Axis Mundi. Racconti della Brianza

gusto

 

di Gianni Fumagalli

GUSTO

 

Ti raggiungeva prima la sua risata, fragorosa, modulata e sempre in levare, poi vedevi il capannello degli astanti, otto dieci persone tra le quali due tre fedelissimi, sovrastato dalle lunghe e gesticolanti braccia dell’oratore. B. Agostino, per tutti Gusto, era un tipico figlio della laboriosa Brianza dalla quale aveva ereditato quei sacri valori che hanno resistito ai cambiamenti e alla più dissacrante delle rivoluzioni, la globalizzazione, ma tutti rovesciati di segno. Era indolente fino all’immobilità salvo animarsi di una vitalità incontenibile quando dava sfogo all’affabulazione o alla retorica del sesso; aveva un’idea del lavoro fondata sul principio che il denaro deve fruire in un rapporto inversamente proporzionato al tempo, molti soldi in poco tempo; sprezzante verso ogni forma di risparmio, specie coi soldi degli altri, provava orgasmi da scialo compulsivi; eludeva le leggi dello scambio e delle relazioni commerciali percepite come orpelli da dribblare in cento modi; con simpatia obliqua, competenze fasulle, promesse inverosimili.

Si era conquistato il ruolo di rapsodo nostrano nelle agorà da bar ed era atteso e richiesto come un piccolo divo. La sua magistrale abilità stava nel saper trasformare storie sconnesse in piccole epopee e personaggi dalla psiche disturbata in eroi. Gusto era quello che un antropologo moderno potrebbe definire un creatore di miti. Le sue storie, raccolte per strada, nelle bettole o nei chiassosi bar, venivano rielaborate e raccontate con una naturale maestria che si avvaleva delle semplici e intramontabili leggi della tradizione orale: fedeltà al testo con piccole ed estemporanee varianti; uso appropriato della voce e della risata a dettare tempi e climax della narrazione. Aveva un catalogo impressionante di personaggi in grado di rappresentare l’intero arco delle debolezze e stranezze umane. Ma due su tutti esaltavano le sue doti di narratore: Nando, detto il “Californiano”, era incapace di fare del male a chicchessia ma aveva riversato questa impotenza in un mondo immaginario dove lui era l’emblema e il centro del potere e della forza criminosa. I suoi “scagnozzi” erano pretoriani che eseguivano gli ordini del capo con tempismo e rigore teutonici. “Sfasciatemi il locale” e in pochi istanti il malcapitato proprietario del bar si trovava un cumolo di rovine. Le sue storie si concludevano in orge di sparatorie e botte senza perdenti, ma sempre con un solo protagonista: il Californiano; capace di deridere il boss rivale che gli scaricava il “cannone” (grossa pistola) sul parabrezze antiproiettile della sua jaguar rosa e lui, dall’interno della macchina, che sorrideva sprezzante. Il secondo eroe si faceva chiamare: “Castagnola”; icona delle sculture di Giacometti era devastato dall’alcol e dalle sue fantasie. Vagabondava per le strade dei piccoli paesi con andatura sinuosa non cessando mai di raccontare storie agli spettri che popolavano il suo mondo e, forse, come nei dipinti di Chagall, a volte prendeva il volo sopra i tetti degli shtetl della Brianza e al posto del violino teneva stretta nella mano la sua vecchia bicicletta. Aveva costruito un suo mondo immaginario popolato da spacciatori, delinquenti e scrupolosi carabinieri dove il verbo era: “pisistrina”, da pronunciarsi sempre con molta circospezione e, all’occorrenza, guardandosi prima alle spalle. La pisistrina era la roba, la coca, la droga, tutte queste cose assieme ma al tempo stesso qualcosa di diverso e misterioso; lui ne aveva sempre un carico da piazzare non si sapeva bene dove e per chi. Strepitosa era la storia del posto di blocco a Valaperta: il Castagnola arriva ignaro col suo furgone carico di pisistrina e incappa in uno schieramento compatto di carabinieri. Senza un attimo di esitazione innesta la retro e a centoventi all’ora semina gli allibiti carabinieri che se lo lasciano sfuggire; qui la scrosciante risata di Gusto travolgeva gli ascoltatori che si piegavano dalle risate.

Gusto aveva un rapporto con il paese di nascita come un salmone maturo. Viveva in una forma esasperata il magnetismo dell’on the road cercando luoghi ed itinerari capaci di stupire: Anversa, New York, Miami, S. Francisco, Santo Domingo. Ma non faceva viaggio che non comportasse un ritorno a casa, o meglio al paese. Intendiamoci, ognuno di noi desidererebbe ritornare a casa dopo un’assenza prolungata, ma per Gusto i ritorni avevano il sapore della riaffermazione e conferma della propria identità e del ruolo conquistati. Non si tornava e basta, si tornava per raccontare; e la certezza che nei “santuari” del mito c’era sempre qualche discepolo pronto a deliziasi delle sue storie non veniva mai tradita.

Ah! Dimenticavo, non venite da queste parti, potreste restarne delusi; alcuni eroi sono passati a miglior vita, altri sono finiti nel limbo dei non ascoltati e, per quanto riguarda Gusto beh, da tempo è altrove, nessuno sa bene dove ma certamente starà costruendo nuovi miti.

 

 

 

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