Questa pellicola è tratta dal romanzo Pricò (1924) di C.G. Viola. E’ la storia di un bambino di 7 anni che vive con i suoi occhi lucidi e disperati la storia del rapporto in crisi dei genitori. Il quinto film di De Sica, girato nel 1942, è il primo in cui il “Maestro” fa i conti non soltanto col “sociale” e con le ipocrisie del mondo della piccola borghesia, ma anche con la dimensione interiore dei personaggi. E’ la dimostrazione di come anche dal più banale soggetto si possano trarre spunti di grande cinema (o di grande letteratura). Difatti sarebbe potuto passare per un fotoromanzo, se non fosse per lo sguardo di Pricò (e per la cinepresa di De Sica che lo guida) che toglie la maschera a una pace e a un ordine soltanto apparenti. Inoltre segna l’inizio del sodalizio con Zavattini, e la mano dello sceneggiatore si vede, eccome.
Veramente Zavattini aveva già collaborato con De Sica, sia pur in maniera non ufficiale, in Teresa Venerdì, ma è con quest’opera che gli viene data occasione di esprimersi e di compiere la rottura definitiva col mondo del cinema di regime dei telefoni bianchi, mettendone in ridicolo i cliché e denunciando la perdita dei valori morali del mondo borghese.
Il titolo del film si deve sempre a Zavattini, che già sul finire degli anni ’30 teneva una rubrica su Grazia dal titolo “I nostri bambini ci guardano” in cui l’ intento era dichiarato “[…] Ricordatevi, qui non si tratta di insegnare ai fanciulli come devono comportarsi, bensì come voi dovete comportarvi davanti ai fanciulli”.
Il film affronta la dolorosa crescita del piccolo protagonista, il cui appellativo è già indizio di futura sofferenza: il nome “Pricò” era il diminutivo francesizzato di “precoce”. Uno dei pregi maggiori è dato dal fatto di essere girato ad “altezza bambino”, quasi tutto in esterni, secondo i canoni del nascente neorealismo.
All’inizio della storia, Pricò, anche se non ne è cosciente, è un bambino fortunato. Possiede molti giocattoli, può andare al cinema, ha una governante, una camera tutta sua con tanto di gabbia del canarino, il papà gli vuole bene e la mamma è premurosa ed affettuosa.
Ma ecco che qualcosa nel suo mondo, isola felice di certezze, si incrina. Il suo processo di crescita inizia per caso, tramite uno sguardo innocente. Mentre è al parco a giocare, alza gli occhi e scorge Nina intenta a parlare con il suo amante, Roberto.
La casualità di quello sguardo è fortemente voluta dal regista. De Sica, come Rossellini, ha una concezione antropocentrica del cinema: per lui il senso si va costruendo anche grazie all’incontro casuale dei personaggi con elementi dello spazio che acquistano agli occhi dello spettatore significati multipli ed aperti. L’alea, il caso, l’imprevisto, giocano un ruolo fondamentale nel suo lavoro registico, peraltro rigoroso e rispettoso delle regole del racconto.
Lo spettatore vede il volto sorridente del bimbo diventare serio e spetta alla soggettiva svelarne il motivo: in campo lungo si vedono i due amanti parlare. Stanno concertando la loro fuga a Genova. Pricò intuisce qualcosa e preoccupato và a “riprendersi” la mamma.
L’ingresso nella vita famigliare è simboleggiato spazialmente dal corridoio dell’appartamento romano sito all’ottavo piano dei nuovi complessi residenziali, dove la famiglia del protagonista. Da quel corridoio, Pricò ci conduce all’interno di un rapporto di coppia disgregato, quello dei genitori Nina ed Andrea, dove regnano i silenzi e l’ostinazione nel non voler vedere la fine degli affetti.
Il momento di rottura arriva con la fuga della madre. Nel regno dell’ipocrisia piccolo borghese bisogna salvaguardare le apparenze, il padre non ha la forza e la capacità di gestire la situazione e comincia il pellegrinaggio del piccolo presso parenti disattenti ed egoisti, la zia svanita prima, la nonna arcigna poi.
La madre tornerà poi dal figlio malato che farà di tutto per trattenerla e farle “togliere il cappello” ed il marito, ancora innamorato, la riaccoglie. Il bambino cercherà in tutti i modi di preservare la ritrovata unità e la madre tenterà di soffocare il sentimento per l’amante Roberto, ma inutilmente.
In vacanza in Liguria, con il bambino, la madre approfitta della situazione per ritornare con l’amante, mentre a Pricò non resta che gironzolare tra le cucine della pensione Miramare in cerca di un po’ di gelato.
Lo sviluppo anticipa episodi tipici della tradizione del bildungsroman (per esempio “Agostino” di Alberto Moravia). Durante il suo annoiato vagabondare, il piccolo Pricò vede la madre amoreggiare sulla spiaggia con il suo amante. La sequenza ha una forte drammaticità.
Si vede Pricò in piano americano che osserva la scena ed accortosi che Roberto l’ha scorto, fugge via.
In campo lungo il registra ci mostra la disperata corsa del piccolo. Il velo di Maja si è squarciato ed il mondo del bambino và in frantumi. Il peso di quello che ha visto lo annienta. Nel tradimento materno ravvede la fine della sua famiglia, del suo mondo di bambino. Il piccolo Pricò cerca la fuga, cerca di tornare a Roma, da quel padre che li ama ma che non ha saputo trovare il modo di tenere unita la sua famiglia. Saranno i carabinieri a riportarlo dalla madre.
Tornati a Roma, arriva l’abbandono definitivo, sancito dalla lettura di un telegramma di Nina, accartocciato da un annientato Andrea a cui fa da sottofondo musicale in un contraltare immagine-suono l’allegro trio Lescano con “Maramao perché sei morto?”
L’unica a mantenere uno spirito pragmatico è la governante Agnese, che dice al ragioniere che il bimbo può crescerlo lei e che lo possono tenere a casa.
Ma Andrea non ce la fa, ed ecco l’ennesimo abbandono. Tolti i calzoni corti ed indossata una divisa simil militare, Pricò và in un collegio religioso, dove viene letteralmente abbandonato dal padre che fugge dal figlio correndo via dall’istituto senza voltarsi al richiamo accorato del piccolo.
Anche qui lo spazio gioca un ruolo fondamentale. Il bambino viene quasi inghiottito dai soffitti alti e dallo spazio enorme dell’architettura marmorea. Anche gli ambienti sembrano voler sottolineare l’indifferenza al suo dramma.
Nel tragico epilogo al bambino viene comunicato il suicidio del padre, quasi fuori scena: la sua innocenza è ormai persa insieme al senso della famiglia, la disgregazione totale di quella che doveva essere un’oasi di affetti, dove trovare protezione e valori. Il sigillo finale è dato dal rifiuto nei confronti della madre. Pricò non l’abbraccerà e lei rimane immobile, mentre il figlio và via di spalle, in silenzio, in un campo lungo che sembra inghiottirlo nello spazio enorme dell’atrio del collegio, così diverso dal corridoio di casa, punto di partenza del suo viaggio di crescita nel dolore.
Un modo certo dirompente per l’epoca di trattare il tema del passaggio doloroso all’età adulta, che sarà poi ripreso successivamente, non solo nel cinema, in infinite varianti.

ottimo pezzo su un film che ho l’impressione si stato quasi del tutto dimenticato, un film bellissimo, straziante, che paolo ci racconta molto bene e che spero induca i lettori a vedere o rivedere.
Grazie Franz. So che tieni molto al rapporto padre-figlio, come esplorato nel tuo ottimo libro Era mio padre. Del resto il tema è di grande attualità, solo ieri sul Corsera c’era una paginata dedicata alla figura del padre nel nostro contemporaneo…
Solo oggi ho visto e letto l’eccellente recensione di Paolo Cacciolati al film che non potrei mai dimenticare almeno per due ragioni.
Mi ha attratta oggi la locandina che ben conosco con il bimbo in primo piano, come è giusto che sia in un film che vuole porre i bambini al centro, non ai margini della vita familiare e sociale, come fine, non come mezzo di essa.
La ragione principale della mia memoria sta nel valore intrinseco del film, girato dal Maestro De Sica l’anno stesso in cui nelle sale cinematografiche si proiettava il suo “Un Garibaldino al convento” , primo passo lontano dai “telefoni bianchi” e grande passo nella sua vita, poichè egli, regista e interprete, sposò la bellissima attrice spagnola Maria Mercader, madre dei suoi figli.
Quale differenza tra i due film!
Il vero passo verso una cinematografia nuova, benché non ancora Neorealismo, fu compiuto proprio con “I bambini ci guardano”, ove la critica della borghesia con il suo conformismo e i vizi nascosti sotto un velo di perbenismo, senza alcuna cura dello stato d’animo dei bimbi non ciechi né ottusi, è il tema di fondo.
Paolo Cacciolati ha già espresso la trama e la critica del film.
Aggiungo allora la seconda ragione del mio non poter dimenticare quest’opera.
Il suo arrivo nella miglior sala cinematografica della mia città fu preceduto da innumerevoli locandine in tutte le vie del centro e nella Piazza dei Cavalli. Si doveva vedere il film a tutti i costi.
Si radunò tutta la famiglia, che ormai si era ridotta a mia madre, due zie (mia nonna non voleva più uscire la sera) e mia sorella (eravamo bambine, coetanee dell’attore che aveva due anni meno del personaggio interpretato). Si aggiunse anche la cameriera, che di solito andava al cinema con le sue amiche.
Nella sala dovemmo dividerci in due file e Lina, la cameriera, era vicina alla zia più anziana dietro di noi. Vedemmo il film.
Noi bambine capimmo poco ma soffrimmo molto nel vedere quel nostro coetaneo così addolotato; ci colpì molto la scena in cui il bimbo va a salutare la governante ma non degna di uno sguardo la madre. Era per noi gravissimo, inconcepibile: un gesto certamente dettato da un profondo rancore generato da un dolore insopportabile.
Quando ci alzammo e ci voltammo verso la zia e Lina, la meraviglia fu indescrivibile: Lina aveva il viso tumefatto e gli occhi come fessure. Quasi singhiozzando disse: “Non ho visto quasi niente. Ho sempre pianto!”
Non era la sola. Non ho mai visto tanti fazzoletti agli occhi come quella volta.
Eppure non era un film “strappalacrime”!
Giorgina, grazie per la tua narrazione della visione del film, hai avuto una grande fortuna, nel poterlo vedere all’epoca dell’uscita, e la utilizzi al meglio nel racconto che ne fai.
Ciao
p.
Paolo, questi sono i vantaggi della… giovinezza!
Un caro saluto
Giorgina
Date di uscita per “I bambini ci guardano” (1943)
Nazionalità Data
Italia 27 ottobre 1944
USA 25 aprile 1947
Francia 29 giugno 1949
Giappone 26 marzo 1954
Finlandia 12 dicembre 1997 (prima TV)
Alias
The Children are Watching Us Internazionale (titolo Inglese) / USA
A Culpa dos Pais Brasile
Bavshvebi Chven Gvikureben Georgia (imdb display title)
Katigoro tous goneis mou Grecia (transliterated ISO-LATIN-1 title)
La faute d’une mère Belgio (titolo Francese)
Lapset katsovat meihin Finlandia
Les enfants nous regardent Francia
The Little Martyr USA
Nella mia città, Piacenza, non uscì certo nel 1944, In quell’anno molte città erano semidevastate dai bombardamenti e rese deserte dallo “sfollamento”.
La vita normale, si fa per dire, ricominciò almeno nel 1946/47.
Molte famiglie, “in primis” la mia, erano state decimate dalla guerra e spesso erano formate, relativamente agli adulti, solo da donne.
Da tutto l’orrore precedente nasceva il forte desiderio di partecipare agli spettacoli, soprattutto se di valore, benché tristi.
Ciao
Giorgina