Tratto da
Paolo Giardelli, Domanda al vento che passa: Malocchio e guaritori tradizionali, Pentàgora, Savona-Milano 2012: pp. 118-123.
L’UOMO DI GLORI
A Glori [piccola frazione di mezza costa della Valle Argentina, (1)] si ricorda la guarigione da parte di nonna Teresa di una donna, mancata una decina di anni fa, sofferente di crisi depressive. Pare che una domenica Teresa, la guaritrice, si sia presentata a casa di questa persona per curarla, dicendole di andare a comprare una pentola nuova di terra.
Ha fatto uccidere il coniglio più grasso che avevano, ha prelevato il fegato ancora caldo del coniglio e lo ha buttato nella pentola di terra, che era stata messa sul fuoco. Il fegato ovviamente si è messo a scoppiettare a contatto con la pentola calda e lei ha sentenziato che erano le bàggiue, le streghe, che se ne andavano dal corpo dell’ammalata. Ha detto però che il resto del rito doveva compierlo a casa sua, a Glori, si è fatta incartare il coniglio e se lo è portato via. Cosa sia successo dopo non è dato sapere …
Ricorda:
Ce n’era di malocchi. Ad Apricale facevano bollire non so cosa, poi andavano a mezzanotte, che nessuno vedesse, agli “scrusciai”, agli incroci, a gettare l’acqua per levarsi il malocchio. Preparavano dei decotti, non so cosa mettessero a bollire.
Dare il malocchio si dice afaiturà. Questa storia è successa a mia sorella Ada, con Carlotta, buon’anima. Io ho assistito a tutto.
Quando Ada era molto malata. La mamma le aveva provate tutte. All’ultimo dicevano che Carlotta toglieva il malocchio.
Non so neanche raccontarla bene, perché all’ultimo mi era venuta una paura, ragazzi…, mi era venuta una paura che alla sera, quando calavano le tenebre, poi avevo spavento a uscire.
Hanno quelle ore. Alle undici questa donna, Carlotta, arriva. Io avrò avuto dieci anni. Aveva dato ordine di comprare un fegato. Alle undici è arrivata, ha dato ordine di chiudere tutte le porte, ha cominciato a dire delle cose che non si capiva niente. C’era mio papà, mia mamma, mia sorella e c’ero io. Non mi ricordo se gli spilli li ha messi prima o dopo. Una puzza per questo fegato che è durata tre o quattro giorni. Il fegato lo ha messo a cuocere sulla stufa. Mentre cuoceva: nanani nananà, bum, uno spillo; nanani nananà, bum, uno spillo; nanani nananà, bum uno spillo; nanani nananà, uno spillo. Ci avrà messo cento spilli o anche di più. Questo è successo a noi, però non l’ho più chiara, come è andata a finire dalla stufa. Mi sembra che poi abbia tirato via degli spilli, che uscisse ancora sangue, ha detto: “Vedrai, questo è sangue”. Ci siamo stati fino all’una, le due del mattino. Non mi ricordo che fine abbia fatto il fegato. Che poi dopo, questa Carlotta, una signora anziana, quando è finito tutto mi dice: “Adesso vai giù ad aprire la porta di casa”. Porco cane avevo una paura … sono andato … la mia ombra … avevo paura …, penso che una volta tutte queste storie, ti mettevano in condizione di crederci.
(1) La raccolta delle testimonianze menzionate nel libro è stata fatta nel corso degli anni 1990 su tutto l’arco ligure. La valle Argentina si trova in provincia di Imporia.


L’ha ribloggato su Nutrire il corpo e l’anima.