Hong Zicheng: Aforismi sulla radice degli ortaggi. 2


(Fiori)

L’uomo veramente integro non si cura della reputazione. Chi cerca di crearsela denuncia in tal modo la propria cupidigia.
L’uomo veramente abile disdegna la destrezza. Chi vi fa ricorso denuncia in tal modo la propria stoltezza.

Esiste un vaso che si rovescia non appena è colmo.
Il salvadanaio non si rompe fintanto che rimane vuoto.
Così l’essere nobile predilige l’assenza alla presenza, l’imperfezione alla compiutezza.

Chi non ha estirpato da sé il desiderio di fama, per quanto disprezzi gli onori e si appaghi di poco, resterà schiavo del suo attaccamento al mondo.
Chi non ha negato in sé gli influssi del mondo, per quanto dia incessante prova della sua bontà, vi unirà sempre del tornaconto.

Se temiamo che gli altri scoprano le nostre azioni malvagie, la via del bene resta tracciata nel male.
Se desideriamo che gli altri scoprano le nostre buone azioni, la radice del male è attecchita nel bene.

E’ bene avere un temperamento generoso ma non impetuoso, una mente rigorosa ma non pedante, dei gusti fini ma non limitati, una morale severa ma non disumana.

(Aforismi sulla radice degli ortaggi. Edizioni SE 1996)

17 pensieri su “Hong Zicheng: Aforismi sulla radice degli ortaggi. 2

  1. Anna Maria

    Stavolta sono io a scrivere: “Colpita e affondata”, cara Nadia. Piccolo pomodoro pedante riflette sugli “aforismi sulla radice degli ortaggi” e saluta riconoscente.

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  2. MarioB.

    Io non ho capito che significhi:
    “L’uomo veramente abile disdegna la destrezza. Chi vi fa ricorso denuncia in tal modo la propria stoltezza.”

    A me un uomo abile pare dotato di destrezza.
    Ed un uomo abile, e destro, può comportarsi pure da stolto in molte circostanze.
    Poi ci sarebbe da analizzare, o sottilizzare, su che sia essere abile: si può essere abili intellettualmente, ed anche manualmente, e tutte le due cose insieme.

    Queste “massime di saggezza” mi paiono talmente generali da generare confusione.

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  3. Valentina

    “Così l’essere nobile predilige l’assenza alla presenza, l’imperfezione alla compiutezza.” parole che dovrebbero fare riflettere molti!

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  4. Marco Di Pasquale

    L’aurea mediocritas che si respira odorando questi “ortaggi poetici” non prende in considerazione gli aspetti davvero generosi dell’essere umano, gli impeti e gli slanci, la debordanza dai binari che spesso fa sì che i poli positivo e negativo si confondano. L’eccesso di lindore calligrafico rischia di disinfettare il fattore uomo che è condizione fondamentale affinché esista una varietà della regola.
    Comunque, anch’io sono d’accordo sul valore dell’assenza o almeno dell’asciuttezza, che però deve venire sempre dopo il gioioso straripamento.
    Il tutto, a mio parere.

    mdp

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  5. nadia agustoni

    Di concime il fattore uomo ne ha parecchio e quello che passa per generosità spesso è solo delirio, tutt’altro che generoso e piuttosto interessato. Quindi un pò di disinfettante magari non guasta.

    Un saluto.

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  6. rrt

    Cari amici,
    basta leggere: reputazione e destrezza non sono indicate come mali assoluti, ma perseguirle deliberatamente dimostra che le si considera fine e non mezzo.
    Quanto al “gioioso straripamento”, queste riflessioni ci vengono da culture che di straripamenti, gioiosi e meno gioiosi, ne sanno davvero qualcosa. Secondo me vale perciò
    la pena di metterle, se non altro, sulla bilancia.
    Un saluto a tutti e a Nadia un abbraccio,
    Roberto

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  7. Giorgina Busca Gernetti

    A Roberto,
    sulla reputazione perseguita deliberatamente condivido il tuo pensiero; sulla destrezza, invece, farei una distinzione: se la si intende in un’accezione negativa, come astuzia, furbizia e simili, sono d’accordo, se al contrario, significa agilità, quasi quasi abilità, non mi sembra un male perseguirla e persino perfezionarla.
    Mi pare che in quest’accezione sia un mezzo e al tempo stesso un fine.
    Un saluto
    Giorgina

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  8. rrt

    Cara Giorgina,
    quello che credo di comprendere di questi autori non sempre mi piace; né posso avere la presunzione di affermare di comprenderli davvero. In ogni caso ho sviluppato nel tempo una certa consuetudine con loro, la quale fa sì che, di fronte ai loro modi (stavo per dire vezzi) espressivi non mi senta troppo spaesato.
    Ciò che tu dici è vero, ma in parole povere è troppo occidentale (“occidentale”,
    “orientale”: so che partire da categorie così vaste porta a conclusioni quantomeno incerte, ma lasciamelo fare altrimenti non se ne esce, almeno nei limiti di un commento a un post).
    Certo che gli orientali perseguono la destrezza: basta pensare al loro artigianato, alle loro arti marziali e circensi.
    Basta pensare alla storia del cuoco sapiente il cui coltello è come nuovo e appena affilato dopo decine d’anni d’uso, perché colui che lo manovra si è sempre studiato d’insinuarsi nel vuoto della materia, e quindi il coltello stesso, in un certo senso, è come se non fosse stato mai veramente usato.
    Ma proprio questo racconto ci mostra che dietro a tali abilità, persino ossessivamente ricercate ed esercitate, c’è sempre un oltre, che agevola magari l’aldiqua, ma rispetto al quale costituisce (o almeno così diremmo noi) un salto deciso.
    Un saluto,
    Roberto

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  9. rrt

    Cara Giorgina,
    ci sono cascato anch’io:
    quel cuoco non si è “sempre studiato” d’insinuarsi eccetera, perché, se avesse agito con tale intenzione, l’azione deliberata avrebbe guastato la purezza del gesto, e il coltello si sarebbe rovinato in breve tempo.
    Hai capito? No? Be’, in fondo neanch’io, ma funziona.
    Del resto i seguenti versi, che cito nella prima traduzione trovata in rete:
    “Quanto più alto giungevo
    in questo slancio sublime,
    tanto più basso, arreso
    e umiliato mi trovavo.
    Dissi: non vi sarà chi l’arrivi,
    e mi umiliai tanto tanto
    che mi trovai così alto
    che raggiunsi la mia preda”
    non li ha certo scritti un orientale. Almeno, non di un Oriente segnato sulle nostre umane carte…
    Risaluto,
    Roberto

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  10. Giorgina Busca Gernetti

    Caro Roberto,
    ti ringrazio per le spiegazioni esaustive.
    Io, da “occidentale”, pensavo alla destrezza, abilità, agilità, perfezionismo dei danzatori classici, veri virtuosi e per talento e per continuo esercizio compiuto per ore e ore con il fine di migliorare sempre più la tecnica e l’interpretazione.
    Nulla di improvvisato nella danza classica.
    Un ri-ri-ri-risaluto
    Giorgina

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  11. MarioB.

    Chiedo una cortesia a Nadia Augustoni che ha postato il precedente testo:

    I versi, il brano di sopra è stato tradotto dal testo cinese originale o ritradotto dall’inglese?

    Chiedo questo perché tante volte mi sono imbattuto in testi cinesi o giapponesi tradotti in italiano, dall’inglese o dal francese, e conversando con un esperto di storia e cultura nipponica, mi si è fatto notare che queste operazioni spesso hanno fatto perdere il senso preciso dei motti, delle situazioni, il peso del verbo.
    Una volta mi sono trovato tra le mani una traduzione italiana (dall’inglese) del Rg Veda ( sanscrito) che aveva sviato, equivocato, sballato parecchio.
    Grazie

    MarioB.

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  12. robertorossitesta

    Cara lambertibocconi,
    sì, Rrt è sempre il Rossi Testa.
    Alcune postazioni extradomestiche non digeriscono assolutamente (buongustaie!) la mia identità principale, così per tagliar corto me ne sono inventata un’altra facilmente collegabile alla prima.
    Ciao,
    Roberto

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