essere il freddo che sento
per non tremare più.
Vorrei essere il dolore che sento
per non soffrire più.
Vorrei essere il silenzio che sento
per ascoltare la risposta.
(Guspini Terralba 7 novembre 2008 h 13)
Onora il Padre
In memoria di Rino Gaetano
È questo lo scandalo incomprensibile:
che sei venuto – e sei morto persino!
per i peccatori, le puttane,
i farabutti, gli ubriaconi,
i ladri e i puttanieri.
E la schiera delle anime elette,
le nostre brave persone,
entreranno alfine in paradiso?
Sì. Ma solo per tua benigna concessione,
e ultimi nella fila.
Chi non ha mai provato ad avere la testa immersa nell’acqua
fino al penultimo spasimo poco prima che i sensi lo abbandonino
ti pone superbo una domanda:
«È giusto esser redenti per una lacrima
in fondo alla vita?».
È giusto. La seduta è tolta.
(25 marzo 2008 h 17.36, Annunciazione)
DIVISIONI PRIMORDIALI
Una terra non adatta
ad essere coltivata
è sempre pronta invece
perché le pecore vi bruchino.
Ho visto un campo verdissimo
ma pietroso,
chiazzato di pecore al pascolo.
E Tu, Signore,
vuoi essere
il Divino Agricoltore
o il Divino Pastore
sul campo della mia anima?
(sulla strada per Terralba, 25 febbraio 2010)


Si coglie, certo, la tensione e l’interrogarsi di un senza-pelle in queste belle poesie; la nudità inerme di chi si lascia, con purezza e onestà, attraversare senza diaframmi dalla vita, e dalle risposte alle domande ultime lanciate all’infinito e ripiombate a sacco su di sé; in esiti che paiono cammei per tersa e asciutta profondità, ma anche per la tendenza aforistica nelle chiuse di brillante acutezza.
Molto bella la lettura di Massimo Sannelli: “Il prete che ha cura d’anime deve decidere per altri e amministrare il perdono, che chiede un giudizio, quindi una mente. Per lui ci sono il “maggior impegno” e la “più grande solitudine”, ma anche una maggiore esposizione al mondo, cioè ad un dolore complesso. Dove una vita lavora e sta male, doppiamente isolana e isolata, c’è anche un desiderio stellare: quello che desidera un’India sulla rotta [l’India che, ancora dantescamente, implica un verbo – indiarsi, entrare in Dio – e il Nome più caro].”
Complimenti a Marco Statzu.
Giovanni
grazie dei complimenti a Giovanni e grazie dell’ospitalità a questo bel blog!
Notevoli!
l’anima è un campo pietroso dove pascola la fede…quando c’è.
saluti
Marco Statzu è un poeta che sa comunicare l’essenziale. Con verità e bellezza
«Vorrei essere il silenzio che sento
per ascoltare la risposta.»
un commento
http://maioba.blogspot.com/2010/04/commento-di-andrea-oppo-tra-disastri-e.html