Axis mundi. Racconti della Brianza

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di Gianni Fumagalli

 

SALA DON BOSCO

 

Quando ci rimisi piede dopo molti anni non era più la stessa cosa. Le sedie, poche file in una combinazione di plastica e metallo in giallo-nero da autogrill, niente a che vedere col luogo e la sua storia; lo spazio, compresso e rimpicciolito dal tempo da renderla addirittura pari a una sala d’attesa; il palco, quasi un corridoio. Eppure posso dire, senza esagerazioni nostalgiche, che in quel luogo tutte le giovani generazioni hanno vissuto alcune tra le esperienze più significative della loro vita. Chi, del nostro piccolo paese brianzolo, tra gli anni cinquanta e settanta non ha lasciato sogni, emozioni, progetti nella sala cinematografica dell’oratorio ricavata da una vecchia chiesa sconsacrata. Ancora il campanile, svettante e ben conservato, per chi viene dalla statale trentasei, direzione Lecco, a dare l’ illusione di un attivo luogo di culto.

I miei primi ricordi sono in bianconero. Mezzogiorno di fuoco visto abbarbicato di traverso sulla poltrona a scansare la testa dello spettatore davanti, troppo alto per lasciarti seduto comodo. Il duello, consumato in una sorta di trance emotiva a fissare un Gary Cooper come un piccolo dio. Costume, pistola e relativa bandoliera, cappello e soprattutto l’incedere, sono scolpiti nella memoria come un codice della legge. Per noi piccoli spettatori la visione dei film seguiva un rituale pressoché costante. La pellicola veniva preceduta da un alone di suggestioni alimentate dai racconti dei ragazzi più grandi che avevano visto, sentito o letto qualcosa a proposito. Questi piccoli cenni venivano elaborati, dalla nostra vulcanica fantasia, in un crescendo che rendeva l’attesa un evento speciale. Dall’acquisto del biglietto all’inizio del film passava un tempo relativamente breve, impegnato nell’approvvigionamento: isabesi, mignon, gassosa con liquirizia lunga o castagnaccia erano per noi delizie che anticipavano e accompagnavano il piacere che avremmo provato di lì a poco; raramente ne rimanevamo delusi. La serie dei western, nella forma più smaccatamente americanizzante, riscuoteva un successo garantito: gli indiani un po’ ingenui e perdenti, le giubbe blu astute e vincenti; gli inseguimenti delle diligenze accompagnati con urla pari a quelli degli attori. Difficilmente un film veniva per intero giudicato negativamente; una lotta all’ultimo sangue in un film storico o un inseguimento in macchina in una stupida commedia bastavano a compensare le nostre modeste aspettative. L’epopea di Zorro veniva letteralmente rivissuta e reinterpretata per giorni interi, con spade di legno improvvisate e maschere nostrane. Poi in un momento difficile da coordinare nello spazio e nel tempo la magia finì, il ciarpame di una filmografia popolare di bassa lega cominciò pian piano a mostrare i suoi abnormi limiti: non ci piaceva più quel tipo di spettacolo, mentre salivano nelle nostre quotazioni film come L’ultimo dei Moicani, Piccolo Grande Uomo e Soldato Blu: gli indiani avevano iniziato la loro riscossa! Voglio però ricordare un episodio che ci riporta di qualche anno ancora più indietro, era il 57 o il 58 ed era uscito un film americano che faceva parlare molto, per tecnica di realizzazione (cinema scope in tecnicolor), per la storia che raccontava e per il cast di attori che lo interpretavano, tutti di prima classe,: I dieci Comandamenti. Nella nostra piccola comunità brianzola quella proiezione passò agli annali. Va ricordato che la durata della pellicola era di ben quattro ore, ma quella domenica di luglio le cose non sarebbe andate tutte lisce. La componente maggiore degli spettatori era costituita in prevalenza, non so bene per quale ragione, da mamme e c’era anche la mia. L’inizio del film era previsto per le due ma già verso le tre un temporale a carattere di nubifragio faceva spesso saltare la corrente provocando continue interruzioni. La situazione precipitò verso le quattro quando metà del paese rimase per più di due ore senza energia, mentre la perturbazione non accennava a placarsi. Le continue interruzioni e ripartenze avevano causato anche danni alla pellicola che richiedeva ulteriore  tempo per le riparazioni e che, sommatosi all’assenza dell’energia, rallentavano in modo preoccupante la visione. Alle sei del pomeriggio non era ancora stata proiettata la metà del film. Ma il tenace Don Piero, determinato a portare a tutti i costi a termine la proiezione, mandava sempre segnali rappacificanti sottoforma di comunicati che garantivano la ripresa del film a breve. Verso le sette di sera, vista la situazione ancora compromessa,  si allertarono delle staffette per avvisare le famiglie delle mamme affinché portassero da mangiare alle povere “maratonete” dello spettacolo. Attorno alle dieci, in un clima da sopravvivenza, con una sala che sembrava più un campo profughi, la visione fu completata. A casa aspettavamo tutti la mamma con un sentimento misto tra preoccupazione e curiosità, per le molte cose che avrebbe avuto da raccontare sulla trama del film e sulla rocambolesca avventura per vederlo fino in fondo. Quando, a sera inoltrata, la mamma fece ritorno a casa, aveva ancora il viso rigato dalle lacrime per la commozione e non riuscì a dirci molto. Forse quella domenica era stato battuto un record, sicuramente quello che misura la pazienza richiesta ad uno spettatore.

Ho un ricordo un po’ confuso delle prime recite di cui ho memoria, fatte da compagnie estemporanee su soggetti popolari e divertenti. Mi è rimasta impressa una battuta di Arturo che recitava con Marietto: “saltafizio la ciabatta”, ma non saprei collocarla nel suo contesto. La Lettera Scarlatta, con un Sem improvvisatosi attore, la ricordo invece meglio; movimenti ingessati e voci cantilenanti ma nel complesso era apprezzabile lo sforzo dei giovani “artisti”.

Verso la fine degli anni cinquanta e per circa una quindicina d’anni fece la comparsa un duo di presentatori, marito e moglie, che organizzavano un concorso canoro a premi dal titolo: Il Microfono d’Argento. Lo spettacolo aveva una particolarità interessante, tutti potevano partecipare, non era richiesto alcun prerequisito. Bastava un po’ di coraggio e superare la selezione del giovedì o venerdì per avere tre minuti di popolarità in una sala stracolma e pronta a osannare il suo idolo. Il sabato era destinato alle prove, per coloro che avevano superato la selezione, mentre lo spettacolo si teneva la domenica sera. Circolavano aneddoti curiosissimi sui presentatori, sui concorrenti e sulle canzoni in concorso. Ne ricordo solo due tra i più divertenti. Non va dimenticato che per alcuni affezionati le prove rappresentavano un’occasione ancora più divertente dello spettacolo e, ogni anno, non mancavano mai di seguirle. A volte la loro costanza veniva premiata con gustose scenette. Una di queste riguarda un concorrente che si presentava con la canzone di Gino Paoli: Sassi. Bisogna ricordare, per dovere di cronaca, che dato l’alto numero dei concorrenti, la selezione veniva fatta dal maestro in modo molto sbrigativo. La sua vasta esperienza gli permetteva in poche battute di capire se il pretendente avesse qualche speranza, almeno di non fare brutta figura. Il “nostro” inizia la selezione cantando: “Sassi”, pensando di continuare con “che il mare ha consumato”, come da spartito, ma viene immediatamente fermato dal maestro e invitato a riprovare. Riparte ricantando “Sassi”, ma nuovamente viene stoppato e spedito via. Il tutto si svolse in pochissimi minuti e probabilmente questa scenetta sarebbe passata inosservata se non fosse stata captata, caricata di un umor esplosivo e lanciata nel circuito dei bontemponi che, con la stessa velocità di una emittente nazionale, la rendeva di pubblico dominio. In un attimo e per tutta la vita il suo nome fu: “Sassi”. Qualche anno fa in una conversazione occasionale con un amico che non vedevo da tempo, mentre rievocavamo persone e ricordi, ad un tratto mi chiede: “te forsi senti ch’e mort Sassi?” (hai forse sentito che è morto Sassi). Anche il nostro gruppo di amici tentò un’adesione spericolata al concorso canoro. Un po’ per mettere in ridicolo lo spettacolo che, agli inizi degli anni settanta sapeva di muffa, un po’ per mettere alla prova il fiuto del maestro nel smascherare i bleuff, un po’ per prenderci in giro, ci presentammo alla selezione come gruppo canoro di navigata esperienza. Affidata la direzione del coro a Fausto che mostrava le phisic du rol, almeno nelle movenze, la parte di prima voce a Giorgetto, dotato di eccellenti qualità come solista, per arrivare a trenta effettivi dovemmo arruolare tutti i disperati che si trovavano in circolazione, alla metà dei quali era stato detto: “voi fate finta di muovere la bocca e basta”. Ci presentammo con: Quel mazzolin dei fiori, una canzone quasi offensiva rispetto al trend dei concorrenti e del pubblico orientati oramai su Beatles, Rolling Stones e cantautori blasonati. Superammo la selezione con gli elogi del maestro che, in tempo di disfacimento di valori, apprezzava il sacrificio di giovani dediti al canto. Con alcuni aiuti compiacenti della giuria arrivammo terzi e fummo premiati. Inutile dire che dalla platea, il colpo d’occhio del coro in bianco con il “maestro” in nero dava una parvenza di professionalità e per qualche istante, forse, ci credemmo anche noi.

Gli anni settanta segnarono un significativo progresso nella qualità degli spettacoli. Sotto la spinta di Bertino, vera e propria guida spirituale e culturale del gruppo giovanile dell’oratorio, si intensificarono soprattutto spettacoli teatrali, di poesia e conferenze.

Si costituì un gruppo teatrale che, sotto la regia dell’amico Nino Minicucci, l’unico ad aver avuto trascorsi in una compagnia teatrale professionista, raccolse attorno a sé amici motivati dal piacere di realizzare opere teatrali in tutte le sue componenti: scene, costumi, musiche ed effetti speciali. Antonella e Bianca, Francesco e Leonardo non mostrarono solo una profonda dedizione, ma un talento raro il cui rimpianto sta solo nel fatto di non averlo potuto coltivare. Gianfranco espresse tutto il suo maniacale talento creando musiche, scenografie e costumi con una maestria da  vero artista. Le opere realizzate in pochi anni di attività: L’annuncio a Maria, di P. Claudel; Il Re Muore, di E. Ionesco; e La Locandiera, di C. Goldoni, sono ancora oggi ricordate come piccole perle.

Padre David Maria Turoldo fu invitato molte volte nella nostra comunità, ma una serata, più delle altre, lasciò un segno particolarmente profondo nella nostra memoria. Bertino, senza concedere molto allo spettacolo, aveva pensato una serata di poesie dedicata a valorizzare la forza delle parole e il loro impatto evocativo. In una prima parte si sarebbero lette alcune poesie tratte dalle raccolte: Lo Scandalo Della Speranza e Il Sesto Angelo, mentre la seconda parte prevedeva un confronto e uno scambio di impressioni col poeta. Due lettori, posti alle estremità del palco e sostituiti ogni tre poesie, si alternavano nella recita con brani di carattere spirituale ed autobiografico, in particolare relativi all’infanzia molto povera del poeta e alla figura della madre.

 

Non rifiutarmi, non maledirmi:

   è impossibile vivere

   se nessuno ci ama. 

 

Turoldo, in piedi infondo alla sala, lo sguardo fisso come in preda a una visione. Poi, terminata la lettura, muove, con tutta la sua possente figura e i lunghi capelli che ondeggiano sulle spalle, verso il palco. Sale lentamente i pochi gradini e si siede, posa a terra la vecchia borsa, estrae alcuni fogli di appunti e con movimenti lenti e meditati passa più volte le sue lunghe dita tra i capelli quasi a prendere tempo e richiamare i pensieri. Trascorrono alcuni secondi con la sala stracolma in un silenzio riverente. Ad un tratto, con un gesto fulmineo, scaraventa giù dal tavolo i fogli di appunti e con una voce cavernosa che vibra ancora nel mio ricordo dice: “ mi avete spezzato il cuore, ero venuto pensando alle solite conferenze sulla poesia ma voi avete fatto vibrare tutta la mia anima”.

In quegli anni furono organizzate molte conferenze, con eccellenti relatori, alcuni dei quali riproposti più volte: Maggioni,  Vivarelli, Barbaglio, Ravasi, tutti hanno saputo stimolare una comunità altrimenti sopita, lasciando sprazzi di lucida esegesi e domande sulle quali investire le proprie aspettative di laico o credente.

Quando mi trovo a passare nelle vicinanze della vecchia chiesa non nascondo che parte di questo mondo a volte riaffiora, come i relitti di un naufragio sono restituiti dal mare alla visione dei marinai.

Penso ai giovani che oggi frequentano i centri commerciali come luoghi di aggregazione, così anonimi e scipiti, ai quali mai sarà dato di vivere l’effervescenza di un luogo così modesto ma incredibilmente ricco come la sala Don Bosco.

Chiedo scusa per aver trascurato persone, episodi e manifestazioni degni di nota. Del resto lo spirito di queste cronache si ferma alla sfera dell’esperienza personale e anche dentro questo ambito confesso di non aver fatto particolari ricerche, ascoltato testimoni, confrontato pareri; semplicemente ho lasciato che il flusso dei ricordi, a volte imperfetto e ingannevole, prendesse il sopravvento con tutto il suo carico di fascino,  petulante nostalgia e pacifica evocazione.

Che il ricordo rassereni le amicizie.

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