Axis mundi. Racconti della Brianza

tandem

di Gianni Fumagalli

TANDEM

 

Confesso che per me la parola tandem ha rappresentato, almeno fino al momento della storia che stiamo per raccontarvi, qualcosa al confine tra un’entità esotica ed eterea. Tannn-dèmm, una pallina che rimbalza divertita tra le pareti  ovattate di una stanza, una tavola che ondeggia nei flutti, una bici che si inclina sotto il ritmo  regolare dei pedali all’unisono in una strada persa tra le colline. Poi un giorno incontrai per le vie del centro di Milano un vero tandem e tutte queste immagini trovarono conferma. La giovane copia passò leggera, armoniosa; la ragazza che stava dietro, sgravata dall’impegno della guida, sembrava rapita con lo sguardo all’insù a cercare scampoli di cielo tra mura alte di case. Come in un quadro di Marc Chagall mi aspettavo che la bici prendesse il volo verso nuovi spazi lasciando una pletora di assatanati automobilisti a contendersi le strade.

Il tandem di Sergio era invece qualcosa di tremendamente pesante, lungo come una capriata di un ponte moderno e possente come un cancello d’altri tempi in ferro battuto. Un oggetto più vicino ai mostri delle favole moderne che al tentativo di essere un mezzo di locomozione alternativo. Ma l’averlo pensato e la volontà riposta nel realizzarlo vanno ascritti al suo costruttore a  imperitura memoria. Sergio lo ideò nello spazio di una reazione istintiva quando, leggendo su un giornalino per ragazzi la descrizione di un tandem da sette posti realizzato da un belga, decise, ipso facto, di battere quel record mondiale con un tandem a otto posti. Da quel momento ebbe inizio una sfida dai caratteri titanici con un protagonista indiscusso e un corollario di amici come comparse. Un solo motto accompagnò la costruzione, i collaudi e le performances del prototipo mondiale: cià ul martel porcu … (datemi il martello porco …), perché all’approssimarsi di un problema, e se ne presentarono moltissimi nella fase di costruzione e collaudo, di una rottura o di un imprevisto, Sergio tuonava all’indirizzo del garzone ti turno: “cià ul martel porcu …“ dopodiché si apprestava alla soluzione del problema con sonore martellate ed imprecazioni coloratissime.

Sergio, soprannominato Serc vutum, per una storia che meriterebbe un racconto a parte, era un Bud Spenser in versione Brianzola. Alto, possente e con una barba che ricordava proprio quella del forzuto comico italiano, aveva preso la questione molto seriamente e il tandem come una sua creatura: per questa ragione aveva nei suoi confronti un rapporto di creatore-distruttore.

Nella sua idea il mezzo doveva consistere di due grossi tubi di metallo del diametro di quindici centimetri tenuti assieme da una serie di altri tubi di tre centimetri a formare una capriata di cinque metri. All’estremità di questa lunga costruzione venivano montate le forcelle per le ruote che, per rispettare la categoria del veicolo, dovevano essere rigorosamente due. Sopra alla trave venivano saldate le otto selle e i sette manubri (quello del conducente derivava direttamente dalla forcella anteriore) e, nel basso, i pedali con le rispettive corone per le catene che funzionavano in sincronismo. Sopra la ruota posteriore è stata montata una utilissima cassetta per gli attrezzi con l’indispensabile martello. Collaboratori costanti di Sergio erano Mino e Giacomo detto Tupa ma, da quando il tandem cominciò a prendere forma, il viavai di amici che volevano seguire l’evolversi della creazione era inarrestabile e non mancavano curiosi attratti dalle voci che oramai circolavano incontrollate per il  paese. Un tardo pomeriggio Gino dutur stava assistendo alla saldatura dei supporti delle selle sul tubolare superiore. Sergio eseguiva questa operazione con rapidità e maestria, ad un tratto Gino si lasciò sfuggire: “però l’è facil saldà! (però è facile saldare), Sergio stizzito butto la maschera di saldatore e all’indirizzo di Gino replicò: “to va avanti te porcu … sa l’è insce facil saldà”  (to vai avanti tu … se è così facile saldare).

Già in partenza si presentò un grosso problema. La costruzione del tandem era stato avviata durante la stagione invernale quindi all’interno della casa della mamma di Sergio, non più abitata da tempo e completamente vuota dei suoi mobili. Quando però nella stagione primaverile lo si volle portare all’esterno per lavorare sotto il porticato della cascina, non ci fu verso di farlo passare. Era stato costruito lungo la diagonale del locale che misurava giusto cinque metri e nonostante i numerosi tentativi sotto la furiosa direzione di Sergio, il tandem rimase prigioniero della casa. Fu in quella occasione che sentimmo per la prima volta l’espressione: “cià ul martel porcu …” In preda ad una volontà di potenza fuori dal comune ridusse, in meno di un’ora, la struttura del tandem in un cumolo di “ossa”. Tutto riprese da capo.

La fase dei primi collaudi iniziò nella tarda primavera. Furono fatti alcuni tentativi appena fuori la cascina Bettolino, dove un rettilineo sufficientemente lungo e poco trafficato, permetteva di prendere la ricorsa ed avviare il “mostro”. Forse era proprio un mostro l’immagine alla quale associavano il tandem i primi occasionali osservatori che, allibiti, lo incontravano per strada. Si fermavano increduli e rimanevano immobili seguendolo in tutte le peripezie, per ripartire poi divertiti, scuotendo la testa sorridendo e parlando tra sé. Le prime uscite furono caratterizzate da continue rotture. Particolarmente fragili risultarono essere le catene rimediate da vecchie biciclette. In effetti non potevano reggere il carico di otto persone, cinquecento chili di muscoli che spingevano come forsennati sui pedali per muovere e mantenere in equilibrio quella strana bicicletta. Ogni rottura di catena comportava ore di lavoro; occorreva smontare il pignone dei pedali e, una volta riparata la catena, rimontare il tutto. Fu in questa circostanza che Sergio decise di saldare sopra la ruota posteriore una cassetta degli attrezzi, per affrontare gli inconvenienti senza far ritorno ogni volta a casa. Ma la cassetta, saldata a bicicletta scarica, diventava un freno micidiale quando, caricata di otto persone, si abbassava quattro, cinque centimetri, sufficienti a frenare la ruota posteriore. Non fu semplice scoprire la causa del rallentamento del tandem, ma quando Giacomo suggerì timidamente a Sergio che poteva essere quella la ragione, subito urlò: “cià ul martel …“ e bastarono due, tre colpi per risolvere il problema.

L’avviamento del tandem era un’operazione complessa che doveva essere svolta secondo una sequenza precisa i cui tempi erano dettati ovviamente da Sergio. Posto il tandem in posizione di partenza, Sergio stava alla guida con il manubrio ben saldo in mano e le gambe a cavalcioni della sella (era l’unico in grado di condurre un simile mezzo; Arturo forse avrebbe potuto farlo e forse una voltalo lo provò ma lasciò poi lo scettro a Sergio), tutti gli altri rimanevano a terra aggrappati al proprio manubrio. Al via si cominciava a correre spingendo con tutte le forze. Poi, quando si raggiungeva una velocità sufficiente a farlo stare in equilibrio, uno alla volta, a partire dalla seconda postazione che era quella del frenatore, dovevamo saltare in sella e non smettere di pedalare.

Ma dopo i primi collaudi ci rendemmo presto conto che il problema più grosso era rappresentato dalle curve. Se si affrontavano con troppa velocità era tremendamente difficoltoso tenere in strado il tandem, se la velocità era bassa si inclinava ed era impresa impossibile anche per Sergio reggerlo in equilibrio. La prima curva che incontrammo ci rivelò immediatamente il limite del nostro mezzo. La velocità con cui l’affrontammo era troppo bassa, il tandem si inclinò e cadde imprigionando parte dell’equipaggio sotto il suo peso; alcuni si erano dati ala fuga alla prima avvisaglia di pericolo. Ci fu un piccolo summit, lì al margine della strada e al buio, dove si analizzarono le cause dinamiche dell’incidente. Sergio sosteneva che era indispensabile restare in sella al mezzo perché solo in questo modo sarebbe stato possibile governarlo. Nessuno osò contraddirlo ma, alla seconda curva affrontata, quando il tandem iniziò ad incurvarsi, l’equipaggio delle retrovie lo abbandonò con un balzo. Prima di ripartire Sergio si girò verso tutti noi e, urlando in modo che anche l’ultimo sentisse bene, sentenziò: “la prosima veulta ul prem che salta giò a mò al farà i cunt cun me” (la prossima volta il primo che salta giù ancora farà i conti con me). Nessuno osò più abbandonare il tandem. Si era creata un’aria di scherzosa sottomissione che inibiva ogni singola iniziativa. Poteva succedere allora una simile scenetta: il tandem parte, uno a uno salgono i componenti, rimane ultimo Fausto che risalendo di corsa fino a Sergio gli chiede: “peodi salta seu?” (posso saltare su?) – salta seu e fa minga ul bigul (salta su e non fare lo stronzo) fu la lapidaria risposta di Sergio.

Nel’immaginario del “grande conduttore” l’uscita ufficiale doveva essere di domenica, possibilmente nell’ora dove la maggior parte delle persone del paese si recava a messa. La visione del tandem avrebbe dovuto suscitare la stessa reazione della vista dello Zeppelin per gli uomini dei primi del novecento. Ci preparammo una domenica mattina di luglio attorno alle dieci e dopo circa un quarto d’ora stavamo spingendo il tandem per il varo ufficiale. Superammo le due difficoltà più grosse: la stretta curva della strada del Bettolino che porta a Velate, una curva di un anglo inferiore ai novanta gradi che ci costringeva ad invadere la corsia opposta della statale 36 per poterla affrontare senza rischi e la salita al paese. Poi ci lanciammo verso la discesa provando l’ebbrezza collettiva della velocità ad alto rischio dove il tandem subiva paurose oscillazioni e sembrava una locomotiva inarrestabile. Riuscimmo comunque a portare a termine indenni il viaggio e Sergio raggiunse il suo scopo. Ho ancora scolpiti nella memoria gli sguardi stupiti delle persone che si fermavano a guardare quella strana apparizione e per un momento noi ci sentimmo i cavalieri dell’apocalisse.

Al pari del Titanic il nostro tandem finì la sua attività dopo la prima corsa ufficiale. Non affondò tra gli abissi di un oceano  ma sprofondò in un oblio altrettanto profondo. Dopo alcuni mesi del tandem di Sergio non si parlò più e materialmente nessuno seppe che fine fece. Questo racconto potrebbe risultare come il recupero della scatola nera di un relitto; altri amici sarebbero in grado di arricchirlo di ricordi perché la storia del tandem fu come una vera epopea con un eroe legato indissolubilmente alla sua creatura ed una narrazione popolare  di aneddoti infinita.

La memoria, per chi ha vissuto questa avventura, rasserena la vita per tutti i giorni a venire.

 

 

 

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