di Massimiliano Muraro
A Vercelli chiunque sia appassionato di jazz, nel caso necessiti di qualche informazione, sa che può contare su Guido Michelone, vera e propria enciclopedia vivente di musica e cinema. Scrittore, poeta, saggista, sceneggiatore, Michelone ha all’attivo un numero impressionante di pubblicazioni che trattano di argomenti molto eterogenei tra di loro: il cinema di Roberto Rossellini, un prontuario sui Simpson, uno studio sul rapporto tra Morgan, De Andrè e Lee Masters, colloqui con famosi jazzisti e via dicendo. Ultimamente si è cimentato in un’insolita, quanto innovativa, esperienza. Infatti ha collaborato con SADO (Società Anonima Decostruzionismi Organici), il progetto musicale portato avanti da Paolo Baltaro e Sandro Marinoni, con i quali ha ideato un doppio cd dal titolo Weather Underground.
Guido Michelone, partiamo proprio da questo Weather Underground. Ci parli dunque di questo ‘suo’ lavoro discografico, unico al momento.
Sì, unico nel senso di partecipazione diretta. Prima e dopo Weather Underground per i dischi ho fatto soprattutto le cosiddette note di copertina, scrivendo sui contenuti delle musiche, da Lucia Minetti a Enten Eller fino ad Alessandro Galati e Federico Gozzelino. Weather Underground è, se vogliamo, un progetto mio: ho avuto l’idea, scritto i testi, li ho letti o o recitati e i SADO hanno composto ed eseguito le musiche. Fare un disco è stata quindi una cosa nuova per me. Ispirandomi ad alcune liriche di Franz Krauspenhar, nel 2009 avevo scritto un poemetto che è stato poi musicato appunto dal sestetto SADO. La storia parla dei Weather Underground, un gruppo rivoluzionario estremista americano nato nel 1968 che agiva in clandestinità. Progettavano uno o due attentati ‘pacifisti’ all’anno contro i simboli del potere e dell’imperialismo come ad esempio le banche, ma prima studiavano minuziosamente ogni punto del loro piano al fine di non fare nessuna vittima innocente. Né uccidere né ferire. Per questo avvisavano prima di colpire, era la loro particolarità. Io ho preso questa storia trattandola da un punto di vista umano, non politico.
E successivamente al suo testo ha coinvolto i SADO?
Sì, ho prima scritto il progetto che in seguito Baltaro e Marinoni (le due menti dei SADO, attorno alle quali ruota un gruppo eterogeneo) sono stati ben felici di mettere in musica. Il sound è tipicamente anni Settanta con chiare influenze rock, mentre il disco si compone di pezzi strumentali, voce recitante mia e quella di un cantante/performer, il bresciano Boris Savoldelli che utilizza la sua vocalità alla Demetrio Stratos, cioè come uno strumento. Nel secondo cd inoltre è possibile ascoltare la versione inglese dei miei testi, letti dall’americano Steven Thomas, oggi nella moda, ma con un passato da cantante disco-music.
A livello di libri cos’ha pubblicato in questi ultimi anni?
Mi sono concentrato sul jazz, non senza una parentesi su De André e i cantautori, libri richiestimi da due diversi editori toscani, cioè Fabrizio De André. La storia dietro ogni canzone per Barbera di Siena e La Commedia dei cantautori italiani per Effequ di Orbetello. Prima avevo dato alle stampe una Breve storia della musica jazz per Zedde di Torino, mentre nel giugno 2012 è uscito il testo accademico Black music. Sonorità afroamericane 1896-2012 per Educatt dell’Università cattolica di Milano.
Quando nasce il suo amore per la musica e per il jazz in particolare?
Da piccolo, grazie a mio padre che è mancato di recente e che ci regalò una fonovaligia. Ricordo anche il primo disco che acquistammo: September in the rain di Frank Sinatra. Sempre mio padre poi comprò un doppio lp I grandi del jazz curato da Franco Fayenz, con Armstrong, Oliver, Morton, eccetera, fino a Parker e Gillespie. Fu amore al primo ascolto e continuai con passione a seguire quella musica, sebbene in seguito o in parallelo scoprii anche il rock. E dopo ancora, venni a conoscenza dell’esistenza di un jazz che guardava anche al rock: stiamo parlando dell’inizio degli anni Settanta, quando facevo il liceo e tutti ascoltavano Lucio Battisti.
Le sue prime pubblicazioni risalgono a quegli anni?
Negli anni dell’università, ero un assiduo lettore della rivista «Musica Jazz», diretta allora da Arrigo Polillo, autore tra l’altro di una memorabile Storia del jazz. Una volta laureato, quando ero ancora supplente nelle varie scuole vercellesi, mandai diversi articoli proprio al direttore, che mi rispose di suo pugno dicendo che non andavano bene, ma che ero bravo e di insistere; scrissi quindi assieme all’amico Francesco Brugnetta un lungo saggio sul senso della ritualità nella musica jazz che, dopo un serrato confronto con lo stesso Polillo, venne pubblicato, inaugurando addirittura una nuova rubrica sul mensile che tra l’altro, nel frattempo, aveva cambiato formato ed editore, diventando ancora più bella. In quegli anni, attorno al 1984, mi ero inoltre specializzato alla Cattolica di Milano con una tesi sullo studio del tragico in Pasolini. Ecco, se lo posso dire, nel jazz sono praticamente autodidatta (anche perché nelle Università, tolto il DAMS di Bologna, non c’erano ancora insegnamenti di quel tipo), mentre per quanto riguarda il cinema ho fatto studi più approfonditi.
Di jazz si è sempre occupato a livello di critica oppure ha anche suonato qualche strumento?
Ho scritto e letto poesie jazz fin dagli anni Ottanta, cioè ancor oggi, quando possibile, declamo i miei versi accompagnato da jazzisti, ma non ho mai suonato nessun strumento, almeno a livello professionale. O meglio, ho preso, dodicenne, qualche lezione di chitarra, dal maestro Angelo Gilardino, capendo subito che la mia strada era un’altra. Compongo musica sperimentale, ma questo è un altro discorso, al momento ancora top secret.
Cosa rappresenta per lei il jazz?
È un fattore di libertà. È una musica che concilia meglio di altre arti certe caratteristiche dell’agire umano. Dell’uomo come animale politico, intendo. È un’arte di gruppo, perché se un musicista è da solo e quando suona non ha l’appoggio degli altri, nel jazz non è nessuno. Non è più solo il mio o il tuo suono, ma quello di tutti. Insomma il jazz compendia la razionalità e l’improvvisazione, due elementi per me fondamentali anche nella vita.
Crede che il jazz sia più apollineo o dionisiaco?
Può possedere entrambe le componenti. Apollineo se pensiamo ai bianchi americani, dionisiaco invece se si ascolta quello dei neri. Chet Baker ad esempio per me è apollineo, mentre Charlie Parker è molto più dionisiaco. In generale credo che il punto forte del jazz sia quello di essere riuscito a riflettere in maniera esemplare la parabola sociale dei neri d’America. Oggi non è più così, il jazz è considerato una sorta di una musica intellettuale ed è forse l’hip-hop ad averne preso posto come fattore di denuncia sociale.
C’è qualche jazzista che ricorda con più affetto di altri?
A me personalmente piacciono quelli del primo periodo: Duke Ellington, Jerry Roll Morton, Louis Armstrong, Bessie Smith, ma anche quelli più impegnati come Charles Mingus, Ornette Coleman, Eric Dolphy, Archie Shepp, o funkeggianti come Lee Morgan o Jimmy Smith. Tra gli italiani amo Giorgio Gaslini, di cui sono amico, ed Enrico Rava. Tutte le volte che io e Rava ci incontriamo però finiamo sempre a parlare di libri e mai di musica
Un suo giudizio sulla musica oggi.
La musica, parlo del jazz in particolare, oggi è più che mai viva. In certi paesi essa si mescola con le radici culturali del posto e quindi a volte vengono fuori fenomeni molto interessanti. In Italia penso a Gianni Coscia che, pur suonando uno strumento popolare come la fisarmonica, all’apparenza poco adatto a certe sonorità, riesce a proporre un jazz molto padano, radicato nelle nostre tradizioni musicali, anche colte come quelle di Frescobaldi, un compositore ferrarese del XVI secolo. Insomma vedo molto movimento e questo è un bene. Il jazz è bello quando si evolve e, se ci riflettiamo sopra, è il genere che nel corso di un secolo ha bruciato più tappe di ogni altro.
Prima di congedarla le chiediamo quali sono i progetti per il futuro.
Continuare a insegnare ancora qualche anno nelle scuole superiori, che sono la mia fonte di reddito principale; proseguire anche in università e in conservatorio con i corsi sul jazz, dai quali ricevo molte soddisfazioni grazie a studenti assai motivati. Scrivere di jazz e altro per giornali e riviste. Accettare proposte editoriali decenti e al contempo fare i libri che piacciono a me, non esclusi quelli di narrativa. Sto già pensando al mio quarto romanzo…


“Non è più solo il mio o il tuo suono, ma quello di tutti”
bellissimo!
Si, molto bello!