Suttree, di Cormac McCarthy. Il canto della povertà

Suttree, pubblicato nel 1979, è il quarto romanzo di Cormac McCarthy, e l’ultimo ad essere stato tradotto in Italia. Aveva quarantasei anni McCarthy, quando venne pubblicato, ma ci aveva lavorato per vent’anni.

Suttree è un romanzo di una forza espressiva, letteraria, umana che ho trovato devastante. Apparentemente animato dalla stessa disperazione de La strada, in realtà è attraversato in ogni riga, in ogni parola, da una energia vitalistica che, se pur votata quasi sempre alla sconfitta, lo fa nel modo disperatamente eroico di chi si ostina a trovare nella dignità dell’uomo, ferita, calpestata, un motivo, il motivo per andare avanti, a dispetto di tutto.

Suttree ha lasciato la famiglia e un passato piccolissimo borghese e vive a Knoxville in una barca ancorata sul fiume Tennesse. Pesca pesci gatto e li rivende al mercato. I pochi dollari che ne ricava li reinveste prontamente al bar, in smisurate bevute di liquori pestilenziali. Siamo negli anni cinquanta, negli Stati Uniti d’America, ma lo scenario è, né più né meno, quello di una favela sudamericana. La povertà è dappertutto, inevitabile, un morbo radicale inestirpabile, che colpisce bianchi e neri, giovani e vecchi, uomini e donne. Il microcosmo di Suttree è un coacervo di derelitti che tirano a campare, che entrano ed escono dalla prigione (le pattuglie della polizia sembrano l’unico contatto con il mondo civile) per piccoli furti, sbronze, risse, abitano catapecchie luride come abitazione, quando non sono caverne gelide, o antri sotto i ponti di ferro e cemento.

L’effetto della scelta radicale del punto di vista di McCarthy (il mondo borghese sembra totalmente assente, come ne La strada, ma in un modo ancora più efficace, visto che non c’è stato un conflitto che ne giustifichi la scomparsa) nel raccontare il precipizio crudele nel quale sprofondano le vite senza speranza di questa comunità assediata dalla miseria mette il lettore nella condizione di specchiarsi in un destino, certo non desiderabile, ma niente affatto improbabile e, alla fine, sorprendentemente, non umiliante. Una possibilità reale con cui fare i conti, e alla fin fine, accettabile.

McCarthy non commette mai l’errore di farci illudere che dietro questo scenario di devastazione vi sia la prospettiva di una redenzione morale, una grandezza teleologica che annuncia il riscatto divino per il quale i poveri, comunque, sono costituiti. La povertà, spesso, nel mondo di Suttree, è proprio miseria. E’ una polvere sudicia che scivola rasoterra senza nessuna neppure un’involontaria opportunità di salvezza sociale, politica o spirituale. Gli uomini di McCarthy sono il grado ultimo dell’umanità, senza autoconsapevolezza, senza la forza di opporre un sorriso di scherno beffardo nei confronti del destino crudele, del mondo che li emargina, contro il fetore delle loro esistenze scassate.

No. L a rabbia, quando si manifesta, è solo occasionale e strumentale. Neppure la morte è un richiamo di potenziale liberazione. Quando arriva, arriva.
Eppure è proprio questo svuotamento (kènosis) assoluto, questo annientamento risolutivo che lascia con una sbigottita e poco prudente, folle sensazione di acquiescenza. Di potenziale condivisione del fallimento. E’ vita, niente altro che vita, come la nostra, pulita, sciatta, deprimente, ricca, levigata, festosa, debole, quella di Suttree, Ab Franklin, Harrogate, il topo di città,come lo chiama Suttree, il ragazzo più squinternato fra gli squinternati, un Idiota assoluto con un’attrazione contronatura per i cocomeri, è vita quella degli eremiti, degli ubriaconi, dei ladri, dei teppisti, delle immancabili sfatte prostitute, del travestito “Di Fiore in Fiore”, del cieco, del predicatore imbroglione, del pescatore di mitili e della sua famiglia, della vecchia strega nana.

Qualcuno ha parlato di Tom Sawyer o Huckleberry Finn, ma quanta acqua è passata sui fiumi del profondo Sud americano! La divertita solidarietà umana e sociale di Mark Twain ha lasciato il posto all’amara descrizione di un mondo che non ha alternative.

Cornelius “Buddy”Suttree è l’occhio stanco ma caparbio attraverso cui McCarthy ci fa entrare in questo mondo. E’ l’occhio di un uomo cui ancora è concesso assaporare la possibile via d’uscita, quando va a stare con la prostituta d’alto bordo, che lo tira fuori dalla barca, dal gelo dell’inverno impietoso, e gli regala, almeno fino alla successiva sbronza, l’illusione di una vita normale. Un’illusione destinata alla sconfitta (che prosegue, non possiamo che esserne certi, oltre la parola fine del romanz0).

Ma soprattutto è l’occhio dell’uomo la cui dignità può essere messa a dura prova e umiliata, ma non annullata.

Suttree non è solo se stesso, è il segno metonimico di tutto il genere umano. Così si rivolge a un povero vecchio nel dormitorio pubblico:

“Non hai nessun diritto di rappresentare così la gente, disse. Un uomo è tutti gli uomini. Non hai diritto a tanto squallore” (p. 499).

In Suttree l’eguaglianza fra gli uomini viene prima, molto prima delle condizioni sociali ed economiche in cui questi vivono:

A che cosa credi?
Credo che gli ultimi e i primi soffrono allo stesso modo. Pari passu.
Allo stesso modo?
Non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un’anima sola.

Quello che più lascia stupefatti del romanzo è però la cifra stilistica scelta da McCarthy per raccontare questa umanità derelitta.

La struttura del racconto non procede con il classico andamento verticale che normalmente conduce il lettore verso sviluppi determinati da meccanismi narrativi rispondenti a logiche costituite su paradigmi molto spesso artificiali. Il racconto procede invece lungo un faticoso, ostico (per il lettore)sviluppo orizzontale, che però rivela, alla lunga, una sua intima dinamica. Malgrado gli episodi siano giustapposti l’uno all’altro in qualche caso nemmeno collegati da una logica temporale, al termine di questo dolorosissimo viaggio risulta evidente come si sia accompagnato Suttree nella discesa nel pozzo della sua vita.

Come se a condurre il lettore nelle salite dei facili meccanismi a orologeria sia in realtà un invisibile ascensore che lo illude di compiere un percorso di scoperta e iniziazione verso la quale è in realtà accompagnato per mano. Qui al contrario, la strada da fare è aspra proprio perché il lettore deve cavarsela da solo, e l’apparente, piatto accumulo del racconto si rivela in realtà una scoperta continua, una stratificazione di significati, che lega il passare delle stagioni, delle sconfitte e dei sogni in una complessa scalata che non vede mai una fine.

La lingua dello scrittore americano è,poi, sontuosa. Il fraseggio è sempre complesso, ricco di sfumature; il lessico, mai sterilmente artificioso, è esatto come se le cose non fossero adulterate dalla banalità della vista consumata dall’uso ma distillassero la propria natura profonda, una loro ontologia anche linguistica che fa diventare il mondo un teatro meraviglioso, come descritto da un naturalista innamorato del creato che ha di fronte. E tutto questo senza sdolcinature o sofisticati estetismi: ma con una durezza possente, un trionfo letterario, poetico imbevuto nell’alcol.

E McCarthy, e Suttree, innamorati del creato lo sono davvero. Le descrizioni notturne del cielo (“si stendeva supino sulle secche e nel corso di quelle notti gli capitava di vedere stelle alla deriva solcare arroventate e morenti la superficie del firmamento. L’immensità dell’universo lo colmava di una dolce e strana tristezza”; o anche: “L’oscurità fredda e indifferente, le stelle cieche sulle loro traiettorie come fili di perle e i satelliti disposti ad angolo acuto e i pianeti incastrati e ruotanti all’unisono nel meccanismo celeste”) o dei paesaggi  intravisti da dietro il finestrino di un treno in corsa (“Attraversarono la piana verso le Cumberland, con il vecchio vagone che sussultava lungo i binari e i fili elettrici che instancabili rammendavano la notte di palo in palo oltre il freddo vetro del finestrino”; e ancora: “I binari che a un raccordo convergevano in una collisione liquida per poi tornare silenziosamente a svasarsi in lunghe V.”) e della città notturna, del fiume, e degli slums della piccola cittadina sottolineano una nostalgia di una poesia anteriore che non ha scelto l’esilio della disperazione, ma di essere supporto fedele nei momenti di difficoltà.

Non siamo semplicemente di fronte al riscatto della letteratura nei confronti della durezza spietata del destino.
La letteratura sembra piuttosto essere l’unica voce possibile per raccontare il dolore, la povertà, la dignità ferita, la disperazione, l’amore per la vita.

McCarthy, Cormac, Suttree. Einaudi, 2009. Euro 23,00

12 pensieri su “Suttree, di Cormac McCarthy. Il canto della povertà

  1. Enrico Macioci

    Bella, esaustiva recensione. Gran libro, assieme a MERIDIANO DI SANGUE il migliore di McCarthy. Stile memorabile, incipit fulminante, enormi capacità descrittive. Forse la struttura “orizzontale” di cui parla Tarantino alle volte manca di forza, ma alla lunga la narrazione è coerente nel senso che è stato spiegato. Libro difficile, ma vale la pena affrontarlo.

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  2. Iannozzi Giuseppe

    E’ uno dei pochi scrittori americani raccomandabili oggi come oggi. Chi non l’avesse ancora fatto si legga Figlio di Dio, per me, e credo di non essere il solo, il più bel romanzo di McCarthy fino ad ora. Letteratura che ha anticipato ed espresso quei temi che sono poi in maniera molto più thrilleristica nel Silenzio degli innocenti.

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  3. mauro baldrati

    Sono alle ultime pagine. Vado a rilento, molto, perché non vorrei finirlo. Grandissimo libro, tradotto magnificamente tra l’altro. Harrogate è uno dei grandi personaggi americani, come Moricand di Henry Miller o Dean Moriatry di Kerouac. Bella la tua recensione, di chi lo ha letto bene, a fondo e con passione –

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  4. paolocacciolati

    Ottima recensione, Ezio! Anche Suttree è stato tradotto da Raul Montanari? Gli altri romanzi di McCarthy, a parte La Strada, sono stati tradotti da lui. E si nota la mano.
    E’ giusto ricordarsi del traduttore…

    p.

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  5. giuseppe panella

    Suttree non è il miglior McCarthy – è un po’ troppo scorrevole, tenero, poco allucinato. Meridiano di sangue (il suo capolavoro, a mio avviaso) e La strada sono molto più allucinati, duri, ingestibili direi dal lettore. Suttree assomiglia troppo a un libro di Kerouac come Figlio di Dio troppo a uno di Caldwell per essere davvero originali. Inoltre in Suttree c’è un po’ di copmpiacimento narrativo che in altri suoi libri manca (ed è un bene). Ilrischio di MCCarthy è che se allenta la presa dul dato materiale della scrittura diventi romantico come in alcuni momenti della Trilogia della frontiera…

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  6. mauro baldrati

    Caro Giuseppe, non sono d’accordo. Mi manca Meridiano di Sangue, ma l’ho già in programma. Suttree ha una potenza narrativa che non è “da meno” della Strada, è diversa. Diciamo che è il mondo della Strada quando era ancora abitato. Ed è una narrazione sul nomadismo come condizione di vita permanente :-]

    @Paolo: traduzione di Maurizia Balmelli

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  7. ezio

    @Paolo: Maurizia Balmelli è la traduttrice, hai fatto bene a ricordarmelo, perché la traduzione è, credo di poter dire (non consocendo l’originale) eccezionale.

    @Giuseppe e Mauro: sebbene io la pensi come Mauro, penso che l’opinione di Giuseppe possa in qualche modo essre condivisibile, o comunque presa in seria discussione. Se si accettasse il presupposto di sistematizzare l’intera opera di McCarthy, cosa sulla quale non sono molto d’accordo, e cosa che, mi pare chiaro, non era nelle mie intenzioni, essendo il mio intento quello di parlare di un libro e cercare, nei limiti del possibile, di convincere qualcuno a leggerlo.
    Suttree è il primo “grande romanzo” di McCarthy e forse per questo può patire qualche sbavatura. Oltretutto, essendo appunto il primo mi pare un po’ bizzarro paragonarlo ai successivi.
    La strada è poi un romanzo assai discutibile (un grande romanzo, ma per me molto discutibile), ma ora che c’entra? Non mi sono messo a parlare di McCarthy, ma di un suo libro bellissimo che spero saanno in molti a leggere. Anche se, eventualmente, meno bello di questo o di quello. Punto.
    Ezio

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