di Guido Michelone
Il Salone Internazionale del Libro ha celebrato il venticinquennale della manifestazione: dal 1988 al 1998 si è chiamato Salone del Libro, poi è diventata Fiera per motivi di proprietà, quindi dal 1999 al 2001 Fiera del Libro, dal 2002 al 2009 Fiera Internazionale del Libro e dal 2010 è tornata nuovamente alla ‘classica’ denominazione di Salone Internazionale del Libro.
La mia presenza al Salone risale proprio alle origini quando ancora si teneva a Palazzo Vela (costruito per Italia 61): da allora a oggi ho sempre partecipato – magari solo un pomeriggio, raramente per più di tre giorni – a tutte le edizioni di questa bellissima kermesse che si tiene ogni anno (ora al Lingotto, finalmente raggiungibile in metropolitana) da giovedì a lunedì verso la metà di maggio. Ho partecipato dapprima nella veste di comune visitatore-lettore, pagando il biglietto d’ingresso: e poi, via via come giornalista, scrittore, insegnante; in quest’ultimo caso, mi limitavo, come gli altri colleghi, ad accompagnare i ragazzi delle superiori all’entrata e a lasciarli girare liberi per l’intera giornata: difficile pensare ad altre soluzioni, tipo visite guidate, benché qualche alunno mi abbia seguito nella ricerca di prelibatezze librarie tra i vari stand, chiedendo aiuti, consigli, informazioni sui testi esposti.
Più frequenti le mie visite al Salone in qualità di ospite, ossia di ‘esperto’ in alcuni dibattiti e tavole rotonde soprattutto sulla musica (e qualcosa anche di cinema), oppure in qualità di ‘scrittore’ che presenta il proprio libro: queste tipologie di incontri hanno, al Lingotto, il ‘tutto esaurito’ quando l’autore è famoso, non tanto come romanziere, poeta, drammaturgo, saggista, bensì quale personaggio pubblico soprattutto di notorietà mediatica (televisiva in particolare). Viceversa per ottenere grandi (o piccole) folle a un incontro al Salone bisogna salire sul palco di Radio Rai dove si fanno le dirette: e lì la gente si ferma ad ascoltare indipendentemente dalla fama della persona, perché ‘siamo’ in RAI. Per avere pubblico si può inoltre puntare su un argomento molto alla moda o meglio ancora su altri quattro ingredienti variamente mescolati: la musica dal vivo, l’offerta di cibo, la gratuità di qualche oggetto (che non siano depliant, brochure, manifesti, penne, segnalibri o pseudolibri) e la disponibilità di comode sedie o addirittura poltroncine.
Mi è infatti accaduto che alle mie presentazioni ci fosse un buon chitarrista o una giovane cantautrice e la gente si fermava; che ci fosse uno spuntino con vino e tarallucci e la gente gradiva; che ci fossero libri-omaggio, gadget, pupazzetti e la gente prendeva a man bassa; che ci fossero scranni, divani o puff (al Salone in effetti non si sa dove sedersi, a parte qualche rara panchina) e la gente si spaparanzava (pensando ai fatti propri e non al libro discusso e presentato). Però basta una sola domandina tra il pubblico o una richiesta di dedica o autografo a rendermi felice, anche quando la platea, senza jazz, regali o salatini, è semideserta.
La mia presenza al Salone negli ultimi anni si connota anche e soprattutto come ‘stampa’ – inviato via via da testate diverse che non sto a citare – con quel cartellino sul bavero della giacca che dà diritto all’ingresso gratis, a frequentare la sala-stampa, dove una volta erano a libera disposizione telefono, fax e computer e dove una volta c’era un bar che serviva tramezzini e bevande calde o fredde senza sborsare un quattrino. Ora è rimasta una macchinetta del caffè a cialde e un frigo con acqua minerale, rispettivamente scassata e svuotata già da sabato sera; in compenso esiste il collegamento a Internet.
Poi, molto sinceramente, a me il Salone pare sempre tutto uguale per come è strutturato, con l’unica nuova eccezione della presenza di ‘editori elettronici’, anche se in una ‘fiera’ la ‘faccenda’e la ‘vicenda’ degli e-book non mi sembra tanto gestibile: è un problema serio, grosso, vitale quello del libro elettronico, su cui magari si potrà aprire un dibattito: per ora qui non entro nel merito. A me, personalmente, piace sfogliare le pagine, annusare la carta, toccare le copertine, aggirarmi fra gli stand dei piccoli editori, che hanno purtroppo stand molto piccoli: ormai non entro più negli enormi padiglioni dei quattro-cinque grandi gruppi editoriali, perché mi sembra di stare in una libreria in franchising. Questo per dire che il Salone dovrebbe privilegiare maggiormente la cultura e la qualità, ma come sempre è la solita questione di business (e mi fermo qui).
Ma proprio per un discorso di qualità vorrei recensire otto libri per altrettanti editori che sono stati particolarmente gentili nei confronti dei rappresentanti della stampa. Dico questo perché al Salone incappo (come molti colleghi) in situazioni a dir poco spiacevoli, paradossali o antipatiche: quando ho bisogno di un libro per lavoro (per recensirlo) mi presento allo stand esibendo il cartellino e chiedendo il libro in questione: e a questo punto le reazioni sono di due tipi, nette, opposte, antipodiche: c’è l’editore che gentilmente mi offre subito il libro, contento delle mie proposte di lettura e recensione; c’è l’editore che si rifiuta, in maniere spesso poco gentili; in questi ultimi casi non basta nemmeno esibire la Tessera di Giornalista, una carta da visita, il foglio intestato e scritto in precedenza o la fotocopia di una corripsondenza e-mail dove si discute della richiesta del volume: i motivi del rifiuto permangono vaghi o nebulosi; cosa passi per la testa del responsabile ufficio-stampa o addirittura dell’editore tuttofare in persona resta un mistero.
Detto questo passo subito alla note positive, segnalando questi otto bei libri, di cui ben cinque sono di musica, perché questa è la materia che insegno in università e in conservatorio; gli altri tra appartengono invece ai filoni saggistica, instant book e graphic novel:
Black Music di Amiri Baraka,
Storie di rock di Innocenzo Alfano,
Analfabeatles di Massimo Carboni,
Backwards di Luca De Gennaro,
Whitney Houston di Episch Porzioni & Prince Greedy,
Modernità all’italiana di Gian Paolo Caprettini,
Il dittatore utopista di Gianluca Barbera,
Superzelda di Tiziana Lo Porto, Daniele Marotta.
Amiri Baraka, Black Music. I maestri del jazz (a cura di Marcello Lorrai), Shake, Milano 2012.
Si tratta di un’antologia quasi completa di tutti gli scritti sulla jazz music che il grande poeta, saggista e sociologo afroamericano (al secolo LeRoi Jones) ha scritto lungo mezzo secolo di impegno civile, lottando contro l’odio razziale e dimostrando, proprio attraverso la valorizzazione di queste sonorità (soprattutto quelle avanguardiste come il free e la new thing), come i neri d’America siano riusciti a riscattarsi e a creare una grande arte. Lo stile di scrittura è talvolta liricizzante e funambolico e proprio per questo molto coinvolgente.
Innocenzo Alfano, Storie di rock. Gli anni Sessanta e Settanta attraverso dischi, festival, libri, luoghi, suoni e molte curiosità, Aracne, Roma 2012.
Lo studioso cosentino che da circa dieci anni scrive libri tanto sul pop quanto su problemi sociali, sta approntando una disanima delle musiche giovanili incentrate in alcuni periodi topici. Dopo i saggi sulla canzone, sulla psichedelia e sul progressive, ecco un testo che prende in considerazione svariati argomenti, discussi in quattro parti: le radici folk e blues nel sound angloamericano; il prog all’italiana; diverse amenità su rock star molto note; il cosiddetto San Francisco Sound. Il tutto è assai ben documentato.
Massimo Carboni, Analfabeatles. Filosofia di una passione elementare, Castelvecchi, Roma 2012.
Finalmente anche in Italia una rilettura molto seria del fenomeno Beatles; un docente universitario di estetica, nonché critico d’arte, autore di parecchi studi teorici, offre uno sguardo filosofico attorno al ‘più potente oggetto di fascinazione musicale di massa del Novecento’, in un modo che ha pure raggiunto un sostanziale (e sostanzioso) equilibrio tra arte e industria, popolare e sperimentalista.
Luca De Gennaro, Backwards. The ‘Rolling Stone’ files e altre storielle, Caratteri Mobili, Bari 2012.
Il critico torinese è tra i più noti esponenti del giornalismo rock: per l’edizione italiana del mensile ‘Rolling Stone’ cura fin dal primo numero (2003) la rubrica ‘Backwards’; e arrivato al cento (2011), ha quindi antologizzato i suoi interventi, che narrano di un’esperienza di ascolti discografici, di conoscenze dirette, di partecipazione a concerti ed eventi, di tutto quanto insomma al giorno d’oggi è composto il variegato multiforme universo di un sound non più soltanto giovanile, ma soprattutto intergenerazionale.
Episch Porzioni & Prince Greedy, Whitney Houston. La voce spezzata, Chinaski, Milano 2012.
Si tratta di una biografia più o meno scandalistica, giacché la coppia di giornalisti è specializzata in quella critica rock che guarda più ai fatti privati che non ai valori musicali (Non a caso il loro precedente volume era dedicato al fenomeno di Lady Gaga). Pur tra alti e bassi il libro alla fine risulta credibile perché arriva a comporre un quadro onesto e veritiero dell’esistenza della celebre cantante soul afroamericana, morta lo scorso anno, dopo una lotta drammatica contro droghe e farmaci, come spesso accade ai fragili divi dello show business.
Gian Paolo Caprettini, Modernità all’italiana. Origini e forme dello spettatore globale, Cartman, Torino 2012.
Gianluca Barbera, Il dittatore utopista. Storia e contro storia di Muammar Gheddafi, Barbera, Siena 2012.
È l’analisi spietata dell’uomo che per oltre un quarantennio ha comandato la Libia con il pugno di ferro, partendo da una rivoluzione che rovesciava un regno corrotto, ma finendo poi col chiudersi in se stesso, promettendo mari e monti alla popolazione, ma lasciando i figli indisturbati a ladroneggiare ovunque. Gheddafi è osservato ‘con la lente’ dalla nascita fino alla morte, elencando informazioni obiettive sulla vita pubblica e privata di un personaggio fortemente contraddittorio.
Tiziana Lo Porto, Daniele Marotta, Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald, Minimum Fax, Roma 2012.
La graphic novel italiana si arricchisce di questa nuova biografia a fumetti incentrata sulla storia di Zelda Sayre, ballerina e scrittrice, fidanzata e poi moglie del romanziere Francis Scott Fitzgerald: la coppia fece molto parlare di sé durante i ‘ruggenti anni Venti’, l’età del jazz, come egli stesso la definì in una celebre raccolta di saggi e articoli; ma quell’età, per i due, fatta di party e di sbronze, non sempre fu per loro felice o serena; anzi l’esistenza di Zelda rimase tormentata da una malattia mentale scoperta tardivamente, che il libro rappresenta con femminile sensibilità.


Anch’io ho evitato gli stand delle grosse case editrici, per lo stesso motivo, però dissento un filo da quello che hai detto..”Questo per dire che il Salone dovrebbe privilegiare maggiormente la cultura e la qualità, ma come sempre è la solita questione di business (e mi fermo qui)” Forse, dovrebbe essere meno costoso etc,venire incontro alla piccola media editoria, che ha pochi mezzi, il Salone è un’enorme occasione, sicuramente le grandi soffrono meno dei problemi di distribuzione, hanno le loro catene, etc. Però non darei per scontato che cultura qualità siano patrimonio esclusivo della piccola editoria, qualcosa di buono capita anche alla Feltrinelli etc. e poi, mi sembra che parecchi scrittori sognino di pubblicare con le grandi..cioè, non è un discorso semplice, ed infatti scrivi anche (e mi fermo qui).
Su Torino ho scritto anch’io nel mio blog, nel mio modo un po’ così, un post- pre, ed un post-post.
Ciao!
Uno dei motivi per cui io sono andato al Salone del libro di Torino, quest’anno, è stato proprio il libro digitale. Da tanti anni se ne parla, anche in Italia sebbene siamo una specie di terra depressa per quanto riguarda gli indici di lettura e più in generale l’interesse della maggior parte della gente per i libri. Però anche qui abbiamo ormai numerosi progetti come Amazon e Ibs, ovvero siti internet strutturati per essere negozi di libri in formato e-book e cartaceo.
E in più il Salone 2012 aveva come mantra la «Primavera digitale».
L’impressione che ne ho tratto, però, è che… be’, forse l’editoria non è il settore industriale più adeguato a sviluppare il business del libro digitale. Ci sono personaggi del mondo editoriale che vogliono avere poco o nulla a che vedere con questa novità tecnologica e ontologica.
Mi è parso di capirlo l’11 maggio, assistendo a uno dei convegni organizzati nello stand di Ibs. I relatori erano alcuni dei redattori e collaboratori della rivista letteraria Alfabeta 2, tra cui Maria Teresa Carbone, e una delle domande che lei si faceva e faceva come provocazione intellettuale al pubblico presente era: sarà poi vero che la grande quantità di download gratuiti di testi dal web aumenti effettivamente la lettura?
Io sono rimasto un po’ basito da una domanda come questa. Perché mi sembra ovvio che la risposta debba essere positiva. Cosa si scarica a fare, se poi non si legge? E dopo aver scaricato, cosa si tengono a fare i file dentro il disco rigido, se non per avere la possibilità di leggerli appena possibile? Ok, magari non li si legge subito, perché la grande quantità di testi si scontra con la limitata quantità di tempo che hanno le persone (già Massimo Troisi, in tempi in cui il web era un concetto non ancora inventato, diceva: «Loro sono in tanti a scrivere… ma io sono da solo a leggere!»). Però l’intenzione è quella. E se non è l’intenzione a far aumentare l’interesse per la lettura, cosa può mai esserlo?
La questione, mi pare, è che se la gente può leggere e scrivere e ha gli strumenti adeguati per farlo – lo fa. Chi senza strumenti informatici adeguati non scriveva né leggeva, appena ha avuto in mano computer, telefonini cellulari, tablet, smartphone – li ha utilizzati per leggere. Basta guardare quanti sono i blog nel mondo. Basta guardare quanti sms vengono scritti (e quindi ricevuti e letti) ogni ora nel mondo.
Un altro convegno cui ho assistito al Salone si è svolto nel pomeriggio del 12 maggio nello spazio «Book of the Future», e già dal titolo si capiva il timore degli organizzatori nei confronti del libro elettronico: «Quando per fare l’editore devi cavalcare lo tsunami digitale». Tsunami, come se si trattasse di una tempesta violenta ma, per sua natura, passeggera e quindi destinata a esaurirsi presto… e quando sarà esaurita si potrà tornare a lavorare nei modi consueti, e consolidati da decenni se non secoli di pratica editoriale.
Una delle relatrici di questo convegno era Ginevra Villa, che lavora nell’ufficio diritti di Feltrinelli. Dalle sue parole mi è parso di intuire la difficoltà delle case editrici di approcciarsi ai contratti da stipulare con gli autori per lo sviluppo del mercato digitale. Difficoltà che deriva, mi pare, dal concepire l’e-book come se fosse un libro cartaceo, ovvero un oggetto con le stesse modalità di stampa/magazzino/distribuzione/resi. Ma l’e-book non ha bisogno di quasi niente di tutto ciò perché la stampa in pratica non e l’ha essendo fatto di bit, il magazzino quasi non ce l’ha essendo depositato da qualche parte in un hard disk, la distribuzione si realizza con qualche clic nel momento stesso in cui il file viene scaricato e non passa né attraverso camion che fanno avanti e indietro né librerie, e i resi… be’, semplicemente non ci sono.
Da quel che ho capito, le case editrici vogliono mantenere il controllo sui libri digitali come ce l’hanno su quelli cartacei, e non intendono concepirli come prodotti di genere nuovo. Per dire: se da un romanzo viene tratto un film, sembra ovvio che i diritti debbano essere trattati diversamente perché il cinema non è la letteratura; e se si parte da un romanzo per elaborare una piattaforma di gioco, sembra ovvio che l’industria del gioco non è quella della letteratura.
Ma è proprio così? Cioè, il libro digitale è lo stesso di quello cartaceo?
La risposta potrebbe essere negativa. I due prodotti sono cose diverse.
Anche perché a leggerli sono, forse, persone diverse. Coloro che leggono libri cartacei (e più in generale testi stampati su supporti cartacei, come i giornali e le riviste) stanno diminuendo. Il fenomeno è visibile in Italia, secondo i dati forniti dagli editori stessi nei giorni del Salone, ma sta avvenendo anche all’estero se i dirigenti di giornali noti come il New York Times dicono sempre più spesso che non continueranno per tanti anni ad andare in edicola.
Viceversa i lettori di testi digitali (libri, e giornali, e riviste – e blog, e infografiche multimediali, e sceneggiature) stanno aumentando ovunque, perfino nella nostra Italia che ha gli indici di lettura più depressi dell’occidente.
Insomma, il libro digitale sembra proprio una cosa diversa dal libro cartaceo. Come il cinema è diverso dal teatro, e la tv diversa dal cinema, più o meno. Per cui forse l’industria editoriale non è la più adatta a trattarlo adeguatamente.