[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=bIJS4ynbbXA]
da qui
Hai corso fino a quando il fiato c’era,
ma anche dopo non ti sei fermato.
Il tempo, Pietro, può essere vinto,
ma è l’ultimo nemico: prima viene
la pigrizia, la spocchia di chi crede
che tutto nella vita sia dovuto.
Tu no: correvi anche nelle feste,
non hai pensato di sfangarla, come
tanti politici nostrani. Forse
è la tua corsa il simbolo più bello
di quanto sia ingannevole il trionfo
di chi taglia il traguardo per procura.

Ho trascritto sul mio diario questo bellissimo componimento poetico, dolce e feroce al tempo stesso. Dolce perché è un omaggio a un grande campione della corsa come Pietro Mennea morto nel pieno della maturità, feroce perché la metafora della corsa, emblema del mondo in cui viviamo, ci pone di fronte il più delle volte a un successo solo di facciata.
Stupenda….
Correre è la più grande metafora della vita, perché ne tiri fuori quello che ci hai messo dentro…
Oprah Winfrey
il cuore!
Un grande esempio come atleta e come uomo. Ha tagliato ogni traguardo lavorando con costanza, dimostrando di avere cuore, amore per la vita nella semplicità. Grazie don!
Record mondiale, quattro lauree, avvocato, dottore commercialista, docente universitario, scrittore ed impegno politico: la corsa di una vita, troppo di corsa finita, a soli 60 anni…
“Chi si guarda nel cuore sa bene quello che vuole e prende quello che c’è”
Ci sono politici che lasciano il tempo che trovano, e uomini che abbattono il muro del tempo, in ogni senso della vita.
La poesia era attesa, ma i versi sono sempre sorprendenti.
Grazie, Don!
“La corsa non finisce mai”
200 metri di impegno ed onestà, corsi per raggiungere il traguardo…troppo in fretta
un sogno che ha invaso tante vite che oggi invadono di saluti il ricordo di un grande atleta
Il mio cuore continuerà a battere anche quando si sarà fermato
[Eduardo de Filippo (1900 – 1984) Autore, attore, regista e capocomico italiano]
L’ha ribloggato su Semplicemente Stella Maria.
Il mio ricordo: un tipo ruvido, Pietro, come i grandi del sud, quelli che sanno che per arrivare ci vogliono i sacrifici. Lui quel traguardo lo ha tagliato anche per noi. Ora che corre su ben altre piste,da qui tanto lontane, non lo dimentichiamo.
Grazie Don,chè con questi versi spontanei ci ricordi quando l’arte diventa servizio.
grazie a voi!
perché esserci è correre per la vita, e vincere.
Bella!
Bellissimi versi, io non li aspettavo, è stata una bella sorpresa che ci ha regalato la tua penna da poeta illuminato e dolce come te.
“Tu no: correvi anche nelle feste
non hai pensato di sfangarla come
tanti politici nostrani.”
Ecco una persona che non si arrende mai di fronte al suo compito di uomo, senza badare “alle luci della ribalta.”
Ernestina.
http://www.youtube.com/watch?v=7rZbvi6Tj6E
Quando si dice che un essere umano si è compiuto in tutta la sua pienezza in una sola vita.
Un esempio di grandissimo significato a cui guardare.
Un ragazzo del sud che corre. E nel paese dove abita non c’è neanche una pista di atletica. Il ragazzo corre per strada, corre nei campi, corre, corre, corre e corre. E una volta, correndo, riesce a fare anche il record del mondo. Questo era Pietro Mennea. Il suo nome l’ho sentito per la prima volta ai campionati italiani di atletica leggera. Era il 1968, stavamo a Bari, e correvamo per la categoria allievi. Pietro vinse gli ottanta e i trecento metri. Già allora era il più bravo di tutti. “Nato per correre”, canta Bruce Springsteen. Io e Pietro eravamo “nati per correre”. Ma che cos’è correre? Di sicuro non un verbo e neanche un sinonimo. Correre è correre, è correre, è correre, è correre. Mennea era un bambino che correva come un corridore. Correre è cosa che non si dice, e che nessuno mai ti dice di fare. Credo di aver smesso di correre proprio quando Mennea è diventato un corridore. Un anno dopo, nel 1969, io sono arrivato secondo nei cento metri. Fossi stato saggio, avrei fatto come lui. Ho preferito restare invece un bambino che non corre, vale a dire un idiota, un folle, uno scribacchino o, se preferisci, un intruso quasi perfetto. Il fatto è che i cento metri non mi piacevano, proprio come questa vita e questo mondo. Erano troppo lunghi, troppo bisognosi di strategie e di “ardente pazienza”. Fosse stato per me, li avrei accorciati di un buon 30% se non di più. Io ero una scattista, e basta. Puro istinto, eccetera, eccetera. Pietro era invece tutto quello che succede quando ci si riprende dallo scatto e si incomincia a guardare fuori dal cortile di casa. Disciplina, sacrificio? Sì, quella roba lì. Da una parte Adamo che non vuole uscire dal Giardino dell’Eden, e dall’altra Eva che porta “virtute e canoscenza” in giro per il mondo. Fine degli sproloqui di un sessantenne nato un mese prima del dovuto. Senti cosa dice Joseph Campbell: “Quando gareggiavo alla Columbia, ho corso un paio di gare davvero bellissime. Durante la seconda, sapevo che avrei vinto anche se non avevo nessuna buona ragione per crederlo, dato che, quando mi passarono il testimone, il corridore che guidava la gara era trenta iarde davanti a me. Ma io lo sapevo che avrei vinto, ed è stata la mia “esperienza culmine”. Nessuno poteva battermi quel giorno. Essere in piena forma e averne perfetta coscienza. Credo di non essere mai stato così capace nel mio lavoro come quando corsi quelle due gare: fu l’esperienza di essere al mio meglio e di fare un ottimo lavoro”.
grazie!
Loris, c’è corsa e corsa, l’importante è darsi fino in fondo.