Axis Mundi. Racconti della Brianza

 

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di Gianni Fumagalli

B.A.R.  Brevissime Agiografie Ragionate

 

Dite quello che volete ma il Bar è un piccolo teatro con tanto di palcoscenico, attori e copioni. Mi sono convinto di quest’idea dalla frequentazione di uno dei molti Bar del nostro piccolo paese della Brianza. Mi recavo regolarmente ogni sera dopo cena ed era l’occasione per incontrare amici, bere un caffè e parlare dei progetti della serata o delle grandi speranze che animavano quel tempo, di sport o dell’ultimo concerto visto. Contro la volontà di mia madre, che mi esortava a non cedere alle futili lusinghe di quel luogo di perditempo, ho continuato, anche se per soli pochi anni, a frequentarlo regolarmente. A distanza di una vita questo angolo della memoria mi viene restituito dai ricordi proprio come un piccolo palcoscenico, dove una serie di personaggi, alcuni non più tra noi da tempo, esibivano le proprie storie: autentiche, spregiudicate, divertenti, stonate.

Lino è il primo personaggio di questa breve cronologia. Ancora oggi, ogni volta che mi trovo a passare davanti alle vetrine di quel Bar, mi compare la sua triste e silenziosa figura. Per noi giovani, spensierati e perdigiorno, Lino incarnava tutta la sofferenza dell’abbandono. In lui vedevamo la rovina dell’uomo maturo che, perdendo ogni stimolo per la vita, scivolava lentamente verso l’autodistruzione. Si diceva, ma nessuno di noi non ci aveva mai parlato personalmente, che fosse stato lasciato, il giorno del matrimonio, dalla giovane e bella promessa sposa e che, da allora, avesse deciso di cambiar vita, cioè di smettere di vivere. Compariva con un passo lento e silenzioso, lo sguardo fisso, leggermente reclinato, inespressivo e perennemente rivolto dentro la sua sofferenza. Non esibiva e non chiedeva pietà, semplicemente trascinava, come schiacciato da un grave peso, il suo corpo provato da un incontenibile ed intimo dolore. Raggiunto il juke box, inseriva una moneta da cento lire che dava la possibilità di selezionare tre canzoni e ne sceglieva solamente una, poi chiamava il primo giovane vicino e lo invitava a completare liberamente le due scelte restanti. Per anni ha fatto così, per anni ha ascoltato Fiume Amaro di Iva Zanicchi. In religioso silenzio, col calice di bianco in mano, ripeteva a fior di labbra la stessa strofa, la prima: “E’ un fiume amaro dentro me, il sangue della mia ferita, ma ancor di più, è amaro il bacio che sulla bocca tua, mi ferisce ancor.” Ripeteva sei, sette volte lo stesso rituale: cento lire-una scelta, Un fiume amaro-due scelte donate ad un giovane-il calice di bianco in una mano-la strofa appena sussurrata. In quel tempio laico dell’effimero, nessuno mancò mai di rispetto al suo reiterato canto di dolore.  Poi, alla chiusura, usciva barcollando dal locale e si avviava verso casa con una lentezza preoccupante. Una sera, fatti i primi passi fuori dal Bar, cadde rovinosamente sbattendo la testa contro l’asfalto. Lo abbiamo soccorso in una pozza di sangue, trasportandolo a fatica fino al secondo piano del suo appartamento. Aperta la porta di casa ci assalì un fetore insopportabile e la vista di una abitazione che da ogni angolo gridava la disperazione del suo ospite. Adagiammo il corpo immobile di Lino su un materasso lurido privo di lenzuola alle cui estremità mostrava un cuscino senza federa dal colore nero e una coperta semi divorata dalle tarme. Chiamammo una guardia medica e lasciammo la casa dopo le cure prestate dalla dottoressa intervenuta e l’assicurazione che non correva pericoli. Da quel episodio Lino non si riprese più. Fu portato in una casa di cura per anziani dove morì qualche mese dopo nella più totale solitudine.

B. d. L. era un personaggio pirotecnico, le sue rare apparizioni erano contrassegnate da esilaranti narrazioni che avevano un unico soggetto: la femme fatale. Il format di queste storie era sempre il medesimo, iniziavano con – seri adre a fa andà cun una bela dona spusada – (stavo facendo l’amore con una bella donna sposata) e si concludevano con – ad un trat a vegn a vuntra ul so om – (ad un tratto arriva il marito). Le fughe si sviluppavano nei più svariati e fantasmagorici modi riportando il nostro eroe sempre in salvo. A riprova dell’autenticità delle sue galanti avventure, B. faceva scorrere l’indice della mano su una serie di incisivi superiori malfermi e cariati sentenziando – ta veded che i me dinc min cunscià,  a l’è sta l’acid de la …, ho fa tant de chi lecat in vita mia co mangià feu tut i dinc –  (vedi i miei denti come sono conciati, è stato l’acido della …, ho fatto tante di quelle leccate in vita mia che ho consumato tutti i denti). Improvvisamente assumeva un’aria seria e impermeabile e, prima di lasciare il gruppo che aveva intrattenuto da corifeo, con un rapido gesto degli occhi alludeva all’arrivo della moglie che lo veniva a prelevare – quela le l’è minga una dona, l’è un insetto velenoso (quella non è una donna è un insetto velenoso, le ultime due parole erano rigorosamente in italiano, come e marcarne la pericolosità). Sopraggiunta in prossimità del marito, stazionato al centro del gruppo di fronte alla vetrina del Bar, B. d. L. gli offriva il braccio con un gesto compiaciuto, poi si allontanava con passo simbiotico e un sorriso omologato, come ad attestare che l’arrivo imprevisto della moglie fosse stato una gradita sorpresa.

Il Besanela era un frequentatore fedele del Bar. Tutti i giorni, dall’una e mezza alle tre, occupava lo stesso posto al tavolino delle carte. Aveva perennemente stampato in viso quel mezzo sorriso che definiva la soddisfazione di chi era ripagato adeguatamente del lavoro svolto. Il suo negozio di alimentari, avviato da anni, gli assicurava una vita agiata ma soprattutto gli garantiva quella pausa prima dell’apertura pomeridiana che oramai sentiva come irrinunciabile. Gli si leggeva in faccia, quando sfogliava le carte di scopa appena distribuite, che a quel momento non avrebbe rinunciato per nessuna ragione al mondo, lutti compresi. Ma quel momento, oltre allo spasso delle carte, offriva un’opportunità unica: lì si poteva esprimere liberamente le proprie idee ed era certo di essere ascoltato, non come in famiglia, dove il proprio parere era sub uxoris iudicio.

Il venti luglio del sessantanove tutti gli italiani passarono la giornata con lo sguardo incollato al televisore seguendo la diretta di Tito Stagno che raccontava l’allunaggio del primo uomo sul nostro satellite. Era l’anno di uscita del film di Stanley Kubrick: 2001 Odissea Nello Spazio, ma la realtà aveva già fatto un passo enorme rispetto alla fantascienza. I commenti, nei giorni successivi, furono di incontrollato entusiasmo, solo il Besanela tentava di gelare gli astanti del Bar con espressioni di dissenso, accompagnate da un sorriso di compatimento – a ga crederì minga a teut i ball che cunta seu la television (non crederete mica a tutte le palle che racconta la televisione). – Progresso, regresso – annunciava come da un’isola di verità all’indirizzo di un popolo che credeva ancora alle ombre della caverna. – Ma al si minga che pusè a inventen pusè a imbroien (ma non lo sapete che più inventano e più imbrogliano). La sua teoria non convinse nessuno e tantomeno lui si convinse del contrario. Continuò a riproporla intatta per anni consapevole di aver fatto un onesto lavoro al servizio della verità, ripagato con sorrisi di riprovazione e battute di spirito.

Camillo non partecipava in alcun modo alla vita del Bar ma, suo malgrado, rappresentava l’attore più apprezzato del genere: teatro estemporaneo di strada. Era un vecchietto la cui abitazione era proprio di fronte alle vetrine del locale che in molti casi fungevano da privilegiato osservatorio; d’estate era la strada  il naturale palcoscenico. Aveva un’aria distratta e furbetta con un paio di occhiali dotati di lenti così spesse che gli annullavano la vista degli occhi come fossero dietro un vetro smerigliato. Sembrava non vedere e non essere visto e in ragione di questo dato si comportava con una disinvoltura al limite della spregiudicatezza. Attraversava la strada in preda a una sorta di ispirazione, senza guardare e incurante del tempo infinito che impiegava ad arrivare al lato opposto. Prima di eseguire l’ultimo passo lanciava uno sguardo alla prima macchina della fila che attendeva insofferente e sembrava dire: ”ma cosa te  ne fai del tempo che insegui  con tanta impazienza, non vedi che con la mia lentezza sono arrivato a più di ottant’anni?” L’ardore giovanile non l’aveva ancora abbandonato e non passava bella donna che non l’immobilizzasse per la strada in preda ad un piacere estatico. Se poi il suo passo non era particolarmente veloce, riusciva a fare anche una battuta di spirito che difficilmente veniva ignorata dall’interessata: – se gheri trent’an de menu al savevi me se fa (se avevo trent’anni di meno sapevo io cosa fare) – perché ades al sa ricorda peu se fa Camilu (perché adesso non si ricorda più che cosa fare Camillo) – ades a l’è una vacada  (ora è un disastro).

Uno delle ultime volte che lo abbiamo visto usare la bicicletta, assistemmo ad una scenetta divertente. Camillo arrivava con andatura zigzagante, lenta ed instabile, quando una signore che si era fermata a chiacchierare riprese a camminare allargandosi verso il centro del marciapiede con una mossa brusca che non permise al nostro eroe di correggere in tempo la direzione. La inforcò con la ruota anteriore sollevandole la gonna e lacerandogli le calze. Stizzita la donna si girò urlando all’indirizzo dell’investitore – ma insomma non è capace di suonare il campanello? – La risposta serafica di Camillo fu all’altezza della buffa situazione – de sunà ul campanel a sun bon, l’è de andà in bicicleta che sun minga bon (di suonare il campanello sono  capace, è di andare in bicicletta che non sono capace). Camillo continuò ancora per alcuni anni ad esibirsi in una miriade di spontanee e gustose scenette che avevano la leggerezza e la simpatia dei doni della natura, poi fu inghiottito dall’oblio.

Ciufet, così lo chiamavano tutti e così si definiva lui nei suoi soliloqui notturni, faceva le sue sporadiche comparse verso sera. Era annunciato dalla sua voce forte, con una leggera ma cronica raucedine che la rendeva inconfondibile. Si presentava la sera in condizione già alticcia ed era il prodromo di un naufragio sicuro. Non sapevo quasi nulla della sua vita se non le interminabili narrazioni della sua “fallita” carriera nel corpo di Polizia. Le reiterava con poche varianti nel tragitto dal bar a casa ed era un’avventura che poteva durare un’intera notte di perdizione. Esibiva il suo trauma, affogato nel vino, urlandolo alla notte, alle macchine che gli sfrecciavano vicino, al mondo che non lo voleva ascoltare. Sorretto dalla sua bicicletta che portava sempre a mano, faceva infinite soste al margine della strada cercando uno sguardo amico, un sorriso di comprensione, trovava invece occhi cinici pronti al dileggio e balordi violenti che non aspettavano altro per muovere le mani. Ciufet attraversò le nostre vite con un’unica ossessione: gridare al mondo la sua delusione, lo ha fatto per tutta la sua esistenza.

Ora che da molti anni non frequento più Bar, confesso che quell’umanità così variegata, chiassosa ed esibizionista continua ancora ad abitare la mia memoria, mostrandomi quei lati umani che nella frenesia giovanile non sempre avevo colto.

 

 

 

3 pensieri su “Axis Mundi. Racconti della Brianza

  1. Renato D'ERCHIE

    Racconto sapido e di spirito. Bene, abbiamo bisogno sempre più di umanità reale. Buona Giornata. Renato

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  2. rosanna g.

    Spaccati di vita dalla bellezza di un affresco, che mi hanno lasciato di buon umore, letto d’un fiato. Grazie, buona giornata

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