Axis Mundi. Racconti della Brianza

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di Gianni Fumagalli

 

SAL DES DE BEL KAFKA*

Questo non è un approccio padano allo scrittore praghese, neppure un adattamento leggero delle sue opere, ad uso bigino, semplicemente è la storia di un’anima candida finita in tragedia.

Gigi, detto Lùis Lunc o Gigi lungo nella dizione al femminile, catturava l’attenzione per la sua statura fuori dal comune, da cui il soprannome, per una spontanea propensione ad aggrapparsi alle persone, trascinandole in ogni sorta di argomentazioni e per un’ingenua fiducia in chiunque avesse studiato elevandolo ad interlocutore qualificato dei suoi dubbi culturali ed esistenziali. Ha vissuto gli ultimi anni della sua vita dilaniato tra una famiglia di stampo brianzolo che gli chiedeva con toni ossessivi di onorare il suo dovere di operaio senza ombre ed incertezze e, al suo opposto, un bisogno interiore che lo spingeva verso  scelte coraggiose ma impopolari, come quella di lasciare un lavoro fisso per la precarietà di un vivere dedito alla cultura. Visitava, in preda a una febbre delirante, le case degli amici con le tasche del suo eschimo traboccanti di libri. Ti raggiungeva a qualsiasi ora e, prima ancora di sedersi sul divano, aveva già estratto dalla tasca un libro tutto glossato e ti fulminava con una domanda a bruciapelo: “ma segun te sal vureva dè Turoldo in cal vers che?” (ma secondo te cosa voleva dire Turoldo in questo verso) – Ha sollevato il carattere del mondo / e l’ha rivoltato come zolla grassa. – Soffriva la condizione di operaio come un impedimento allo studio e aveva, verso chi poteva coltivarlo, una specie di riconoscenza stizzita. Non sono mancate reazioni al veleno verso amici che in un confronto acceso hanno sfoggiato tutta la loro dialettica accademica. In una circostanza l’ho sentito dire allo studente rivale: “Varda che adess me licenzi, lengi des an e  peau te mai i bal” (guarda che adesso mi licenzio, leggo dieci anni poi ti mangio le palle). Aveva passato il periodo della vita tra l’adolescenza e la maturità in uno stato di relativa gratificazione. La neonata società sportiva l’aveva eletto a pivot della squadra locale di basket e Gigi assolveva al compito con dedizione e impegno esemplari e con qualche nota buffa. Ho l’immagine ancora nitida nella memoria delle sue lunghe braccia che annaspano nel groviglio di giocatori alla ricerca dei suoi occhiali. Come portiere di calcio dava grande sicurezza. Ho giocato alcuni tornei serali con lui e ricordo un simpatico episodio dove l’arbitro aveva assegnato una punizione alla squadra avversaria appena fuori area perché Gigi, nel rinviare aveva schiacciato la linea di demarcazione. Si era sul 2 a 2 e su quella punizione gli avversari segnarono il 3 a 2. Nel raccogliere il pallone dalla rete e rinviarlo al centro del campo si lasciò scappare all’indirizzo del direttore di gara: ”arbitro te se un tarel” (arbitro sei un tarello). Cartellino rosso ed espulsione immediata. Nei cinque minuti restanti prendemmo altri due goal. Gli anni della contestazione non passarono indenni nella coscienza vulnerabile di Gigi. Sensibile ad ogni forma di ingiustizia politica e sociale, si dannava l’anima per aderire ad ogni manifestazione, conferenza, dibattito  degni di interesse. Viveva la crisi religiosa con un mal celato imbarazzo. Da un lato non mancava di denunciare la chiesa circa l’arretratezza sulle questioni sociali e l’anacronismo della ritualità ma, dal’altro lato, riconosceva a Bertino, anima spirituale e culturale del nostro gruppo, l’avergli acceso il  fuoco e la passione per la lettura. Questo riconoscimento lo faceva essere più indulgente  e meno critico verso la chiesa e la spiritualità in genere. Visse alcuni anni di grande impegno: lavoro, attività sociale, frequentazione del gruppo di spiritualità, sport; era ovunque. La sua persona non passava inosservata come la sua anima candida non mancava di lasciare tracce di pura passione critica. Rivolto al gruppo che in cerchio, sulla spiaggia di Marina di Grosseto, leggeva al calar del sole il Compieta, sentenzia, allontanandosi e scuotendo la testa: “a ghi di bal cun la barba de Aronne” (avete delle storie con la barba di Aronne).

Ma la tensione a cui era perennemente sottoposto cominciò a minargli la salute; tentò il suicidio e fu ricoverato alcune volte in ospedale. Alternava momenti di benessere ad altri di crisi. Rifiutò il lavoro licenziandosi, senza preoccuparsi di averne un altro. Questo generò un conflitto familiare che innestò un circolo vizioso. Era entrato, senza che noi amici ne comprendessimo a fondo la gravità, in un tunnel senza via d’uscita. Faceva frequentemente riferimento al suicidio, ma era spesso invitato a smettere di fare la vittima.

La situazione precipitò nell’estate del 78; la relazione che aveva avuto con P., contrassegnata da alti e bassi ma duratura, si spezzò dando vita ad un crescendo di crisi fino all’ultima fase contraddistinta da una lucida, determinata, inquietante razionalità. Aveva già scelto il luogo, lo strumento e la data. Quella mattina lo incrociai per l’ultima volta e ricordo che feci una rapida considerazione sul fatto che sfrecciò senza salutare: non è da lui, commentai tra me e passai ad altro. L’ultima persona che lo vide fu Giuseppe G. un angelo la cui  presenza non è bastata a dissuaderlo. Avanzando una futile scusa gli chiese una corda resistente, poi si dileguò.

Il corpo fu ritrovato casualmente da un cacciatore dopo due giorni, una decina di metri sotto il crocione di Colle Brianza. Scelse un castano. Visitammo la salma nella chiesetta del piccolo paese brianzolo.

Sembrava sereno.

Ho pensato infinite volte alla forza disperata che l’ha mosso verso il tronco e alla fatica dell’arrampicata; alla calma necessaria a preparare il nodo scorsoio; al momento in cui ha infilato la testa; all’attimo, carico come un’esplosione nucleare, che gli ha fatto spiccare il salto; alle vertebre cervicali che si spezzano sotto il peso del corpo in caduta libera; al terrificante urlo, registrato nel cosmo e al pensiero che, in un istante, ha attraversato tutta la vita e ha continuato anche dopo, quando il  velo della fine ha tutto ricoperto.

Ho pensato anche al gesto in sé e non condivido fino in fondo il pensiero di Vasilij Grossman quando sostiene che :”Certe volte mi pare che il suicidio sia la più grande prova di forza di un uomo debole”. Ritengo che Gigi sia stato una persona a suo modo forte, che ha lottato, con una determinazione instancabile, con sé e con il mondo e che abbia compiuto una scelta “eroica”, nel senso di sapere di affrontare una prova estrema il cui prezzo sarebbe stato il bene più prezioso: la vita, e ciononostante agire. Le cause profonde di questa scelta fanno parte oramai del mistero dell’uomo e a noi è consigliabile rispettarlo come sacra intimità.

Io però preferisco ricordarlo così: una sera calda d’estate, il gruppo raccolto a casa di Bertino in una conversazione di poesia, Rilke o forse Pasternak. All’improvviso entra Gigi, gli occhi ed il pensiero proiettati dentro le sue elucubrazioni, saluta distratto poi si siede sul divano allungando le sue lunghe leve fino a metà del soggiorno, attende qualche minuto col mento schiacciato sul petto, poi irrompe nella conversazione: “alura Berten, sal des de bel Kafka”.

A te la pace Gigi.

 

*Cosa dice di bello Kafka

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