La perturbazione artica più volte annunciata questa volta è arrivata sul serio. Infatti Orfeo si sveglia, nonostante le spesse coperte, con una sensazione di gelo, mentre sente gli uccelli degli alberi del viale che proclamano: “Ho-fred-do, ho-fred-do”.
Eccezionali questi uccelli, un vero portento, anzi un por-ten-to. Col loro verso trisillabo, un o-e-o con rare variazioni, quante cose comunicano o addirittura anticipano. Un guaio non capirne il linguaggio, e ancor peggio capendolo fare finta di niente.
Orfeo arrivò un giorno per caso in questo posto al quale proprio non pensava, vi trascorse la notte con lei che a voce bassa e rauca scandiva il suo nome e il mattino dopo si svegliò mentre gli uccelli del viale, inequivocabilmente, chiamavano: “Or-fe-o, Or-fe-o”. Fu così che rimase.
Rimase e non ebbe a pentirsene; anche se una volta, a notte alta, si svegliò di colpo per un canto beffardo, cattivo. Era una voce isolata, potente, forse di un uccello gigantesco, che diceva: “T’ho-pre-so, t’ho-pre-so”. Ma per quanto turbato, Orfeo si riaddormentò quasi subito, e al mattino già gli era passata; e col tempo si convinse di aver solo fatto un brutto sogno.

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Caro Roberto,
solo tre sillabe, solo tre vocali, anzi, due disposte in modo armonico: “o – e – o”.
Grande valenza semantica dei suoni, della musica, di un esempio come “Bolero” di Ravel!
Quanto alla vicenda, come vorrei svegliarmi anch’io con un’impressione che a poco a poco diviene convincimento: quella “brutta cosa” è stata solo un sogno!
Purtroppo per me non è così.
Un caro salutoi
Giorgina
non ce la vedo euridice che “a voce bassa e rauca scandisce il suo nome”.
ma forse ho sbagliato orfeo…
un abbraccio!
Cara Giorgina,
anche quella dell’autoinganno è un’arte.
Un caro saluto a te,
Roberto
Cara Elisabetta,
magari hai sbagliato Euridice.
Un abbraccio a te,
Roberto