Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria, di Rosa Salvia

rosa salvia

di Daniele Santoro

Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria (La Vita Felice, Milano, 2012) è il titolo dell’ultima raccolta di poesie di Rosa Salvia che riprende il primo verso dell’omonima poesia iniziale. Scelta non casuale e che impronta sin dall’incipit, all’insegna di una levità e grazia, questo canto dell’anima che si fa voce di un mondo interiore quanto mai ricco e variegato; canto che rende partecipe il lettore di quel capace immedesimarsi nelle cose quotidiane eppure solenni che solo sanno darci la varietà dell’essere umano, lo stupore della natura. Efficaci, incisive certe immagini poetiche che sincerano il frutto di una frequentazione della nostra (e anche classica) migliore tradizione quale si evince – sovente et scopertamente: da alcuni aulici lemmi (“agape”,“cinereo”); da certe costruzioni superlative (impreziosite da enjambement come in “bianchissimo buio”); da talune citazioni latine (“amica silentia lunae”); dagli espliciti richiami alla mitologia greco-romana (“nottola di Minerva”, “canto di Orfeo”); da certe descrizioni del paesaggio che non si risolvono mai in semplice bozzetto naturalistico, bensì invece in sintonico luogo dell’anima, come in questa strofa, per esempio: “uccelli d’anima che incidono / il pensiero / piegato al vento sacro della bellezza” dove l’isolata parola “pensiero” è incastonata efficacemente tra due quadri naturalistici.

Poesia lirica, leggera, intimista eppure rocciosa, magmatica, nondimeno carnale e passionale come quando, non cedendo alla facile retorica dell’eros, canta – nei testi che animano, soprattutto, la seconda parte del libro – l’amore per l’amato, l’affetto riservato alle amiche del cuore o ai propri cari, oppure quanto affronta temi delicati e feroci come la guerra, la violenza sulle donne o sui bambini.

Affondiamo la bellezza nel sangue

Affondiamo la bellezza nel sangue

dello stupore in spazi incantati

fra sospensioni dell’accadere

vaghezza di affetti e di umori.

Doniamo, nel respiro delle foglie,

la musica rugiada della selva

all’anima ferita.

Ascoltiamo ciò che le cose hanno da dire

in un silenzio di neve.

Illuminiamo sogni

con la punta delle dita

come i bambini che giocano con le frange

del sole nei giardini

imparando a meditare gli alberi.

***

Intermezzo di luce

Ed ecco che s’incendia nella sera

la nostra frenesia d’accordi

e il bacio muore soffocato

in un nugolo di sabbia –

la luna s’alza

Afrodite dal mare

le barche legano

le loro lanterne di lucciole alle rive

si sfaldano i nostri corpi

vagano qua e là, nevicando farfalle

e diamanti fra rocce e dirupi,

fra domande e silenzi –

poi guardano in cielo le stelle,

e la ruota,

l’infiorata dell’acqua al timone.

A mia madre

Quando un essere umano invecchia

ridiventa bambino

e tale, in effetti, lei mi sembrava

in quel letto d’ospedale in cui

sporgeva le labbra,

come se volesse essere allattata,

e con le dita sfiorava ogni cosa

che luccicasse.

Nel cervello di mia madre

vi doveva essere un disco rotto,

o forse un piccolo ventilatore

che nel giro di qualche secondo

aveva spazzato il polverume

della sua vita.

Sui suoi occhi sospesi in mezzo

all’ombra

la mia mano disegnava, oscura,

una carezza

il cuore gonfio dei suoi giorni perduti,

dei miei giorni vissuti

senza spazio – con lei –

Al suo rantolo serrato

s’affidava il mio ritorno, l’amarezza,

la ferita ferrigna nella roccia,

quella pena nuda di dolore –

e poi radici, il loro intreccio,

le sue mani

schermo di fine vita

cosparse di ragnature e enigmi,

inizio e fine

l’attimo supremo.

Molto tardi rientrai nella mia casa vuota.

***

Roma città eterna

Amo le aquile

sole

in quel volo a spirale

cui s’affida l’ingegno.

Odio le cicale

che stridono insieme

sulle mie notti insonni che non amo né odio.

Penso alle mura edificate dai Padri

e distrutte.

So del vascello affondato da anni,

un naufragio da poco, il naufragio del mucchio.

Veglio su Roma

caput mundi

ornata d’una gorgone crocifissa al timone.

Quant’è bella!

Incrocio i tuoi occhi

in cui ardono le rose sfogliate

dei minuti che furono.

Desidero abbandonare ogni cosa

e passare a un’altra stella,

un’ultima stella.

Chiedo che mi lasci una penna,

un quaderno, un Maestro,

Il maestro e Margherita, anche lei,

certamente,

ed il sogno

il mio sogno bambino della mezzanotte.

Mi sono svegliata con questa testa di marmo

Mi sono svegliata con questa testa di marmo

fra le mani che mi sfinisce i gomiti

né so dove poggiarla.

I miei occhi: né aperti, né chiusi,

la mia bocca: in procinto di parlare

poco, reggo gli zigomi che bucano la pelle.

Non reggo più,

gocciola il respiro come un filo di sangue,

anche se in cielo le ultime rondini,

guizzando d’aria felici,

sanno di miracolo.

Non reggo più questo mondo che c’incalza

dentro la furia della sua agonia,

questo mondo di umori vischiosi che colano misteri,

questo mondo di maschere di fango,

rassegnate a rimanere sorridenti o aggrondate

per sempre,

chiuse nella loro vanità,

che s’inquietano facilmente

se tu le denudi.

4 pensieri su “Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria, di Rosa Salvia

  1. Rosa Salvia

    Ringrazio Daniele Santoro per questa sua bella nota di lettura alla mia silloge, graditissimo dono nel giorno dell’epifania e naturalmente Fabrizio per averla pubblicata proprio in tal giorno. Di buon auspicio, spero! Un grazie di cuore anche a Pier Carlo Lava

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