di Adelio Valsecchi
Manara Amilcare, Questioni sulla pratica della fede, Educatt, Milano, 2009, 248 p.
ISBN 9788883117213
In una cultura così frantumata, senza radici e punti di riferimento, che disdegna i valori della vita e si pone sul crinale decadente di un relativismo esasperato, la società si destruttura inducendo l’uomo ad essere straniero a se stesso. Nel contesto di un mondo svilito, senza nerbo e reattività, alligna velata una forzata induzione al pessimismo nichilista, alla dittatura dell’opinione che ottunde e frattura la filosofia del bene comune, al disdoro di un razionalismo di maniera, in cui si evoca l’apparenza e non la solidità della sostanza. Sembra non si riconosca la responsabilità che ogni soggetto di diritto ha di fronte agli archetipi etici che hanno forgiato, nel bene e nel male, le grandi conquiste del progresso umano come aveva presagito e sostenuto il filosofo Norberto Bobbio nel “De senectute”, un’opera della sua maturità. Forse si è ribaltato il segreto del primato delle ragioni del cuore che la volpe svela al “Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupery: «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi» (cap. XXI). D’altro canto se volassimo un po’ più in alto per il desiderio di capire oltre l’orizzonte della cultura egemone, la prospettiva cambia scenario e apre a percorsi più consoni al mistero dell’uomo come creatura. Il tempo dei piacevoli indugi è finito. L’opzione finale è univoca: o la più sconsolata angoscia o la più temeraria fede.
La ricerca del senso più profondo dell’agire umano sul piano di un’ermeneutica della persona, che salvi la sua dignità, si palesa e si definisce a largo spettro in una raffinata indagine del teologo Amilcare Manara, docente dell’Università Cattolica di Milano, autore del saggio “Questioni sulla pratica della fede”, Educatt, Milano, 2009.
Il principio assertivo da cui si dipanano le argomentazioni dell’autore, verte sull’educazione alla fede con il supporto di un ventaglio di strategie pedagogiche innovative: se l’uomo si apre alla fede e con consapevolezza vive l’intimità con Dio, la secolarizzazione della società non crea timori. Al contrario, consente di togliere il velo dal sacro che vive da sempre nella dimensione storico temporale dell’uomo. Il sacro è ciò che fonda ogni civiltà e le dà senso. Disconoscere il sacro significa annichilire la specificità umana La sacralità della vita abita già qui sulla terra. È qui che esprime i suoi fremiti, la sua forza e manifesta l’orma del divino tra noi. Tocca agli esseri umani scorgere l’amore di Dio con gli occhi dei poeti. Un po’ di umiltà, un po’di onestà e il volto di Dio ci invaderà.
Amilcare Manara non ci offre un trattato sistematico, benché le tematiche affrontate si sgranino seguendo un profondo senso logico, ma si allargano a una serie di coinvolgenti invasioni nel mondo della letteratura, della filosofia, della cultura biblica, che pervadono e amalgamano tutte le pagine del saggio. È una sorta di mannello di idee preziose, lontano da ogni tecnicismo retorico, a favore di un pensiero di passione, calato nella cultura della carità come ci propone con insistenza il Vangelo. Le indagini sulla fede dell’A. sono radicate nella cultura della responsabilità individuale e sociale, della coerenza ai valori assunti e della prassi di quei principi da cui emana l’anima dell’agire morale. Il tono pedagogico delle sue elaborazioni, la loro perspicace leggerezza, rendono accessibili i misteri più complessi del credere, riverberano risonanze interiori profonde. L’A. si attiene ad un linguaggio morbido, con un’attenzione scrupolosa al peso delle parole per palesare al meglio la passione del conoscere che si accosta, naturalmente, alla “sapienza biblica”. E in questo sviscerare la fatica e la gioia della fede in un caleidoscopio di verità misteriose, sempre tanto umane quanto divine, ci sorprende l’accattivante “silenzio” di un rimando a un brano di letteratura, di filosofia, di arte dove i concetti si riposano per poi impennarsi in una riflessione, in un dubbio, che ci inducono a ritornare alle pagine precedenti per sciogliere le nostre reticenze, illuminare prospettive non colte. È un invito reiterato a scorgere, nel lessico del discorso proposto, il vero significato dell’autenticità, premessa insostituibile della verità. É autentico l’uomo che riconosce il primato del bene, della carità, della giustizia. É autentico colui che ritiene che il conoscere sia qualcosa di più del “vederci chiaro”. L’autenticità è l’architettura più consona all’anima della verità. Autenticità e verità vivono un patto imprescindibile di inerenza, quasi a richiamare la “relazione” che ha fatto generare il mondo: l’amore di Dio verso l’umanità. Infatti, la teologia è come la matematica: non è un insieme di fatti, bensì un insieme di fatti connessi. E nell’opera di connessione della realtà umana e rivelata, Amilcare Manara ci guida a comprendere gli scarti che la vita e la società ci offrono e trovano approdo nella formazione di una coscienza retta, che ci accompagna nel consolidamento delle convinzioni più autentiche in cui libertà, giustizia e senso etico sono l’apogeo del nostro pensiero.
L’A. ha saputo in questo saggio trovare i nessi più appropriati per suscitare un clima di armonia culturale e religiosa, che stimola a vivere la fede come esperienza di riconversione a Dio e all’uomo anche incespicando sui vituperi del mondo.
Il filo conduttore di questa pedagogia teologica si avviluppa alla fede come testimonianza calata nell’esperienza che si confronta a tutto campo con Dio per ascoltarlo, con l’umanità per renderla più umana e con noi stessi per dirigere il nostro timone verso sicuri approdi. La fede non teme le strade più scoscese e impervie; non è una sfida insensata, non porta a una solitudine interiore, ma si apre all’agape della fraternità umana, solidale e illuminata con i doni dello Spirito. Nel credente, scrive Manara, «si realizza un circolo esistenziale: la fede fa conoscere la vita e a sua volta, la vita fa nascere la fede». Nel turbinio delle vicende umane, «è un modo degno di vivere la vita». La plasma. La feconda per realizzare la parte migliore dei nostri desideri, dei nostri progetti. La fede non è individualista, «non ha un’esistenza autonoma. È un rapporto. È l’incontro tra Dio e l’uomo. È una vita che incontra un’altra vita». È il desiderio di amare che diventa fede in Dio e fiducia nell’uomo. È un’esperienza universale, aperta a tutti, credenti, agnostici, atei in ricerca di un senso e un significato dell’esistenza. Sullo stesso piano si orienta P. Turoldo nella silloge “Canti Ultimi” (Oltre la foresta), che esorta ad abbandonarsi alla speranza che Dio è sempre e per tutti compagno di viaggio in questo nostro pellegrinare: «Fratello ateo, nobilmente pensoso / alla ricerca di un Dio /che io non so darti / attraversiamo insieme il deserto. / Di deserto in deserto andiamo / oltre la foresta delle fedi / liberi e nudi verso / il nudo Essere / e là / dove la parola muore / abbia fine il nostro cammino».
Sempre con garbo, rispettando la grammatica spirituale di chi ha il dono della fede o si avvicina a fatica alla fede, l’A. offre, a suggello delle tematiche affrontate nel saggio, la ragionevolezza delle motivazioni più profonde del credere, aperta alla speranza che il Dio, che si è compromesso con la carne umana e ci ha amato sul legno della croce, diventi suono e misura dei nostri passi. E in questo snodare con creatività i paradigmi dell’identità cristiana A. Manara si avvicina al linguaggio della poesia, al sentire dei santi, grandi testimoni della fede e rende docile la nostra coscienza a vivere un progetto di vita autentica.
Grazie a questo libro il lettore scoprirà che la teologia e i suoi maestri possono scendere dai piani alti dell’Accademia, per comunicare con semplicità nel linguaggio della parabola la Legge Nuova di Cristo che aprirà la porta d’accesso alla fede a tutti, anche al “Giardino dei gentili “, là dove gli abbandonati e gli ultimi hanno dimora.
