Provocazione in forma d’apologo 211

Una volta c’erano migranti, esuli, fuggiaschi. Le tre categorie erano distinte e per lo più si muovevano lungo rotte e su navi diverse, o diverso era almeno il loro modo di muoversi.

Oggi che non ci sono più rotte viaggiano tutti insieme anzi gli uni sugli altri, quando va bene e riescono a trovare un natante qualsiasi. Ma son natanti che spesso non arrivano, o, per così dire, il cui porto è in fondo al mare.

22 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 211

  1. ilaria

    oggi siamo ” migranti ” nelle nostre vite…tutto ciò è piuttosto triste.
    ci sforzeremo di arrivare.
    un caro saluto

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  2. robertorossitesta

    Care Elisabetta e Giorgina,
    nello scrivere quest’apologhetto avevo in mente una mia poesia almeno trilustre, già pubblicata su LPELS nel gennaio 2007, che suona come segue:
    “Non più Ulisse né Glauco:
    schiavo fra i tanti, a pane ed acqua putrida,
    sotto coperta faticando al remo
    senza levare gli occhi o rifiatare.
    Non sento più richiami di sirene,
    non vedo il mare di cui soffro i colpi.
    Attendo alla consegna: sempre quella.
    Ciò che poteva essere
    io lo contemplo come fosse stato
    sulle schiene lucenti dei compagni,
    nel sogno inesauribile del turbine
    che rapì la mia nave ancora in porto.”
    (da PER SÌ FATTE SCALE)
    Ovviamente questa poesia letta oggi ha risonanze all’epoca della stesura magari non così evidenti.
    Ne traggo una riflessione e un’esortazione: dal momento che l’immaginazione letteraria finisce spesso per trasformarsi in un qualcosa di ben reale, sforziamoci tutti insieme (ma lo dico soprattutto a me stesso) di immaginare una realtà migliore di quella che abbiamo intorno, e di avviarci in tale direzione.
    Un saluto e un abbraccio,
    Roberto

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  3. robertorossitesta

    Cara Ilaria,
    nella tristezza lo sforzo è doveroso, e in esso possiamo trovare l’unica pace qui e ora possibile.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

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  4. robertorossitesta

    Gentile Roby,
    la tua formula nella sua durezza è giustissima. Senza dimenticare che certi problemi non ammettono soluzioni completamente accettabili – nemmeno da chi nella massima buona fede li ha sollevati. Noi possiamo solo guardare in una direzione e metterci in marcia.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  5. Roby (s.d a.)

    Sì, in realtà quasi una provocazione; spesso stiamo a guardare, importante, e concordo con Lei, metterci in marcia
    Ringrazio e saluto cordialmente

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  6. M&C

    Vite disperate di uomini che hanno bisogno di giustizia, non solo di carità.
    Mi viene in mente questa:

    “In memoria” – Giuseppe Ungaretti

    Si chiamava
    Moammed Sceab

    Discendente
    di emiri di nomadi
    suicida
    perché non aveva più
    Patria
    Amò la Francia
    e mutò nome.

    Fu Marcel
    ma non era Francese
    e non sapeva più
    vivere
    nella tenda dei suoi
    dove si ascolta la cantilena
    del Corano
    gustando un caffè.

    E non sapeva
    sciogliere
    il canto
    del suo abbandono.

    L’ho accompagnato
    insieme alla padrona dell’albergo
    dove abitavamo
    a Parigi
    dal numero 5 della rue des Carmes
    appassito vicolo in discesa.

    Riposa
    nel camposanto d’Ivry
    sobborgo che pare
    sempre
    in una giornata
    di una
    decomposta fiera.

    E forse io solo
    so ancora
    che visse.

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    1. robertorossitesta

      Gentile M&C,
      grazie per la bellississima e opportunissima citazione.
      Su cui mi piace considerare che Ungaretti, con la sua fede nella parola, può scrivere
      “E non sapeva
      sciogliere
      il canto
      del suo abbandono”,
      intendendo probabilmente che, se avesse saputo sciogliere ecc, Moammed Sceab non si sarebbe ucciso.
      Certo, quella nella parola è una fede condivisibile, ma rimanerle attaccati è sempre più difficile.
      Un saluto,
      Roberto

  7. robertorossitesta

    Caro Alfonso,
    sì, tutti dentro noi, insieme a santi, martiri e folli: e specialmente folli, i più folli dei quali son quelli che non credono di esserlo.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  8. Giovanni Nuscis

    “…son natanti che spesso non arrivano, o, per così dire, il cui porto è in fondo al mare”

    “sforziamoci tutti insieme (ma lo dico soprattutto a me stesso) di immaginare una realtà migliore di quella che abbiamo intorno, e di avviarci in tale direzione.”

    Il primo obiettivo, forse, purtroppo, è la fuga; l’approdo è eventuale, coi rischi conseguenti; l’impossibilità disperante di stare nelle proprie radici, tra i propri cari, nei propri luoghi.
    Grazie Roberto. Un caro saluto.
    Giovanni

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  9. robertorossitesta

    Caro Giovanni,
    purtroppo è vero, in certi casi arrivare a un porto risolve un problema ma ne suscita altri. E l’impossibilità disperante di stare nelle proprie radici spesso la sperimentiamo anche noi, figuriamoci dunque che cos’è per quegli sventurati.
    Grazie e un caro saluto a te,
    Roberto

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  10. robertorossitesta

    Caro Fabrizio,
    certo: gli Ulisse e i Glauco della classicità scarseggiano, tra le ultime rovinose vampate di hybris ormai ci vediamo e a volte ci crogioliamo nella nostra assoluta indigenza e dobbiamo finalmente riconoscere che non possiamo far nulla di buono senza quel Qualcuno. Il quale, penso, non ci farà mancare neppure una tirata di capelli e una buona pedata, anche peggiori di quelle che ci stiamo dando fra noi.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  11. marcosic

    Io penso al fatto che queste categorie una volta potevano scegliere di viaggiare separatamente, ma non tanto per il fatto in sé, quanto perché evidentemente potevano scegliere il sistema più indicato per il proprio particolare stato. Oggi la globalizzazione è intervenuta anche qui: la globalizzazione del dolore e della disperazione, lo sfruttamento estremo del bisogno, il martellamento impietoso dell’esistenza di certi esseri umani. E poi, se qualcosa va male in quest’orrida giostra, la grande “democrazia” cui loro ambivano, li accomuna tutti per la seconda volta, adesso in fondo al mare

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  12. robertorossitesta

    Caro Marco,
    ricordi la Canzone di Ariele?

    “A cinque tese sott’acqua tuo padre giace.
    Già corallo son le sue ossa
    Ed i suoi occhi perle.
    Tutto ciò che di lui deve perire
    Subisce una metamorfosi marina
    In qualche cosa di ricco e di strano.
    Ad ogni ora le ninfe del mare
    Una campana fanno rintoccare.”

    Corallo, perle, metamorfosi ricca e strana: ecco
    la grande “democrazia”, che accomuna tutti quelli cui tocca.
    Ma non consola, non consola per niente.
    Un saluto,
    Roberto

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  13. marcosic

    No, non consola, non consola affatto caro Roberto, hai ragione, una ragione amara. Sarebbe bello, ma forse è chiedere troppo, che ognuno, almeno nel momento estremo, potesse ricevere il rispetto che forse non ha ricevuto durante un’intera vita.
    Ti abbraccio, Marco

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  14. robertorossitesta

    Caro Marco,
    a proposito di rispetto post mortem, avrai sentito parlare anche tu della cerimonia funebre “urologica” diffusa in rete.
    Dicono che l’uomo tiene dell’Angelo e del bruto, ma la seconda dimensione è quella che sperimentiamo più di frequente.
    Un abbraccio a te,
    Roberto

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