E se potessi risalire a morsi
il corso del tuo corpo liberato
dagli abiti, e poi bevuto a sorsi,
mi temeresti o mi saresti grato?
E se volessi aggiungere vergogna
ai tuoi ricordi per gli anni a venire,
raccogliendoti là dove si sogna,
anima mia, soltanto di finire?
Che non resti di te che un centro nudo,
arso dal vento, scarnito, rappreso,
mendicante a se stesso eppure pieno,
nell’arco vivo del tuo corpo teso
che cerca la sua morte sul mio seno
e la offre tremante, come un dono.
[Immagine: Franz Krauspenhaar – Mirror tree.]


bel sonetto, carlotta! ritrovarti qui mi dà gioia, ma anche un po’ di pena, perché conto inevitabilmente il tempo trascorso e considero come le strade prendano, senza che lo vogliamo veramente, direzioni che ci allontanano. tu sei qui, e sono qui anch’io: e tu sei poeta! è bellissimo.
lucia, o “la ine(s)”, se preferisci.
I sonetti contemporanei di solito sono un po’ bolsi, esercizi di stile non del tutto convincenti.
Quindi, due volte complimenti!
db
Ciao Lucia, incredibile incontro qui e nessuna pena, solo contentezza.
Grazie Daniele, due volte.