Intervista a cura di Marino Magliani
(pubblicata l’11 aprile nell’inserto Scritture&Pensieri del Corriere Nazionale).
Quando ancora non avevo letto nulla di Vincenzo Pardini, e
sapevo di lui soltanto cosa si diceva, trovavo inquietante che
un autore potesse essere ritenuto un maestro assoluto del
racconto. Cosa significa? Quanti scrittori in Italia sono autori di splendidi racconti e raccolte, mi dicevo. Poi l’ho letto e
ho capito parecchie cose.
Una di queste è che non avevano ragione: Vincenzo Pardini
non è un maestro del racconto italiano, poiché un maestro dovrebbe dare un esempio, il suo narrare,in questo caso, diventare una
scuola, e questo è impossibile, i racconti di Pardini sono pezzi unici, non si smontano, e il suo stile, il suo taglio, le sue inarcature e
il suo passo sono inimitabili.
Anche stavolta, per non smentirsi, con La banda randagia, (Fandango 2010 euro, euro 15,00 ) Pardini ci dà prova della sua unicità.
Forse, stavolta, ci concede meno ruralitá, e mi vengono in mente i prati e il fieno di La terza Scimmia e i tori paralizzati e le aquile di Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010), e ci regala di piú le pitture nere della notte.
Pardin qui, forse solo nel Coltellino, il racconto più breve, restituisce gli oggetti della ruralitá pardiniana.
Per il resto il lettore si ritrova gettato in una notte che appartiene alla periferia della cittá, con la sua maledizione, il crimine, e la durezza e il gelore delle rivoltelle che bruciano nelle mani.
«Lo scrittore ha il dovere di raccontare la verità. Uno scrittore non costruisce maschere, ma le distrugge. Dai boschi e dai monti, nei quali ritornerò anche per ossigenarmi, mi sono trasferito nella periferia e in città: luoghi che frequento da anni, quasi 35, per il mio mestiere di guardia giurata, preposta ai servizi notturni. In questi anni ho assistito al capovolgimento antropologico della società; all’uomo del passato se
n’è sostituito uno nuovo e inaspettato: quello criminale.
Una criminalità che non è solo di ladri e delinquentiabituali,
professionali o per tendenza, ma anche nostra, di tutti. La
criminalità è un virus, una tentazione che contamina. Il fatto che i cittadini debbano stare vigili di notte, per evitare le
visite dei ladri, e il pensiero di doverci difendere se questi ci
aggrediscono ci induce a diffidare del prossimo, a essere
pronti a reagire. Uno stato di guerra, dove può accadere di
tutto».
Eldo, l’assassino seriale di Banda randagia, è diventato tale perché un giorno ha trovato una rivoltella o piuttosto perché aspettava solo l’occasione?
«Eldo è un giovane dei nostri tempi. Un ragazzo frustrato,
che non riesce a realizzarsi. Penso a quelli che lanciavano
sassi dai ponti dell’autostrade o che aggrediscono gli extracomunitari. Debbono dimostrare a se stessi e al prossimo che
esistono. Lui lo fa in maniera sua: con una pistola. Ma avrebbe potuto farlo anche con un coltello, o un sasso. Il criminale
ha dentro impulsi irrefrenabili, una libido di morte di cui deve liberarsi. Alcuni lo fanno uccidendo donne. Eldo Culmine, il protagonista del racconto, è killer seriale che uccide per uccidere. Mimetizzato nelle istituzioni, come frequentatore di un poligono, esprime il malessere o i malesseri di questa nostra società e del suo doppio. La banda di cani randagi che lo sbrana, credo lo faccia perché ne ha fiutato la pericolosità.
Gli animali, spesso, sono veggenti. Per questo dovevano esserci anche in queste pagine, e non solo cani. Ma anche cinghiali. Vittime sacrificali di una caccia che ci riporta all’era della pietra».
